L’interprete accademico, tra inclusività accademica, sociale e linguistica

L’interprete accademico è inclusivo: lo è per gli studenti che possono frequentare pur non conoscendo la lingua dell’insegnamento e stare insieme anche parlando lingue diverse, ma lo è anche nei confronti dei docenti. Lo ha sperimentato in due corsi – uno al Disa e uno a Scienze politiche e sociali – la sede di Forlì dell’Alma Mater

 

Di Francesca Montuschi

 

Quando si parla di internazionalizzazione di un Ateneo ci si riferisce ai numeri degli studenti stranieri iscritti ai corsi di laurea e alla consistenza dei flussi di mobilità studentesca in ingresso (incoming) e in uscita (outgoing) che lo stesso è in grado di alimentare.

Gli indicatori legati a questi aspetti rivestono un ruolo importante nelle comparazioni effettuate a livello internazionale tra Atenei (ranking) e sono presi in considerazione anche dal ministero dell’Università e della Ricerca al momento della distribuzione tra gli Atenei dei fondi di funzionamento. Di conseguenza, finiscono per orientare le strategie e gli obiettivi di internazionalizzazione delle singole istituzioni accademiche, nonché la messa a punto delle politiche educative nel loro insieme.

Uno degli effetti dell’accesa competizione tra Atenei per attrarre studenti internazionali è stato quello di imprimere un forte impulso all’uso della lingua inglese come lingua accademica tout court proprio nell’ambito dell’offerta didattica di primo, secondo e terzo livello. Lo status di lingua franca internazionale,  infatti, ha reso l’inglese la lingua più studiata al mondo e, dunque, lo strumento più efficace per attrarre studenti internazionali.

Negli ultimi anni si sono moltiplicati anche nel nostro Ateneo i cosiddetti “corsi di studio internazionali”, caratterizzati dall’essere impartiti totalmente in lingua inglese (eventualmente solo nell’ambito di specifici curricula) ovvero dall’essere proposti in lingua italiana ma in grado di attrarre una forte componente di studenti di nazionalità straniera (tipicamente in ambito umanistico e sociale).

Molti ricercatori e studiosi stanno riflettendo e proponendo analisi sul fenomeno dell’English as a Medium of Instruction (EMI). Stiamo assistendo a un processo di anglicizzazione delle Università, nell’ambito del quale l’inglese è divenuta una sorta di killer language. L’assunto che internazionalizzazione e insegnamento in lingua inglese siano concetti equivalenti porta inevitabilmente a una marginalizzazione delle altre lingue straniere – e in parte anche delle stesse lingue madri – ma accende al tempo stesso i riflettori, nelle Università davvero virtuose, sulla necessità di mettere a punto strumenti per rafforzare il presidio su temi essenziali come quelli dell’inclusività e dell’accessibilità.

Nessun segnale in questa direzione pare provenire dal versante delle Università tedesche, visto che stanno andando verso la diglossia, con l’inglese che va assumendo sempre più il ruolo di lingua di prestigio all’interno della comunicazione accademica. Non è da escludere – come sottolineano gli esperti della materia – che questi contesti possano diventare presto monolingui: (…) «Se la relazione diglossica si misura sul fatto che, in una data società, le persone si servono della lingua meno prestigiosa per le comunicazioni locali e private e dell’altra per usi più spersonalizzati e formali, è molto probabile che con il tempo l’inglese sia destinato a diventare la lingua dell’educazione terziaria, proprio tramite la fase intermedia della diglossia».

Alcune Università del Nord Europa, come anche il nostro Ateneo anche se ancoa ai primi step, stanno invece adottando politiche volte al bilinguismo, nelle quali l’uso dell’inglese e della lingua locale è pensato come complementare e non alternativo. Sempre più spesso gli esperti parlano in questi casi di parallelingualism per riferirsi appunto a indicazioni linguistiche finalizzate a evitare l’erosione delle altre lingue specie in un dominio come quello accademico che, per sua natura, è produttore di saperi e quindi potenziale motore del cambiamento sociale.

la professoressa Mariachiara Russo
la professoressa Mariachiara Russo

Sotto questo profilo davvero visionario, e auspicabilmente promotore di un cambio di paradigma nel panorama nazionale degli Atenei ma non solo, è il servizio – chiamato Educational interpreting – promosso dal Dipartimento di Interpretazione e Traduzione e coordinato dalla professoressa Mariachiara Russo, che in maniera appassionata e illuminata propone la figura dell’interprete accademico, un passo decisivo in avanti nella gestione più inclusiva e sociale delle classi multilingue nei corsi di studio internazionali.

L’idea è nata a margine di un convegno dal titolo L’Università per il multilinguismo: politiche per le lingue straniere, politiche per l’italiano, organizzato dalla professoressa Russo a Bologna, nel corso del quale alcuni colleghi dell’Università di Stellenbosch (Sud Africa) parlarono per primi dell’esperienza dell’interprete in classe.

la professoressa Silvia Bernardini del dipartimento di Interpretazione e Traduzione
la professoressa Silvia Bernardini del dipartimento di Interpretazione e Traduzione

«Ho scoperto poi successivamente – afferma la professoressa Silvia Bernardini del dipartimento di Interpretazione e Traduzione –  che sono due i filoni che confluiscono nella figura dell’interprete in classe: da una parte l’interprete per i non udenti, figura molto diffusa nelle Università americane e volta a garantire l’accessibilità all’educazione; dall’altra parte, in Sud Africa, proprio per le sue caratteristiche molto particolari di multilinguismo, in cui convivono tre lingue (afrikaans, inglese e isixhosa) che sono anche distinti vettori di tradizioni culturali, viene dedicata molta attenzione al rispetto delle minoranze linguistiche e dei loro diritti. In altre parole, non c’è solo un tema di accessibilità all’istruzione, perché è di particolare rilievo anche la necessità, nelle istituzioni di ogni ordine e grado, di fare stare assieme gli studenti anche se di lingue diverse, in un percorso di difesa e garanzia dei diritti universali e di superamento continuo e praticato dell’apartheid, anche linguistico. Non ci possono essere corsi insegnati solo in inglese, perché questo significherebbe avere solo studenti con particolari caratteristiche socio-economiche, oppure corsi solo in lingua isixhosa o piuttosto afrikaans. In questo senso l’interprete in classe diventa un’autentica espressione di inclusione, non solo linguistica, ma anche sociale».

Il progetto pilota proposto dal dipartimento di Interpretazione e Traduzione è stato avviato presso il Campus di Forlì con gli insegnamenti di Financial Analysis del Dipartimento di Scienze aziendali (tenuto dal professor Andi Duqi) e di History of Eastern Europe del Dipartimento di Scienze politiche e sociali (tenuto dal professor Francesco Privitera). È poi proseguito anche a distanza, quando le attività didattiche sono riprese online a causa dell’emergenza legata alla pandemia, grazie all’utilizzo di una piattaforma digitale per l’interpretazione simultanea. In questa prima sperimentazione circa il 30% degli studenti coinvolti ha utilizzato il servizio.

«Quella dell’interprete accademico è una soluzione inclusiva non solo nei confronti degli studenti, che possono frequentare anche se non conoscono la lingua franca di un corso e partecipare assieme ai colleghi di lingue diverse, ma anche nei confronti degli stessi docenti, nel pieno rispetto delle loro specificità e preferenze didattiche», dice ancora la professoressa Russo.

Anche nelle discipline cosiddette Stem, dove prevale sostanzialmente la transizione della informazione, è molto importante non perdere lo spessore, i toni, i colori propri solo della lingua madre. «Anche durante una lezione di matematica, l’aneddoto o la battuta possono essere trasmessi solo nella loro lingua madre, e si tratta di elementi che accendono l’attenzione, contribuendo a distinguere una lezione in classe da una registrata on line, sempre uguale e asettica. L’apprendimento non è ovverosia mero trasferimento di concetti ad un altro, ma è una co-costruzione del sapere, e solo interagendo con inclusività e socialità può essere pienamente raggiunto»,  conclude la professoressa Russo.

Con il servizio lanciato dalla professoressa Russo gli studenti – per ora di alcuni corsi di studio – possono avere l’occasione, grazie alla presenza dell’interprete accademico (per ora italiano-inglese o viceversa), di sviluppare competenze interculturali, cioè di imparare ad osservare le culture altrui e di riflettere sulle proprie, vivendo un’esperienza che li unisce e non li separa. Se vogliamo, proprio in questo consiste il diritto allo studio, e anche l’internazionalizzazione nella sua accezione più nobile.

 

 

 

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