LE TRAPUNTE DI CHANGI

di Emilia Fornari

L’amore è sutura.

Sutura, non benda, sutura – non scudo

(Oh, non chiedere difesa!)

Sutura, con cui il vento è cucito alla terra,

come io a te sono cucita.

(Marina Cvetaeva)

Domenica 8 marzo 1942, un lungo corteo di donne e bambini sta attraversando la città. Avanzano lentamente, alcune con un bimbo al collo, altre per mano, altre ancora da sole, ma vicine vicine le une alle altre, come per tenersi al caldo anche se è primavera e qui, a Singapore, ci saranno almeno trenta gradi.

È l’inizio del periodo che da febbraio a giugno anticipa il monsone da Sud-Est , il più caldo e il più pesante dell’anno. Vicine vicine, ma non certamente per il freddo e queste donne lo sanno bene: loro, lì a Singapore ci vivono già da anni.

 

Otto marzo. Questo corteo non ha ovviamente nulla a che vedere con la “Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale”, che verrà celebrata in tutto il mondo in quella data solo a partire dal dicembre del 1977.

 

Nulla a che vedere… o forse no. Talvolta il caso interviene nella vicende umane con una mira e una perfidia tali da non meritare nemmeno più il nome di caso.

 

In quel corteo e lungo la strada faticosamente percorsa in quella domenica torrida e umida da circa cinquecento donne con le loro bambine, sono presenti tutti i temi che hanno da sempre caratterizzato le battaglia delle donne fin da quel lontano 1907 a Stoccarda: l’atteggiamento da tenere in caso di una guerra europea, il colonialismo, lo sfruttamento operato dai datori di lavoro ai danni delle operaie in termini di basso salario e di orario di lavoro, le discriminazioni sessuali e non ultimo, suggello e bandiera, il diritto di voto.

Tutti temi che vedremo riaffiorare, anche se sottotraccia, sullo sfondo del nostro racconto, mentre camminiamo insieme con loro.

Singapore, proprietà britannica dal 1819, era diventata coi suoi quasi ottantamila abitanti in gran parte cinesi, “Colonia della Corona” dal 1867 e la sua base navale ospitava non meno di diecimila sudditi dell’Impero. Con le loro famiglie. Con i loro bambini.

Photograph of four skeletal soldiers. Archives & Manuscripts Keywords: Cicely Delphine Williams
L0025435 Prisoners in Changi Jail, Singapore.
Credit: Wellcome Library, London. Wellcome Images
[email protected]
http://wellcomeimages.org
Photograph of four skeletal soldiers.
Photograph
circa 1943 Published: –
Copyrighted work available under Creative Commons Attribution only licence CC BY 4.0 http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/

Nel febbraio di quell’anno 1942, al culmine della Seconda Guerra Mondiale, Singapore cade in mano ai giapponesi e viene subito ribattezzata Syonan-to, “Luce dell’Isola del Sud”. Nulla hanno potuto i centotrenta mila soldati inglesi di stanza sull’isola che si aspettavano un attacco dal mare: il nemico, solo sessantamila giapponesi, è arrivato alle loro spalle, dallo stretto di Johore. La battaglia di Singapore, pesantissima sconfitta morale, politica e strategica, viene definita da Winston Churchill il disastro più grave e la più grande capitolazione della storia britannica.

Abitazioni, uffici, ospedali, circoli ricreativi e alberghi gestiti da truppe alleate e abitati dalle loro famiglie vengono requisiti e vengono rastrellati tutti i civili malesi, cinesi e inglesi; le forze nipponiche danno inizio a una sistematica e studiata opera di repressione e di violenza contro la popolazione di Singapore che inizia il 18 febbraio e si prolunga fino al 3 marzo causando più di cinquemila morti.

Oggi otto marzo 1942 il nostro corteo si incammina dipanandosi in una lunga colonna, fra due ali di ex-servitori, ex-balie, ex-cuoche, ex-autisti, ex-giardinieri che avevano lavorato duramente e spesso mal pagati per rendere confortevole e piacevole la vita della comunità inglese che aveva posseduto e governato l’isola fino a quel momento: cinesi e malesi assistono al passaggio e all’umiliazione delle loro ex-padrone inglesi e delle loro figlie.

Tutte portano una valigia, una sola e dentro quel che del loro mondo è stato loro permesso di portare con sé dai vincitori giapponesi.

Sono dirette alla prigione di Changi, uno dei campi di prigionia a Est dell’isola. A piedi.

Dista 15 chilometri. I loro mariti sono destinati ad un altro campo poco distante, ma separato.

Le famiglie più fortunate si riuniranno soltanto dopo tre anni.

Changi era stata in origine principalmente una palude e una giungla infestate da zanzare della malaria, prima di essere bonificata nel 1890 dagli inglesi e destinata a divenire luogo di residenza estiva assai apprezzato per la sua tranquillità e poco distante dal caotico e afoso centro della città.

 

Locandine del film "Qualcuno da odiare"
Locandine del film “Qualcuno da odiare”

In previsione della guerra, già negli anni ’20 gli inglesi avevano iniziato a rafforzare la loro presenza militare nell’area facendo costruire caserme, un carcere e quello che diventerà il famigerato Changi Hospital, sfruttando per questo scopo l’opera di lavoratori cinesi e indiani a bassissimo costo portati dalla città.

Il campo di prigionia, già carcere per seicento detenuti, è sovraffollato: saranno quasi quattromila le donne che verranno liberate nel ’45. La vita dura, ai limiti della sopportabilità di coloro che erano stati internati sarà descritta nel romanzo di James Clavel Il re del 1962, dal quale sarà tratto nel 1965 il film Qualcuno da odiare di Bryan Forbes.

Le cinquecento donne inglesi giunte a Changi con le loro bimbe si troveranno ad affrontare denutrizione, violenze, malattie e decessi ai quali si aggiungerà l’angoscia per i propri cari dei quali non sanno più nulla, internati come loro in una struttura poco distante o ricoverati per le ferite nel famigerato ospedale-prigione. Così vicini e così irraggiungibili.

Ethel Mulvaney, una di loro, ha un’idea per aprire e tenere un contatto con i propri uomini non lontani. Chiede ai responsabili del campo di Changi di essere autorizzata a lavorare insieme a un gruppo di prigioniere alla produzione di tre trapunte destinate ai pazienti dell’ospedale-prigione: una per gli australiani, una per gli inglesi e una anche per i giapponesi feriti che vi vengono curati.

Il progetto, presentato come dono di conforto, gesto di cura tutto femminile per i sofferenti, strategicamente generoso anche verso i vincitori giapponesi, viene accettato.

Una volta al mese, scortata, Ethel Mulvaney si reca al mercato per acquistare i filati.

Il compito è semplice e alla portata di tutte le donne del campo: ciascuna riceverà un quadrato di stoffa di quindici centimetri per quindici sul quale ricamare una immagine personale, qualcosa che racconti di sé, che trasmetta fiducia e amore. Ogni trapunta sarà composta da sessantasei quadrati diversissimi fra loro e cuciti insieme; letti uno dopo l’altro raccontano di una capacità non comune di resilienza.

Particolare di una delle trapunte di Changi
Particolare di una delle trapunte di Changi

Il soggetto ricamato, sempre accompagnato da una firma piccolissima e leggera, deve contribuire a rassicurare chi riceverà la trapunta e riconoscerà la firma che ha ricamato quel quadrato, saprà così che la sua sposa, sorella, madre, fidanzata, è ancora viva, che resiste pervicacemente per poter tornare a casa, alla sua casa.

Ci si aspetterebbe di vedere un manufatto triste, a tratti cupo, silenzioso testimone di un momento davvero difficilissimo e disperato; invece compaiono fiori di campo teneri e delicati, farfalle che volano libere, paesaggi inglesi con pecore che pascolano placidamente, velieri che solcano oceani tranquilli, interni intimi e caldi di case inglesi, un salotto blu elegante illuminato da una lampada, bandiere e simboli patriottici che trasmettono nostalgia e amore…

 

Le mani operose delle donne di Changi non si sono limitate alle tre trapunte di Ethel Mulvaney.

Ben prima e senza il beneplacito della direzione del campo, un gruppo di bambine e ragazze della Baracca 16, di età compresa tra gli otto e i sedici anni, ha messo insieme di nascosto e a rischio di terribili punizioni, settantadue diversi esagoni ricamati.

L’idea è stata di Elizabeth Ennis, la più grande di loro, la quale per dare un senso alle giornate e uno stimolo alla sopravvivenza emotiva e spirituale delle compagne più giovani , le aveva organizzate come se fossero un gruppo di girl scout.

Una specie di gioco, finalizzato a far sentire che anche in quel contesto di disperazione e di orrore La vita è bella

Con aghi ricavati da fili di ferro pazientemente affilati sulle pietre, fili scuciti dai poveri indumenti che ancora le rivestono e brandelli di stoffa ricavati dai sacchi del riso nascosti a loro rischio e pericolo, le giovani donne hanno realizzato una trapunta da regalare a Elizabeth per il suo compleanno, dopo averla firmata, ricamato con un filo sottilissimo i loro nomi.

Elizabeth ci aggiungerà la figura di un angelo e la propria firma.

Sarà lei stessa a portare in Inghilterra la trapunta, quando vi farà ritorno insieme al marito John, sopravvissuto.

Credo che la paura più grande di queste ragazze, probabilmente superiore perfino della paura di essere scoperte, comune anche alle altre donne di Changi, fosse forse quello di essere dimenticate a morire in quell’inferno; di dimenticarsi perfino di loro stesse, del loro mondo di affetti e del sogno che le spingeva a resistere resistere resistere.

La trapunta inglese, insieme con gli altri ricami da Changi, è conservata presso la sede della Croce Rossa Britannica. I meravigliosi e commoventi manufatti, di cui vi ho raccontato la straordinaria vicenda, sono ancora oggi visibili fin nei loro più piccoli e teneri dettagli, insieme con la tovaglia blu di Mary Thomas recante le centoventisei firme ricamate delle sue compagne e con il telo rosso bianco e blu della quattordicenne Vilma Stubbs con le sue quarantanove firme.

Lungo il bordo del lenzuolo che raccoglie le duecentosedici firme raccolte da Linda Lacey, Linda stessa ci ha raccontato con ago e filo la vita quotidiana a Changi : una ciotola di riso, una cella ricamata in scala, un uomo scheletrico che fruga tra i rifiuti e persino una bandiera giapponese che sventola su una torretta di avvistamento del campo, con tanto di didascalia.

Coraggiosamente ricamata con mano sicura, sventola la scritta “la Bandiera della Tirannide”.

Per approfondire: immagini, biografie e molto altro nel sito http://changi.redcross.org.uk/

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