L’innovazione didattica è un orizzonte, tende verso il miglioramento continuo

di Francesca Montuschi

L’innovazione si poggia su una organizzazione capace di ristrutturarsi e su docenti che migliorano le proprie competenze, quali designer del rinnovamento.

 

I docenti universitari sono sempre più spesso chiamati a lavorare come comunità, condividendo valori, obiettivi, pratiche, ovverosia sono oggi investiti di nuove funzioni complesse, multiple e interconnesse. Il docente non è più solo dispensatore di conoscenze ma vero e proprio manager dell’apprendimento.

Il corpo docente è di fatto largamente coinvolto in attività di pianificazione, organizzazione, coordinamento, monitoraggio, valutazione e controllo della qualità, compiti per i quali diventa doveroso attivare un processo riflessivo collettivo e opportune metodologie per accompagnare i professori verso una maggior comprensione del loro ruolo, e quindi verso una progressiva innovazione del loro insegnamento, che possa essere capace di guardare verso standard sempre più di eccellenza.

In questo senso la “cultura della valutazione” intesa come “cultura del miglioramento”, assieme alle informazioni acquisite da dispositivi di indagine, fornisce feed-back utili per migliorare la didattica, e al tempo stesso permette di misurare l’efficacia dell’insegnamento e soprattutto di ottenere dati per intervenire in modo mirato nella direzione di una maggiore qualificazione della docenza.

“L’Università conserva, memorizza, integra, ritualizza un’eredità culturale di saperi, idee, valori, metodi; la rigenera mentre la riesamina, la attualizza, la trasmette; genera saperi, idee, valori che rientreranno nell’eredità – ci ricorda Morin -.  Così essa è conservatrice, rigeneratrice, generatrice di nuovi saperi e di nuovi metodi”.

L’ indagine Trends 2015: Learning and Teaching in European Universities, realizzata dalla EUA , palesa la consapevolezza, nello specifico, da parte delle Università del bisogno di trasformare i processi e i metodi di apprendimento, toccando certamente anche la professionalità educativa dei docenti universitari.

È naturale poi che l’avvento di sistemi nazionali e internazionali di valutazione della qualità dell’insegnamento erogato abbia posto in essere un sempre maggiore interesse verso tale tema, incentivando studi ed iniziative che però, al momento, appaiono spesso disarticolati e poco organici in Italia, espressione quasi esclusivamente della buona volontà delle organizzazioni di rinnovarsi al proprio interno.

La valutazione della didattica non può essere di fatto solo uno strumento sostanzialmente di accountability organizzativa della istituzione, ma deve superare e affrontare tre aspetti rilevanti.

Il primo riguarda l’illusione che il sapere disciplinare possa essere insegnato secondo l’estro individuale del docente, e non invece ricercato, condiviso, vissuto, finalizzando la formazione non tanto alla trasmissione delle conoscenze e abilità, quanto al cosiddetto secondo livello del curricolo, ovvero l’insegnare a pensare, l’insegnare ad usare un metodo critico uscendo dagli schemi, l’insegnare ad imparare per imparare, costruendo così il proprio personale progetto di vita professionale.

Il secondo riguarda la necessità che l’insegnamento sia scholarship, ovvero reso pubblico e disponibile per le comunità, che lo possono poi osservare, studiare, criticare e utilizzare per costruire scientificamente ulteriori percorsi di sviluppo e per riconoscere e valorizzare l’importanza e la pratica del buon insegnamento.

Il terzo ambito è istituzionale e riguarda la necessità di attivare forme di riconoscimento delle pratiche didattiche eccellenti in vista delle progressione di carriera, motivando i docenti alla partecipazione a programmi di sperimentazione didattica, come base per lo sviluppo della propria professionalità accademica, dalla forma iniziale da integrare nei percorsi di dottorato alla ulteriore frontiera della formazione continua.

Una didattica di qualità e innovativa richiede interventi strutturali e di servizio, da abbinare necessariamente ad una adeguata professionalità dei docenti.

L’assunto della riflessione pare presupporre che, se non si elevano le competenze dei docenti, difficilmente si conseguiranno traguardi significativamente rilevanti nella qualità della didattica.

La raccomandazione 04 di Modernisation of higher education prevede lo sviluppo di azioni dirette al rafforzamento della preparazione della docenza universitaria. Nel sistema universitario italiano, il problema viene posto per la prima volta all’interno del modella AVA- Anvur: le Università sono responsabili della qualità del proprio personale e hanno il dovere di fornire supporto per operare in modo efficace e migliorativo.

Per supportare i docenti nella transizione verso il loro nuovo e sempre più complesso ruolo, la sfida è di promuovere una riflessione costante e un ampio ripensamento delle pratiche didattiche nella prospettiva di una sempre maggiore centralità dello studente.

“Unibo ha deciso di lavorare su più fronti e in modo sinergico, il modello che abbiamo concepito pone lo studente al centro delle azioni. Abbiamo rappresentato una serie di cerchi concentrici: studente, organizzazione, docente – interviene Elena Luppi, delegata all’innovazione didattica -.

Il tutto ha preso l’avvio da un percorso di ricerca e formazione coordinato da alcuni docenti del Clef, corso di laurea in “Economia e finanza” in cui i docenti si sono posti il problema di come migliorare e adeguare il loro metodo di insegnamento, un quesito che poteva trovare soluzione proprio nella innovazione didattica.

Non ci hanno chiesto di dare loro ricette preconfezionate, ma di indagare il problema, assieme a loro. L’esperienza del Clef, che si connota come ricerca valutativa, è stata il punto di innesco per il Rettore Francesco Ubertini  per far partire azioni sinergiche sulla innovazione didattica”.

“I docenti rappresentano il motore – aggiunge Barbara Neri, responsabile del settore “Quality Assurance e innovazione didattica” – dell’innovazione nell’insegnamento e nell’apprendimento. Si pongono quindi come guide, facilitatori dei processi di apprendimento, a sostegno degli studenti nell’acquisizione dei saperi disciplinari e delle competenze strategiche e trasversali. Al contempo rivestono un ruolo essenziale come osservatori privilegiati di questi stessi contesti di insegnamento-apprendimento.

In questo ambito l’Università di Bologna, come un’organizzazione che apprende, riscrive dunque il proprio sistema, portando a convergenza le due anime dell’innovazione in un unico processo che mette al centro lo studente e supporta il docente in un percorso di miglioramento continuo della qualità della propria didattica”.

L’approccio è dunque quello di una formazione verso i docenti universitari di tipo continuo, diffuso, una opportunità ben identificata ed accessibile a tutti i docenti, graduale in base alle responsabilità che caratterizzano il loro ruolo, e anche riconosciuta. Vale a dire a tendere deve essere “certificata” ed incentivata attraverso appropriati dispositivi valutativi.

Nella prospettiva europea infatti è responsabilità dell’Ateneo sia la valutazione per la professionalità, sia la valutazione della professionalità. La prima è funzionale all’innalzamento delle competenze, la seconda si orienta alla primalità.

La creazione di un Centro per l’innovazione didattica dell’Ateneo si configura come un “mediatore” comunicativo e interattivo che possa assicurare la migliore visibilità ai progetti dell’Ateneo nell’ambito dell’innovazione per la didattica, interagendo con interlocutori significativi a livello nazionale e internazionale.

A presidio del sistema e dei relativi processi, in un rinnovato assetto organizzativo, il Settore “Quality Assurance e innovazione didattica” dell’Area della formazione e dottorato acquisisce entrambi i progetti assicurandone il coordinamento organizzativo.

“La peculiarità dell’Ateneo è quella di tenere assieme organizzativamente le due anime: qualità e innovazione della didattica. Entrambe tendono alla circolarità del miglioramento continuo: si attivano canali di ascolto, di indagine, per acquisire indicazioni sui mutamenti del sistema, si valutano poi i dati e si procede a formulare ipotesi di innovazione. La leva formativa, per entrambe le dimensioni, rappresenta inoltre un’opportunità per monitorare e valutare il sistema, ma anche per fornire nuovi input che possano alimentarsi i processi continuativamente”.

Il tracciato è chiaro: le competenze didattiche non devono essere acquisite attraverso iniziative di un singolo docente, grazie alla propria sensibilità culturale o alla propria capacità di porsi la questione di migliorare. Le competenze didattiche e pedagogiche devono essere fornite dall’Università in maniera diffusa, organizzata, per ruoli e per competenze progressive.

Si tratta dunque di una formazione non eterodiretta e avulsa dalle problematiche di contesto, ma orientata a introdurre e sensibilizzare alle tematiche dell’attività di insegnamento da un lato, focalizzata sulla costruzione di competenze di base connesse alla progettazione, conduzione, e valutazione dell’attività didattica dall’altro. Secondariamente è una formazione capace di introdurre nuove metodologie (flipped classroom, blended) che accompagnino (grazie a mentor e advisor) coloro che vogliono realizzare sperimentazioni e innovazioni.

Il valore della reti consente poi di creare spazi di contaminazione, di immaginare nuovi modelli di sviluppo progettuale, gestionale, valutativo, migliorativo. Permette al tempo stesso di fare massa critica rispetto ad un singolo bisogno, di ottimizzare le risorse trovando soluzioni che evitino ridondanze e di assicurare l’impatto migliore delle azioni.

“In Ateneo nasce AlmaDClub, l’intento è proprio quello di creare uno spazio permanente di confronto, un dispositivo strategico a supporto della qualificazione della didattica che può rappresentare un punto di incontro tra istanze istituzionali e sviluppi. Il progetto è volto a proseguire il percorso di sensibilizzazione sull’innovazione della didattica, consolidando appunto la rete di relazioni e favorendo la generazione e condivisione di idee, nonché i nuovi metodi e progetti per il miglioramento continuo della qualità della didattica”.

È indubbio che il docente abbia una elevata responsabilità nei confronti degli studenti, e nel cambiamento della società ad essi collegato. È per questo motivo che Europa 2020 indica il dovere delle Università Europee di arrivare ad una formazione pedagogica certificata (raccomandazione 4) dei docenti. Inoltre la progressione di carriera dovrebbe tenere conto della valutazione delle performance di insegnamento assieme agli altri fattori, e le Università dovrebbero riconoscere con premi/borse di studio o altro i docenti più meritevoli (raccomandazione 5 e 6).

“L’osservatorio della didattica in questo momento sta proprio studiando un modello, di non facile messa a punto, per definire indicatori al fine di valorizzare le professionalità e la carriera del docente”.

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