Le maestose ‘creature-sculture’ di Davide Rivalta 

Maestose, possenti, manipolate con una cura e meticolosità da sembrare reali, le creature-sculture di Davide Rivalta affascinano prima di tutto per la loro presenza, enigmatica e misteriosa, e per la tensione che suscitano tra il gesto istintivo di chi le avvicina per accarezzarle, sfidarle e catturarle, come fossero animali in carne e ossa, e la paura di chi se ne allontana per non esserne aggredito e sopraffatto. Nato nel 1974 a Bologna, dove vive e lavora, dopo l’interesse per la figura umana, Rivalta ha focalizzato la sua ricerca sullo studio e sulla realizzazione di sculture ispirate al mondo animale. L’artista si è imposto all’attenzione della critica con i gorilla in bronzo per il tribunale di Ravenna, esponendo poi in prestigiosi contesti nazionali ed esteri. Lo scultore felsineo ci ha concesso un’intervista. 

 

 

Come è nata la sua passione per la scultura?

Mia madre aveva notato la mia attitudine per il disegno e il colore e mi ha suggerito di iscrivermi al liceo artistico, percorso proseguito in accademia. All’inizio si è trattato di una scelta aperta. Dopo i primi anni mi sono concentrato sulla scultura in cui erano emerse le mie migliori qualità, non pensavo di fare lo scultore. Questo interesse è cresciuto nel tempo e mi sono ritrovato a dedicare all’arte tutte le mie energie.

Su quali progetti sta lavorando?

Attualmente sono tornato ai primati. Le sculture in realizzazione partiranno per la Svizzera per approdare a Brescia, città della cultura nel 2023. In progettazione anche una mostra a Panicale, bellissimo comune umbro, e un’altra in Francia a Château des Peres. In cantiere la pubblicazione di un catalogo con gli interventi svolti per la Galleria Nazionale di Roma.

Un ritorno alle origini … che interesse le suscita questo gruppo di animali?

Ha caratteristiche specifiche che lo rendono diverso da altri e vicino all’uomo. La somiglianza non è solo anatomica, ma soprattutto nelle forme di intelligenza, nel modo di guardare, afferrare, utilizzare oggetti. Con loro condividiamo anche aspetti sociali, per questo la loro presenza è per noi significativa. Ci rendiamo conto che siamo vicini al regno animale ma qualcosa ci separa, la comprensione reciproca non può essere totale.

Come sceglie su quale creatura concentrarsi?

La scelta è legata al progetto, al contesto espositivo, a una situazione. Normalmente cerco l’animale in cattività. Altre volte l’incontro è casuale: cerco un animale, ma un altro cattura la mia attenzione. Scatto poi molte foto e realizzo disegni. Le mie sculture sono sempre ritratti di animali veri che ricolloco nello spazio, in ambienti senza limiti. Mi piace l’idea di ridare loro dignità, libertà.

Come avviene la collocazione nell’ambiente?

Le mie sculture sono come apparizioni, con una loro concretezza, sempre in rapporto all’uomo e al paesaggio, meglio se poco contaminato. Non mi interessa riprodurre una scena mimetica. I miei animali sono sempre svincolati da basamenti e recinzioni, liberi di muoversi. L’animale non è decorazione del luogo, ma si appropria del luogo e si diffonde in esso occupandolo totalmente.

Un’eccezione, forse, c’è … pensavo alla balena della Val di Zena.

In quel caso si trattava di un progetto didattico, non d’artista, opera degli studenti dell’accademia e da me coordinato. L’obiettivo era riprodurre un’antica balena di nove metri i cui resti, che risalivano a 2-5 milioni di anni fa, furono ritrovati in quei luoghi dove un tempo c’era il mare. Il progetto, promosso dalla comunità montana, era coordinato dall’Università di Bologna che custodisce i reperti al Museo di Geologia Capellini.

Le sue sculture concretizzano il concetto di museo all’aria aperta. Potenzialità per artista e pubblico?

L’uso di spazi pubblici è un vantaggio rilevante del mio lavoro perché porta ad una fruizione anche casuale dell’opera. Non tutti sono interessati all’arte, molti hanno atteggiamenti di chiusura, ma tutti vivono gli spazi all’aperto, conoscono gli animali e si sentono di poter esprimere un giudizio su di essi perché l’animale li riguarda. Inoltre, durante la pandemia, il mio lavoro non ha sofferto essendo svincolato da musei, gallerie o eventi.

Oltre alla scultura si esprime con il disegno e la pittura, come predilige l’uno o l’altra?

Il disegno è quasi sempre legato all’architettura, fare grandi disegni a grafite direttamente sui muri mi permette di dare solidità e profondità all’immagine, mi interessa costruire un legame tra il disegno e l’architettura. Quasi sempre realizzo corpi di animali che provengono da mie fotografie. La pittura mi offre altre possibilità di sperimentare, inserendo, ad esempio, elementi vegetali, orti, campi di grano, mari. Pier Luigi Tazzi le chiamava divagazioni. 

Maestri del passato a cui si ispira? 

Tutti i grandi maestri della storia dell’arte sono padri per me, ma lo stile che ho sviluppato si è delineato in modo autonomo e ne vado orgoglioso. Dal punto di vista formale ho constatato una vicinanza ad opere di Fontana, Lupertz e Willem de Kooning, ma il centro del mio interesse è il soggetto che intendo ritrarre, non per le sue forme, ma per quello che rappresenta per l’uomo. Il gesto artistico è per me un dato acquisito, non cerco di aprire nuovi spazi.   

Cosa rappresenta per lei la realizzazione di sculture di animali?

Guardare gli animali, ricreare i loro corpi con la terra, rispecchia il mio legame con la natura e il cosmo. Lavorare la terra è una pratica all’origine dell’uomo, così come antica è la simbiosi uomo-animale, come testimoniano le pitture rupestri nelle grotte. Dai primi del ‘900 in poi gli animali di grandi dimensioni sono stati relegati sempre più in parchi zoologici e allevamenti. La convivenza stretta con l’uomo è oggi rara in quasi tutto il pianeta, ma l’attrazione dell’uomo verso l’animale non è mutata come non lo è l’attrazione dell’uomo per la terra. Questi gli aspetti più affascinanti del mio lavoro.

 

 

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