L’era dell’Antropocene. L’arte contemporanea in dialogo con l’ecologia

Negli ultimissimi anni stiamo assistendo a un dialogo sempre più frequente tra le arti visive e performative, le scienze ambientali e la storia della civiltà. Da parte degli artisti è evidente una volontà di esplorare la crisi ecologica che il nostro pianeta sta vivendo; del resto la terra nei suoi 250 milioni di anni ha vissuto i suoi cambiamenti più significativi (ed evidenti) perlopiù negli ultimi 10.000, ovvero dall’avvento dell’uomo. Le incursioni umane sono così pesanti che il loro effetto è destinato a perdurare e a influenzare il corso delle ere geologiche, è così che l’Olocene, il periodo più recente della storia geologica della Terra, diventa Anthropocene (da antropos, età dell’uomo).

Se gli esseri umani sono la forza più determinante sul pianeta è quindi ovvio che lo siano nel bene e nel male: da un lato il suo sfruttamento (le estrazioni minerarie, l’industrializzazione, l’agricoltura) e la sua intensa urbanizzazione hanno garantito e garantiscono all’uomo la sopravvivenza, la crescita e lo sviluppo ma dall’altro questi stessi fenomeni ne cambiano irrimediabilmente la connotazione fisica.

Come non considerare poi l’inquinamento, la questione più grave e complessa: l’eccesso di CO2 e il cambiamento climatico finalmente hanno catalizzato l’attenzione dei media e si sta diffondendo più consapevolezza anche grazie alle campagne di sensibilizzazione degli attivisti (l’account @GretaThumberg conta 3,8 milioni di follower su Twitter e oltre 9 milioni su Instagram mentre @Greenpeace ne conta rispettivamente 1,9 e 3 milioni). È così che la presenza pervasiva della plastica e del cemento, i fenomeni di deforestazione ed estinzione di specie animali e ogni altra variazione sul tema entrano a gamba tesa nello scenario dell’arte contemporanea, caratterizzando buona parte delle principali mostre che si sono svolte nell’anno appena concluso.

Al MAMBo di Bologna la mostra Julian Charriére “All we ever wanted was everithing and everywhere” a cura di Lorenzo Balbi, svoltasi la scorsa estate, è stata la prima personale dell’artista svizzero in una istituzione museale. I luoghi analizzati e raccontati in questa mostra, scenari dal fascino esotico, decadente e post-atomico, sono stati contaminati dall’uomo con intenzioni e conseguenze nefaste eppure il messaggio dell’artista non è soltanto (o non è affatto) un monito sul tema ecologista ma una semplice documentazione dei fatti. Più che richiamare a un senso di responsabilità collettiva sulla questione ecologica, l’artista utilizza l’ambiente e le tracce della sua contaminazione come simboli della presenza dell’uomo, della sua immersione in esso come in un ventre materno. Dalla suggestiva e personale visione delle isole del Pacifico, collegata al libro scritto a quattro mani con Nadim Samman As We Used to Float (K. Verlag, Berlino 2018, edita in italiano per l’occasione da Edizioni MAMBo), passando per il sito di Semipalatinsk, nel Kazakistan orientale, ex poligono atomico appartenente all’Unione Sovietica, l’artista ha documentato i relitti degli esperimenti militari ma anche le forme di vita vegetale che proliferano sulla superficie di questi monumenti involontari, a dimostrazione che la natura continua inesorabile un proprio percorso, anche se deviato dall’intervento distruttivo dell’uomo. Con l’istallazione multimediale “The gods must be crazy” Charriére ha condotto i visitatori in misteriosi fondali a profondità talmente elevate da essere raggiungibili solo da macchine. Ogni schermo, proiettando un dettaglio di resti post umani, ha operato una sorta di indagine tra lo scientifico e l’antropologico, dimostrando come la vita dell’uomo sulla terra comporta il suo cambiamento genetico ma non la sua fine: ogni oggetto trovato nel fondale diventa un nuovo luogo abitato dalla natura, conquistando un proprio posto nell’equilibrio del tutto. http://julian-charriere.net/

 

 

Con la mostra multimediale Anthropocene – The Human Epoch, curata da Urs Stahel, Sophie Hackett e Andrea Kunard e composta da immagini fotografiche di Edward Burtynsky e da un documentario dei registi Jennifer Baichwal e Nicholas De Pencier, il registro cambia e l’obiettivo diventa riflettere e capire temi come la perdita della biodiversità terrestre e i cambiamenti climatici. La mostra è stata organizzata dalla Art Gallery of Ontario e dal Canadian Photography Institute della National Gallery of Canada in partnership con la Fondazione MAST di Bologna. Inaugurata lo scorso 16 maggio presso il MAST e rimasta aperta fino a pochi giorni fa, anche la prospettiva del paesaggio cambia e dai fondali marini del MAMBo si passa a uno sguardo dall’alto, vedute aeree con incursioni nella realtà virtuale e aumentata.

Burtynsky mostra diversi tipi di rapporto uomo-ambiente tra cui le miniere di potassio nei monti Urali in Russia, le vasche di evaporazione del litio nel Deserto di Atacama, la lavorazione del marmo di Carrara nell’Appennino Tosco-Emiliano, le cave di carbone di Hambach in Germania, le megalopoli africane e i problemi relativi alla barriera corallina australiana, mai come ora, purtroppo, al centro dell’attenzione mondiale a causa del disastro ecologico in atto (che, ricordiamolo, ha devastato un territorio pari alla dimensione dell’Irlanda). Il documentario si pone a corollario delle suggestive immagini fotografiche; già premiato nell’edizione 2018 dal Toronto International Film Festival, e trasmesso in occasione della mostra allestita in contemporanea all’Art Gallery of Ontario di Toronto e alla National Gallery of Canada di Ottawa, ha avuto anche una proiezione speciale in Piazza Maggiore durante la rassegna estiva Sotto le stelle del cinema. https://anthropocene.mast.org/

Gli scenari e le atmosfere evocate dalle due mostre non sono e non possono essere tra i più rassicuranti, eppure siamo lontani da toni apocalittici e allarmismi. C’è qualcosa di molto più profondo e complesso nella tendenza degli artisti contemporanei internazionali a parlare del nostro pianeta e dei suoi cambiamenti: una volontà a esplorare una possibile ecologia di co-esistenza tra umani e non-umani. È ciò che ha mosso il collettivo di artisti giapponesi di formazione e competenza diversa che hanno animato il progetto audiovisivo CosmoEgg, a cura di Hiroyuki Hattori, presentato all’ultima Biennale d’Arte di Venezia e che nel 2020 sarà ricostruito a Tokyo e presentato al pubblico giapponese.

 

 

 

 

In tutto il mondo esistono miti legati ai disastri naturali e alla creazione del mondo ma sono particolarmente numerosi in regioni come il Giappone, terra con una lunga storia di catastrofi ambientali come le esplosioni atomiche, i terremoti e gli tsunami. CosmoEgg (uovo cosmico) prende il nome dal mito cosmogonico della creazione dell’Universo e trova ispirazione proprio dalla mitologia della creazione. L’ambizioso progetto nasce dalla collaborazione tra l’artista Motoyuki Shitamichi, il compositore Taro Yasuno, l’antropologo Toshiaki Ishikura e l’architetto Fuminori Nousaku e parte dalla scoperta di rocce portate sulla terra ferma dagli tsunami nell’arcipelago dell’isola di Okinawa. Ishikura, specializzato in mitologie folkloristiche, ha composto una nuova narrazione mitologica che collega le diverse leggende legate allo tsunami. La serie fotografica Tsunami Boulder (massi del maremoto) di Shitamichi documenta il posizionamento di queste enormi rocce in diverse parti del Giappone. Yasuno e Nousaku, infine, creano il corretto sfondo rispettivamente sonoro e espositivo per connettere questi universi, in modo da riprodurre quanto avviene in natura, a dimostrazione che al mondo sono possibili nuove forme di collaborazione in ogni (eco-)sistema: sociale, politico e ambientale. Generate da una catastrofe naturale, queste rocce, monumenti della natura, hanno conquistato un loro ruolo fondamentale e attivo nei diversi ambienti in cui sono state catapultate, divenendo simbolo dei disastri naturali come parte del naturale ciclo della vita. Come per le contaminazioni umane raccontate da Charriére, diventano parte di ecosistemi autosufficienti, raccontandoci qualcosa del futuro che attende noi, il nostro pianeta e il nostro ecosistema. https://2019.veneziabiennale-japanpavilion.jp/

Photo credits

  1. Ingresso del MAMBo (http://www.mambo-bologna.org)

  2. Julian Charriére, The gods must be crazy, istallazione multimediale a 49 canali (foto mia) 3. Interno del MAST (foto Christian Richters https://www.artribune.com/attualita/2014/03/il-futuro-e-un-mast-intervista-con-isabella-seragnoli/)

  3. Edward Burtynsky, Miniera di potassa di Urakali N.4, Berezniki, Russia, 2017 (foto da catalogo mostra) 5. Motoyuki Shitamichi, Tsunami Boulder, video (https://www.nonsolocinema.com/cosmo-eggs-il-giappone-alla-biennale.html)

  4. Motoyuki Shitamichi, Tsunami Boulder, pannello con il dettaglio delle tsunamiishi (http://www.artext.it/Artext/Motoyuki-Shitam

 

 

Note di Lara de Lena

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Franca Pili

Franca Pili

Segreteria CUBo

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