Le strategie e le risorse necessarie per azzerare gli infortuni e i morti sul lavoro entro il 2030

di Cesare Saccani e Marco Pellegrini.

Una transizione sostenibile dell’economia italiana è possibile senza investimenti in salute e sicurezza sul lavoro? E quali sono gli investimenti in grado di migliorare le attuali prestazioni del nostro sistema Paese rispetto al tema della sicurezza e salute dei lavoratori? Con quale approccio e con quali risorse l’Italia intende affrontare la sfida di azzerare entro il 2030 i decessi correlati al lavoro? A questi numerosi e importanti interrogativi hanno provato a rispondere il prof. Cesare Saccani (Ordinario di Impianti Industriali Meccanici – UniBo) e Marco Pellegrini, ricercatore senior presso lo stesso Dipartimento di Ingegneria Industriale UniBo. I due autorevoli scienziati hanno scritto recentemente un interessante articolo pubblicato nell’ultimo numero della rivista www.lettera150.it, coordinata dall’illustre giurista, prof. Giuseppe Valditara. 

prof. Cesare Saccani
Prof. Cesare Saccani

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), che si inserisce all’interno del programma Next Generation EU, vale complessivamente 261 miliardi (1) e si sviluppa intorno a tre assi strategici (digitalizzazione, innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale) e sei missioni.

Entrando nel dettaglio delle sei missioni, appare evidente come il tema della salute e sicurezza sul lavoro (Ssl) sia escluso dagli ingenti investimenti del Pnrr previsti nei prossimi anni per accompagnare ripresa economica e transizione verde e digitale del nostro Paese. Il costo per la società derivante dagli infortuni sul lavoro è stimato nel 2017 dalla Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo), in 2.680 miliardi di euro a livello globale, mentre vale 476 miliardi di euro per la sola Comunità Europea (2). In Italia, l’ultimo dato disponibile elaborato da Inail nel 2005 attesta il costo economico totale della non sicurezza attorno ai 45,4 miliardi di euro all’anno, di cui circa 27,6 miliardi di euro dovuti unicamente a infortuni sul lavoro, esclusi, quindi, gli infortuni in itinere, malattie professionali e infortuni a danno di lavoratori irregolari. Traendo spunto da questi dati l’Eurispes (3), considerando un costo per singolo infortunio di circa 50.000 euro, ha stimato anche per il 2008 costi economici e sociali intorno ai 43,8 miliardi di euro, pari al 2,8% del prodotto interno lordo. Di questo costo circa il 60% ricade direttamente sulle aziende, mentre il restante 40% è sostenuto dal sistema Paese (4): questo significa che il costo degli infortuni sostenuto direttamente dalle imprese nel 2005 è risultato pari a 16,6 miliardi di euro. Questo dato dovrebbe far riflettere non solo il mondo dell’imprenditoria, affinché sia reso consapevole di una coerente politica prevenzionistica, ma l’intero sistema Paese, dal momento che sullo stesso ricade il 40% del costo degli infortuni e delle malattie professionali.

 

Al di là dei fondamentali aspetti eti- ci, esiste dunque una leva economica che dovrebbe spingere lo Stato a investire in Ssl. D’altro canto, la politica non può prescindere da valutazioni di tipo etico, che compensa no la mera valutazione (o speculazione) di tipo economica. Infatti, se si dovesse valutare l’impatto economico in funzione della gravità degli infortuni (ovvero infortuni mortali, infortuni con inabilità permanenti e infortuni con inabilità temporanea), scopriremmo (5) che il maggior impatto in termini economici sia sul sistema Paese che sulla singola impresa è dato dagli infortuni con inabilità permanente, seguiti dagli infortuni con inabilità temporanea e poi dagli infortuni mortali. Invece, gli obiettivi che la politica deve porsi sono quelli di azzerare in primis gli infortuni mortali sul lavoro, posto che una classificazione gerarchica rispetto al contrasto agli infortuni sia necessaria nel percorso virtuoso di contrasto al fenomeno. La risoluzione del Parlamento europeo del 17 dicembre 2020 su un’Europa sociale forte per transizioni giuste (6) esorta gli Stati membri della Unione Europea a impegnarsi a eliminare i decessi correlati al lavoro e a ridurre le malattie professionali entro il 2030 e invita la Commissione a conseguire tale obiettivo attraverso una nuova strategia in materia di salute e sicurezza sul lavoro (Ssl). Con la comunicazione (7) del 28 giugno 2021 la Commissione Europea definisce un nuovo quadro strategico in cui la prevenzione dei decessi correlati al lavoro sarà possibile solo:

I) Effettuando indagini approfondite su in fortuni e decessi sul luogo di lavoro;

II) Individuando e affrontando le cause di tali infortuni e decessi;

III) Sensibilizzando maggiormente in merito ai rischi connessi agli infortuni e alle lesioni sul lavoro nonché alle malattie professionali;

IV) Rafforzando l’applicazione delle norme e degli orientamenti esistenti.

Il contrasto agli incidenti sul lavoro non può che basarsi su due pilastri: da un lato la disponibilità di dati aggiornati e intellegibili forniti a chi si occupa di contrasto agli infortuni, dal mondo della ricerca a quello della produzione industriale, dall’altro l’investimento in tecnologie avanzate a supporto di una maggiore automazione, digitalizzazione e innovazione impiantistica. Sul primo punto, occorre rilevare come l’imponente mole di dati messa a disposizione dalla Banca Dati Statistica di Inail risulti in taluni casi parziale e non completamente aggiornata. Ad esempio, le valutazioni disponibili sugli indici di frequenza e gravità (che sono, rispettivamente, il rapporto tra infortuni indennizzati e numero degli esposti e il rapporto tra le conseguenze degli infortuni indennizzati espresse in giornate perdute e numero degli esposti) sono ferme al triennio 2008-2010. Inoltre, se si passasse all’analisi degli infortuni denunciati per settore, si scoprirebbe che nei settori, ad esempio, dell’Industria e dei Servizi una quota annua variabile tra il 25 ed il 30% degli infortuni denunciati nel periodo 2016-2020 risulta “ancora da determinare”, generando dunque un grado di incertezza inaccettabile. Sul secondo punto, è indubbio come l’automazione e la digitalizzatone delle attività lavorative portino ad una riduzione della frequenza degli infortuni e della loro gravità (8).

Per portare l’innovazione tecnologica nelle aziende, ovvero all’utilizzatore finale, sono necessarie imprese in grado di progettare e costruire il singolo elemento innovativo a partire da attività di ricerca e sviluppo (R&S). Dunque, l’investimento in R&S si riversa sulla innovazione tecnologica, che ha l’obiettivo di rendere i processi industriali più efficienti e più efficaci. Poiché la mancata sicurezza è un costo, l’incremento di efficienza ed efficacia di un determinato processo non può che essere accompagnato da un incremento in-sicurezza. Nel 2000 Inail e Cer9 affrontano per la prima volta il tema della correlazione tra spesa in R&S e la salute e sicurezza “in fabbrica” (Ssl), analizzando i trend nel periodo 1976-1996. Nel 2010, assumendo che gli investimenti in innovazione producano l’effetto desiderato a distanza di un anno, viene costruita la così detta “curva di affinamento tecnologico”(10), in cui la riduzione percentuale dell’indice di frequenza (degli infortuni), rispetto all’anno 1976, misurata in Italia, è funzione degli investimenti in R&S per addetto nel settore dell’industria e dei servizi. Gli scriventi ampliano l’analisi della curva di affinamento tecnologico in termini di orizzonte temporale, abbracciando il periodo 1967-2013, e la correlazione viene valutata per tutti gli infortuni denunciati.

La figura 1 mostra l’andamento della curva di affinamento tecnologico nel caso degli infortuni denunciati. Si evidenzia un plateau compreso tra 80 e 600 € circa per occupato di investimento in R&S in cui la riduzione percentuale rimane com presa tra il 35% e il 45%, mentre oltre i 600 € di investimento si osserva un incremento della riduzione percentuale con trend quasi lineare rispetto all’incremento di spesa.

La figura 2 mostra l’andamento della curva di affinamento tecnologico nel caso degli infortuni denunciati con esito mortale. In questo caso si evidenziano tre zone “a gradino”: una prima fascia da 0 a 100 € di investimento per addetto in cui si osserva una riduzione degli infortuni denunciati con esito mortale sino quasi al 60%; una seconda fascia tra 100 € e 450 € in cui si osserva dapprima un incremento e poi una nuova riduzione degli infortuni denunciati con esito mortale, sino quasi al 70%; una terza fascia, tra 450 € e 850€, in cui l’incremento di riduzione è costante e lineare sino al 75% e segue l’incremento in investimento in ricerca e sviluppo. Si evidenzia, però, un nuovo “scalino” oltre gli 850 € in cui si nota un nuovo incremento degli infortuni denunciati con esito mortale.

L’analisi dimostra come esista una correlazione tra spesa in ricerca e sviluppo e miglioramento degli indici di riduzione sia degli infortuni denunciati che degli infortuni denunciati con esito mortale. La presenza di dati non omogenei sia sulla spesa in R&S che sugli infortuni raccolti nel periodo oggetto dell’analisi rende quantitativamente meno robusta la trattazione, ma restituisce un quadro qualitativamente chiaro rispetto ai macro-trend di quasi 50 anni di storia della Ssl in Italia. E’ del tutto evidente come l’obiettivo europeo dell’annullamento al 2030 delle morti sul lavoro possa realizzarsi solo attraverso la pianificazione di ingenti investimenti focalizzati sui temi della ricerca e sviluppo volti a incrementare automazione e digitalizzazione dei processi per migliora- re le condizioni di Ssl. Nel 2019 in Italia (11) risultano presenti 4.377.379 imprese, di cui il 96% circa con meno di 10 addetti. Le imprese con meno di 10 addetti occupa no il 43% dei lavoratori. Esiste, dunque, un numero elevato di a ziende e di lavoratori riconducibile al medesimo settore di impresa che può essere analizzato nella propria dimensione macroscopica di insieme, cioè come se fosse un’unica azienda, solamente dallo Stato. Queste aziende, infatti, spesso non hanno le risorse e la struttura per elaborare le informazioni generate a livello globale sugli impatti associati alla non sicurezza, e pertanto non riescono a valutare correttamente l’investimento in sicurezza dal punto di vista dei benefici economici attesi. Queste imprese vanno aiuta te e il Pnrr, nel caso trattato, può assumere un ruolo determinante anche perché interventi di questo tipo avrebbero impatti positivi, e relativi benefici economico-sociali, su diversi piani.

Per le piccole imprese, dunque, si possono ritenere assai efficaci gli strumenti di stimolo e incentivo all’investimento, ad esempio incentrati sulla sostituzione o sull’adeguamento delle infrastrutture e degli impianti impiegati nei processi produttivi. Schemi quali l’incentivo alla rottamazione, il credito d’imposta o il modello industria 4.0, oppure soluzioni simili al bonus 110%, lanciato per il settore edile, possono risultare efficaci nel raggiungere l’obiettivo di svecchiare il parco impiantistico italiano, aumentando il grado di innovazione e digitalizzazione delle imprese più piccole. Gli effetti positivi di tali incentivi sarebbero molteplici e su vari livelli: in primis, le imprese potrebbero beneficiare di minori costi legati alla non sicurezza, oltre ad un incremento di produttività ed efficienza, con conseguente incremento della marginalità. Per lo Stato, vi sarebbe un immediato ritorno economico dato:

I) Dai minori costi sociali derivanti dalla non sicurezza,

II) Dai maggiori introiti fiscali legati ad un aumento delle vendite di macchinari e impianti ad alto contenuto tecnologico,

III) Dai maggiori introiti fiscali derivanti dall’incremento di marginalità delle imprese beneficiarie.

Inoltre, poiché le tariffe Inail sono legate al rischio di infortunio per lo specifico settore in cui ogni impresa opera, una riduzione degli infortuni statisticamente rilevante porterebbe ad un incremento degli introiti da parte di Inail poiché, a fronte della medesima quota di premio assicurativo, Inail si troverebbe a dover rimborsare un numero inferiore di infortunati. Queste risorse (potenziali) aggiuntive potrebbero essere “scontate” da Inail direttamente alla fonte attraverso una riduzione progressiva delle tariffe, oppure reimmessa nelle aziende stesse per finanziare ulteriori investimenti in innovazione/ Ssl. Nel caso delle grandi aziende, invece, lo scenario è completamente diverso, poiché esse hanno una intrinseca predisposizione all’investimento per motivi legati alla competitività dei processi produttivi che richiedono il mantenimento di standard elevati per rimanere sul mercato.

Per sua natura, quindi, la grande azienda investe in innovazione. In questo caso, lo Stato può stimolare l’innovazione di più alto livello ovvero quella più “rischiosa” (che più si avvicina alla ricerca di base), in termini economici, supportando investimenti che altrimenti risulterebbero economicamente non vantaggiosi anche per la grande azienda, in prospettiva di breve termine.

 

Note

1. https://www.mef.gov.it/focus/Il-Pia no-Na ziona- le-di-Ripresa-e-Resilienza-PNRR/

2. https://visualisa tion.osha.europa.eu/osh-costs#!/

3. Eurispes, Rapporto Italia, 2010.

4. Sistemi di gestione contro gli infortuni: dall’Inail, i primi dati sull’efficacia, Ambiente & Sicurezza n. 18/2008.

5. Il costo della “non sicurezza”, Ambiente & Sicurez- za n. 20/2010.

6. 2020/2084 INI.

7. COM 2021/323.

8. <https://osha.europa.eu/en/emerging-risks/developments-ict-and-digitalisation-work>

9. INAIL-CER, Modernizzazione dei Processi produttivi ed emersione dei costi sociali, 2000.

10. Il costo della “non sicurezza”, Ambiente & Sicurezza n. 20/2010.

11. http://da ti.ista t.it/Index.aspx?QueryId=20771

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