L’effetto Narciso all’epoca delle videochiamate spiegato dal prof. Mazzoni del Campus di Cesena

Abbiamo parlato dell’effetto Narciso, o il suo opposto, all’epoca delle videochiamate con il prof. Elvis Mazzoni, docente di Psicologia del Campus di Cesena. Con la pandemia, infatti, è profondamente mutata la frequenza con cui ci confrontiamo con la nostra immagine: il passaggio alla modalità online del lavoro e l’uso di piattaforme di meeting virtuale, diventate anche ora, dopo la fine della fase emergenziale, strumento ordinario per riunioni, hanno aumentato a dismisura il tempo che spendiamo per osservarci. Oltre all’immagine delle persone in videocall, sul monitor del nostro personal computer appare anche la visualizzazione di quanto riprodotto dalla nostra stessa webcam. E quindi sappiamo quello che gli altri stanno guardando di noi, compreso noi di noi stessi.

Prima della pandemia c’era chi passava davanti allo specchio ore ed ore, chi non si specchiava mai (ma proprio mai!), chi magari lo faceva frettolosamente in bagno con disattenzione, chi aveva sempre considerato lo specchio come un amico e chi invece come un acerrimo nemico. In ogni caso, in precedenza, se e quanto specchiarsi era il frutto di una scelta individuale e consapevole, mentre ora è di fatto una parte integrante del nostro tempo lavorativo.

Elvis Mazzoni

“Si tratta di un fenomeno che può avere effetti sul senso di insoddisfazione corporea in alcune persone. Numerosi studi hanno messo in correlazione la diffusione delle videochiamate con l’aumento della dismorfofobia, il disturbo psichico che porta ad ingigantire le proprie imperfezioni o presunte tali. E’ più esposto alla dismorfofobia chi ha tratti di personalità perfezionistica, livelli abbastanza bassi di autostima e debole estroversione”, interviene il prof. Elvis Mazzoni, docente di Psicologia del Campus di Cesena.

Se nell’attività svolta in presenza non consideriamo di solito per tutto il tempo come appariamo agli occhi dei nostri interlocutori, nel corso delle videochiamate la presenza della telecamera ci permette di avere un feedback continuo sia della nostra immagine sia di quella delle persone con cui stiamo dialogando. Afferma ancora il prof. Mazzoni: “Il pericolo è sovraccaricare il nostro sistema di auto-rappresentazione: ossia correggere involontariamente la presentazione di noi stessi molte volte di più rispetto a quanto faremmo nelle interazioni faccia a faccia nel mondo reale, non senza sforzo, non senza finzione. Correggiamo la postura, l’angolazione del nostro sguardo e altri aspetti similari. Alcune persone tendono all’opposto a vivere nella fiera delle vanità e, di conseguenza, ad essere ossessionate costantemente dalla propria immagine davanti allo schermo. E quando si è ossessionati dalla propria immagine, diventa necessario doverla controllare o addirittura falsare”.

Non è raro, per fare alcuni esempi comuni, creare e impostare lo sfondo ripreso dalla nostra webcam come se fosse un vero e proprio set cinematografico, arricchendolo di libri e di oggetti che possano catturare il consenso altrui, ovvero ‘reputazionali’ (un manifesto di una mostra, una foto accattivante, una finestra con uno scorcio immaginifico, ecc.), o ancora acconciarci in funzione della ‘messa in onda’.

Lo schermo, da un lato, mantiene gli altri a distanza, ma dall’altro ci offre anche vie di fuga: alzi la mano chi in questi due anni, sentendosi in una situazione di disagio, non abbia millantato di avere una pessima qualità di connessione alla rete e di dover essere costretto perciò a disattivare la telecamera. Lo schermo ci permette, rispetto all’attività svolta in presenza, di nasconderci un po’, ma al tempo stesso certamente cattura e fissa la nostra immagine, e assieme ad essa il pensiero distorto della reputazione sociale che ne risulterebbe associata.

Conclude il prof. Mazzoni: “Confrontarci continuamente con la nostra immagine ha generato un duplice aspetto critico: non sempre ci piacciamo, e quindi potrebbe non piacerci il conseguente vissuto che ne deriva; e se capita che non ci piacciamo, dobbiamo poi affrontare la vita reale, ovvero la presenza sociale in mezzo agli altri, consapevoli di questo e quindi del fatto che potremmo non piacere anche agli altri”.

Ci sono piccoli accorgimenti per provare a disinnescare, almeno in parte, questi meccanismi: utilizzare lo schermo per visualizzare gli altri invece che noi stessi, letteralmente provare a toglierci di mezzo cercando di osservare i visi degli altri piuttosto che la nostra immagine. E soprattutto, anche se potrà sembrare una banalità, provare ad essere normali, dischiuderci agli altri. 

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