Le opportunità del multilinguismo

di Francesca Montuschi

La scienza agisce seguendo modelli semplificati, capaci di conferire ai fatti e alle ipotesi una forma coerente con i principi epistemici; tali modelli riguardano anche il linguaggio standard scientifico da adottare a livello internazionale.

La comunità scientifica tende ad essere, sin dalle sue origini, risolutamente monoglotta. Non c’è scienza senza divulgazione e confronto vicendevole dei risultati: pubblicare nella lingua che la maggioranza padroneggia è necessario per non infrangere la cosiddetta unità del sistema scientifico globale, caratterizzato da affermazioni che possano essere esposte allo scrutinio degli esperti.

La storia recente mette in luce una evidenza: è inglese non solo il cuore tecnico del linguaggio scientifico, ma è inglese anche la lingua usata per parlare e argomentare di scienza. Il monolinguismo inglese ha soppiantato le altre lingue, imponendo, di fatto, l’anglificazione delle riviste e dei congressi nazionali. Ovverosia gli strumenti adatti alla rapida disseminazione delle nuove conoscenze hanno preso il sopravvento su quelli necessari alla loro stessa produzione. L’urgenza di esprimere le idee della scienza in una lingua comprensibile a tutti spiega la facile accettazione del monolinguismo anglofono come strumento di comunicazione.

Lucas van valckenborch, torre di babele, 1594

Ma come mai proprio l’ingleseSono state avanzate diverse ipotesi, legate alla storia politica e al peso militare recente dei paesi anglofoni, ma pare che queste tesi non riescano ad esaurire tutti i punti interrogativi. Verosimilmente accade che i lavori di un singolo individuo possano essere talmente importanti e influenti sul pensiero successivo da fare sì che la lingua in cui sono scritti diventi, per un periodo più o meno lungo, il mezzo espressivo ideale per esplorare le idee da essi generate.

Per esempio, Galileo e Cartesio decisero quasi sempre di pubblicare adottando la propria lingua madre, ovvero l’italiano e il francese. Grazie a questi scienziati l’italiano e il francese divennero così due lingue fondamentali per la trasmissione della cultura scientifica di quel tempo, e tali restarono nei decenni che seguirono in concomitanza con la progressiva perdita di importanza del latino. In seguito fu proprio Einstein, assieme a molti altri, a iniziare a pubblicare i propri lavori in lingua inglese, segnando l’inizio di quella che, almeno per il momento, sembra essere una vera e propria egemonia destinata a durare ancora a lungo.

La scienza ha certamente bisogno di uno stile e un lessico specifici, capaci di conferire ai fatti e alle ipotesi una forma coerente con i principi epistemici; in altre parole la scienza agisce seguendo modelli semplificati, che riguardano anche il linguaggio standard scientifico da adottare a livello internazionale.

Anche le attuali politiche valutative della scienza sembrano andare in questa direzione: gli indicatori relativi alla comunicazione scientifica primaria, proposti dalla Crui, tendono ad essere a favore di prodotti in lingua straniera, denominati E. Più in generale, in estrema sintesi, il sistema di valutazione della Crui dà un peso maggiore alle pubblicazioni effettuate su riviste indicizzate in banche dati specialistiche, su cui spicca, per importanza, la banca dati ISI. È di dominio pubblico che la Banca dati ISI presenti una evidente distorsione in favore delle riviste in lingua inglese, comportando effetti sulla presenza o meno di altre lingue nella comunicazione scientifica globale. Lo stesso si può dire per gli elenchi delle riviste scientifiche redatti dall’Anvur.

Un secondo campo di analisi, in tema di politiche linguistiche universitarie, riguarda la comunicazione scientifica secondaria, ovvero l’insegnamento, un ambito strettamente legato alla mobilità studentesca e dei ricercatori.

La lingua inglese, è vero, interviene Patrick Leech, delegato di Ateneo in tema di Multilinguismo e Interculturalità, diventerà probabilmente sempre di più la lingua di istruzione per corsi internazionali che vedono un’alta percentuale di studenti in mobilità e oppure stranieri ‘degree-seeking’. L’inglese come mezzo di istruzione (Emi – English as a medium of instruction) sta diventando sempre di più importante anche come area di ricerca linguistica. E’ già molto affermata come campo di studi in alcuni Atenei quali le Università di Tor Vergata, Padova e il Politecnico di Milano, e sta diventando un focus importante anche per l’Ateneo. L’obiettivo è quello di dare un sostegno linguistico adeguato sia ai docenti che agli studenti e al personale amministrativo a supporto dei corsi internazionali, tenuto conto dei parametri meno rigidi di inglese come lingua franca”.

Sandro Botticcelli Paradise, Canto VI (1490)

 

In questo scenario chiaro, nel quale risulterebbe anacronistico trincerarsi dietro ragionamenti di tipo nazionalistico, risulta tuttavia doveroso interrogarsi sulla necessità di promuovere un più generale sostegno alla pluralità linguistica europea e mondiale. Se si accetta l’assunto che è riduttivo parlare di lingue come strumenti neutrali di trasmissione di un sapere che prescinde dalla lingua nella quale esso è stato effettivamente sviluppato, ne consegue che a lingue diverse non corrispondono necessariamente le stesse produzioni intellettuali, e che quindi non è per forza di cose vero che il modo migliore per produrre conoscenza sia quello di farla passare attraverso un’unica lingua. Non vanno nemmeno trascurate le specificità disciplinari e i loro possibili “ancoraggi” alla lingua nazionale nel favorire la trasmissione del sapere, il che potrebbe complicare ulteriormente lo scenario già delineato.

Diversi esperti della materia pensano che una politica linguistica di maggior equilibrio possa garantire un certo grado di pluralità linguistica nel mondo scientifico e accademico, e di conseguenza negli spazi in cui tale pluralità possa manifestarsi e perpetuarsi: le pubblicazioni scientifiche e gli insegnamenti.

A fine 2017, a tal proposito, si è dato l’avvio in Alma Mater Studiorum ad un Coordinamento sulle politiche linguistiche di Ateneo, appositamente creato per aprire una discussione di ampio respiro su quali siano le politiche linguistiche cui oggi l’Università sia chiamata a dar corso, con quali obiettivi, in coerenza con il proprio piano strategico e in funzione delle prospettive di sviluppo della società.

L’analisi condotta ha fatto emergere, per esempio, l’esigenza di rafforzare il sostegno all’apprendimento delle altre lingue, utili a perseguire il disegno di un’Università multilingue e multiculturale, certamente a fronte della rilevanza e conseguente necessità di una più adeguata formazione nella lingua inglese.

Investire sulle competenze linguistiche, argomenta il prof. Patrick Leech, porta molteplici vantaggi, in primo luogo l’acquisizione della consapevolezza delle differenze e della complessità dell’interazione interculturale, cosa che diminuisce, a mio avviso, in culture monolinguistiche. La recente chiusura dimostrata nelle discussioni in Gran Bretagna sulla questione Brexit ne rappresenta un esempio eclatante”.

Più lingue possono (ma anche devono) coesistere per fare della mente stessa un fluido strumento di comunicazione plurale. Detto altrimenti: la questione di una lingua comune, come fattore decisivo per l’esercizio di una comune vita democratica si sposta dal piano esclusivamente linguistico al piano dei suoi presupposti. Vogliamo davvero, per esempio, che alla storia e al presente dell’Europa corrisponda una reale democrazia europea? Se la risposta è sì, bisogna costruire la comunanza di lingua, non come globalesisch o inglese commerciale, ma come pieno possesso di una lingua ricca di tutto il suo spessore e della capacità di arricchirsi degli apporti di tutte le culture e lingue dell’Europa.

Il discorso tenuto il 26 settembre 2017 da Emmanuel Macron alla Sorbona di Parigi può essere considerato un autentico Manifesto programmatico per il futuro dell’Europa, anche sulle politiche linguistiche europee: ”L’Europa sia cemento della cultura e del sapere (…) Creare un sentimento di appartenenza è il cemento più solido d’Europa. Dobbiamo rafforzare gli scambi, perché ogni giovane europeo abbia passato almeno 6 mesi in un altro paese europeo (50% di una classe di età nel 2024), che ogni studente parli almeno due lingue europee all’orizzonte del 2024”.

La European University Alliance, siglata recentemente tra alcuni Atenei europei, quali Freie Universität Berlin (Germania), Università di Bologna (Italia), Uniwersytet Jagielloński (Polonia), KU Leuven (Belgio), Universidad Complutense de Madrid (Spagna), Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne (Francia), vuole giustappunto creare lo sviluppo strutturale dello Spazio Europeo dell’Istruzione e dello Spazio Europeo della Ricerca, multilinguistico e multidisciplinare. Si tratta di un cluster di Università europee all’interno delle quali sperimentare nuove forme di internazionalizzazione che coinvolgano le tre dimensioni della didattica, della ricerca e della terza missione, con l’obiettivo finale di creare un ambiente favorevole allo scambio di docenti e di studenti, nonché di condividere programmi, materiali didattici, strumenti e metodologie per l’istruzione e la ricerca.

Gli studenti in mobilità si misurano con l’interazione quotidiana e sociale in lingue diverse, non solo in lingua inglese. il consorzio di Università europee di cui l’Alma Mater fa parte, infatti, ha posto il multilinguismo al centro delle sue priorità. Promuovere, inoltre, la mobilità piena comporta investimenti a medio e lungo termine, continua Leech. Si aprono aspetti delicati di prossima doverosa trattazione a livello europeo: promuovere la mobilità equivale a dire che i paesi ospitanti dovranno investire nell’istruzione degli studenti stranieri le cui tasse di frequenza in molti casi non si avvicinano nemmeno lontanamente a coprire le spese effettive dei loro studi. In realtà il paese ospitante finanzia l’istruzione della popolazione confinante senza riceverne nulla in cambio, e questa è una considerazione alla quale i Paesi membri dovranno trovare una soluzione adeguata”.

Nella scienza, e nel mondo accademico in generale, ciò che serve per approfondire ed elaborare è certamente più importante e complesso, quindi diverso dalla lingua che serve in seguito per divulgare e per confrontarsi: sarebbe paradossale per tutti parlare bene diverse lingue e non avere più niente da dire, o da pensare.

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