Le foto di Bruno Samorì per la fondazione Probone

Dal 5 al 19 novembre si terrà presso il complesso del Baraccano a Bologna, la mostra “Bruno Samorì – Incontri” organizzata dalla Fondazione ProBone e alla quale andranno i proventi derivanti dalla vendita delle foto esposte. Il prof. Bruno Samorì, per chi non lo sapesse, prima di dedicarsi all’ottava arte è stato ordinario di Chimica all’università di Bologna. L’accesso alla mostra è libero, mentre per partecipare ai tre eventi collaterali che si terranno il 5, il 12 e il 19 novembre è necessario registrarsi al seguente link: https://evento-incontri.eventbrite.it  

Eventi collaterali

Concerto guidato, Sala Prof. Marco Biagi, Complesso del  Baraccano Sabato 5 novembre alle 16, concerto a cura del collettivo WKO – Camerata degli Ammutinati. Programma – “Ab Origine”, rapsodia per voce e clarinetto basso. Testo e voce: Pierluigi Berdondini. “Drappo” di Filippo Bittasi , “Mimosa” di Filippo Bittasi, “Nocturno muerto” di Mattia Dattolo, “Però ch’all’ombra di tue fresche fronde” di Mattia Dattolo. Soprano: Laura Zecchini, Pianoforte: Erica Ruggiero, Chitarra: Matteo Chiodini, Clarinetto basso: Michele Fontana.

Incontro con la curatrice e concerto, Sala Prof. Marco Biagi, Complesso del  Baraccano sabato 12 novembre alle 16,  incontro con la curatrice Gigliola Foschi e concerto del collettivo  Wko- Camerata degli Ammutinati. Programma – “Frammenti orfici” di Mattia Dattolo, per soprano e clarinetto. Soprano: Laura Zecchini, clarinetto: Michele Fontana. “Voci Sparse” di Filippo Bittasi al pianoforte.

Concerto pianistico e asta di beneficenza, Sala Prof. Marco Biagi, Complesso del  Baraccano – sabato 19 novembre alle 16, Concerto pianistico a cura del M° Boris Petrushansky e asta benefica di quattro opere dell’artista a favore di Probone, in compagnia di Giorgio Comaschi.

Commento della mostra a cura di Gigliola Foschi*

Un po’ fotografie, un po’ collage, le immagini giocose e sognanti di Bruno Samorì sfuggono a ogni definizione di genere. Le sue opere sono soglie che conducono in una dimensione fantastica: in un mondo anti-prospettico, dove convivono  e si rimandano tra loro dettagli di pitture medioevali, di mosaici bizantini e di icone russe;  dove tra campi arati, simili a verticali tavolozze colorate, si ergono castelli incantati, solitarie case rurali, borghi medievali… Egli raccoglie con amore frammenti di paesaggi e dettagli dell’arte antica per farli rivivere grazie a complesse tecniche di photo-collage che gli permettono di far incontrare e dialogare tra loro il mondo della pittura con quello della fotografia, la realtà con la finzione, il presente con il passato. È come se egli scrivesse una sorta di fiabesco testo visivo basato su magici accostamenti, nati da incontri con la natura e con l’arte, anche quella cosiddetta ‘minore’. Samorì crea cioè un montaggio dove si raccolgono e si radunano frammenti di immagini che costruiscono altre immagini basate sull’immaginazione e su dialoghi utopistici, che lui rende possibili grazie a una rete di relazioni inaspettate, capaci di svelare e ridare vita e visibilità a dettagli artistici  spesso non visti, nascosti dentro opere complesse. Nella serie Drappi Rossi (2017-2019), ad esempio, pone in evidenza alcuni manti rossi, simili a volanti nuvole purpuree, che ricorrono semicelati nella ricchezza dei dettagli di molte icone russe. Manti incantati che egli accosta ad alberelli altrettanto magici, a facciate di case che sembrano uscite da un libro di fiabe. E’ come se ogni sua immagine ci chiedesse di ascoltarla perché sottovoce sembra sussurrare un invito: “Aspetta, libera la tua immaginazione, ti voglio raccontare che in un tempo lontano un manto poteva avvolgere una città, un albero crescere nel deserto, un castello apparire sospeso nel nulla…”

Nel realizzare alcune sue opere Samorì sembra aver assunto un atteggiamento conoscitivo e riflessivo simile a quello del filosofo Georges Didi-Huberman, quando, nell’ammirare alcuni affreschi dipinti dal Beato Angelico, anziché concentrare la sua attenzione sulle scene centrali, si mise a osservare ciò che in genere viene solo visto distrattamente, ovvero il cosiddetto ‘registro decorativo’ che sta alla base dei dipinti. Come mai, si chiede il filosofo, anche i più preparati storici dell’arte  non hanno prestato «la minima attenzione allo stupefacente fuoco d’artificio colorato che si dispiega appena al di sotto, su tre metri di larghezza e un metro e cinquanta di altezza?» (1).

Opportuno invece sarebbe «restituire dignità storica, ovvero sottigliezza intellettuale ed estetica, a oggetti visivi considerati sino a qual momento inesistenti, o perlomeno privi di significati» (2). Con atteggiamento simile,  Samorì si sofferma su dettagli marginali di varie opere artistiche italiane, ma anche giapponesi, russe o di altre culture. Ridà valore a quanto si trova ai margini dello sguardo, a dettagli in apparenza ‘minori’ creando accostamenti che li aprono a nuove interpretazioni e narrazioni. Ma c’è un’altra osservazione importante da aggiungere: pur con un approccio decisamente originale, i suoi lavori  si pongono infatti in contiguità con una pratica artistica molto attuale: quella del recupero di immagini già esistenti, vale a dire la rielaborazione artistica di un materiale visivo non creato ex novo bensì recuperato. Ebbene, tale riuso di materiale ‘trovato’ (o potremmo dire ‘incontrato’) diventa per il nostro autor’  l’occasione per  dar vita a immagini finali dove egli fa nascere nuove corrispondenze e relazioni, fino a generare un universo visivo incantato eppure rigoroso. Le sue immagini non suggeriscono infatti emozioni perturbanti, ma tutto all’opposto invitano a una sorta di ‘reincantamento’, dove le cose non subiscono più le ingiurie del tempo o del decadimento. In varie sue serie fotografiche, tra cui Dal Medioevo (2016-2020), i castelli e le storiche dimore, che svettano solitarie su luminosi paesaggi geometrici, paiono figure immerse in un tempo sospeso, immobile e cristallino, in un universo più vicino al mito e alla poesia che non alla realtà. Anche grazie agli sfondi rigorosamente neri di molte sue opere, egli sottrae le sue immagini a ogni collocazione temporale senza, però, volerle portare  fuori dalla Storia.  Tutto all’opposto, ogni sua immagine ci invita a sentire  e a vivere  la storia quale dono prezioso da custodire con cura perché, come un cesto ricco di ogni cosa, basta cercare dentro di lei, guardarla da un altro punto di vista, per scoprire un nuovo universo.

 

Gigliola Foschi

*Storica e critica della fotografia. Per Mia fair cura il premio New Post Photography.  Ha curato mostre presso gallerie, istituzioni pubbliche e festival fotografici italiani e stranieri (Far/Fabbrica Arte e Museo della Città di Rimini, Fondazione Lercaro di Bologna, Festival Fotografia Europea di Reggio Emilia, Mao Museo d’Arte Orientale di Torino, Photo Biennale di Salonicco, Photolux Festival di Lucca, Month of Photography di Bratislava, Espace Van Gogh di Arles, Palazzo Pirelli di Milano, etc.). Suoi saggi e testi sono stati pubblicati in varie riviste, libri e cataloghi. Ha pubblicato il libro : Le fotografie del silenzio. Forme inquiete del vedere, Mimesis/Accademia del silenzio, 2015. 

Contatti artista: bruno.samori@unibo.it

Sito fotografico https://brunosamori.it/

www.probone.org

1) Georges Didi-Huberman, Storia dell’arte e anacronismo delle immagini, Bollati Boringhieri, Torino, 2007, p.14

2) Idibem, pp. 14-15

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