L’ispirazione delle cose del ciel // Notte dei ricercatori 2018

di Elena Minissale

L’incontro che si è tenuto alla Specola di Palazzo Poggi aspettando “La notte europea dei ricercatori 2018” con Fabrizio Bonoli, docente di cosmologia, è stato a dir poco affascinante. Il filo rosso della conferenza è stato l’ispirazione delle cose del cielo per le manifestazioni artistiche. Il professore ha sottolineato che non avrebbe portato esempi artistici in ordine cronologico e anche per questa ragione le due ore dell’incontro sono volate in un viaggio luccicante.

Noi, gente di oggi, non conosciamo il cielo, la rete internet ci appare più familiare e diffusamente luminosa e illuminata grazie all’energia elettrica. Il manto nero pregno di puntini luminosi che si stende sopra le nostre teste è lontanissimo e misterioso. Tuttavia, non è sempre stato così. La gente vissuta prima che l’invenzione dell’elettricità cambiasse radicalmente la vita umana sulla Terra, aveva una conoscenza della volta celeste molto profonda. Terrore o ammirazione per le cose che avvenivano in cielo, la sopravvivenza di ogni uomo dipendeva da quelle.

L’incontro organizzato grazie all’Università degli Studi di Bologna ha anticipato gli incontri agli eventi de “La notte europea dei ricercatori 2018”. Fabrizio Bonoli ha evocato i momenti di coloro che non avevano la luce artificiale: specialmente in inverno il sole tramontava presto, motivo per cui o si andava a dormire fino all’alba o si passavano alcune, molte ore a osservare il cielo. Quest’ultima era la scelta di molti e anche di Manfredi, un astronomo che visse per un po’ di tempo alla Specola di Bologna per studio. Nei registri dell’osservazione, Manfredi, nel ‘700, scriveva che con lo stipendio che gli avevano aumentato, aveva anche un certo numero di candele al mese. Bonoli ci fa quindi notare che le candele o le torce o le lampade a olio avevano un costo e non tutti se le potevano permettere; ragion per cui il buio condizionava moltissimo le persone e la loro interazione con gli astri.

Avendo a disposizione molto tempo per osservare le cose celesti, l’uomo di quei tempi lontanissimi magari in molti casi era analfabeta, ma riusciva a sopravvivere grazie a quel che vedeva sopra di sé. Si accorgeva che il cielo si muove sempre, in maniera regolare, in maniera perennemente uguale o quasi. Bonoli specifica che per chi fa osservazione lungo un limitato periodo di tempo, il cielo si muove sempre nello stesso modo e cambia il suo aspetto in certe stagioni dell’anno: alcuni punti luminosi comparivano in certe stagioni e in altre ne apparivano altri.

“Ecco allora che se io unendo i puntini vedo una giraffa vuol dire che sono in un determinato periodo dell’anno, se unendo i puntini vedo un cammello vuol dire che sono in un’altra stagione dell’anno. Uso quindi il cielo come calendario. E ho bisogno di un calendario per la mia sopravvivenza perché le attività che io svolgo sono legate ai cicli stagionali: l’agricoltura, la pastorizia, il nomadismo, la navigazione. la pesca”. L’uomo dell’epoca che precede l’elettricità doveva osservare il cielo e doveva conoscerlo, si trattava di vita e di morte. Il professore Bonoli cita Esiodo con un testo rimasto famoso e trascritto per secoli: Le opere e i giorni. Le opere sono i lavori che fa l’uomo e i giorni sono i periodi dell’anno in cui deve fare questi lavori. Esiodo dà indicazioni precise riguardo alle stagioni, per esempio scrive di venti violenti di ogni tipo che infuriano quando le Pleiadi inseguite dall’impetuoso Orione si tuffano nel mare… in quel caso consiglia di non tenere allora le navi nel fosco oceano ma ricorda di lavorare la terra.

Questo gruppetto di sette stelle sulla schiena della costellazione del toro era un segnale in cielo che consentiva all’uomo di capire le fasi stagionali in funzione dei propri bisogni. Nello stesso libro di Esiodo sono indicate altre cose come la fine dell’estate e della navigazione, il momento del raccolto e altri momenti di operosità. Le sette figlie della regina Pleione (probabilmente dal verbo greco pleo che vuol dire navigare) erano identificate appunto come le stelle dei naviganti, non solo da Esiodo e dal mondo greco. Infatti, si trovano anche in altri tipi di raffigurazioni per esempio in una tavoletta del II millennio a. C. che viene da Uruk, una delle prime città costruite dall’uomo. In questa tavoletta è possibile vedere la luna, un cacciatore con un arco e il gruppo delle stelle: le sette Pleiadi sono sulla spalla del leone.

Risale alla stessa epoca il disco di Nebra con il sole e la luna che percorrono implacabilmente il cielo e il gruppo delle sette Pleiadi. Bonoli fa notare che ad occhio nudo se ne vedono solo sei, ma le figlie di Pleione erano sette. Una di loro, Merope, si era innamorata di un mortale e aveva per questa ragione perso parte del suo splendore, per cui a occhio nudo non si vede.

Il buio e i fenomeni celesti che avvenivano sempre con incredibile regolarità, hanno fatto si che l’osservazione del cielo abbia seguito due correnti di pensiero. Da una parte il pensiero mistico di collocare in cielo degli esseri soprannaturali, che erano quelli che governavano il moto dei cieli e facevano si che questo moto fosse sempre regolare e perfetto. “E se ogni tanto magari gli si scannava un vitello grasso o gli si metteva della frutta fresca o gli si facevano dei sacrifici di un certo tipo, poteva essere utile perché non si sa mai questi esseri divini una mattina si svegliassero di traverso e scombussolassero questo calendario che ho fatto tanta fatica a costruirmi!”. Dall’altra parte un tentativo razionale di capire come si muovono queste cose, perché può facilitare la vita.

Questi due modi di approssimarsi alle cose del cielo cioè all’interpretazione della realtà delle cose celesti noi le abbiamo trovate e le troviamo nel corso dei millenni della nostra storia, a volte legate tra loro, a volte avverse tra loro, a volte nettamente distinte.

Ci sono due opere indicative in tal senso che il professore prende ad esempio dopo aver fatto una ragionevole selezione per la conferenza. Da una parte la statua di Atlante con il globo celeste sulle spalle che si trova al Museo Archeologico di Napoli e fa parte della collezione Farnese. Atlante regge l’intero cosmo e le costellazioni raffigurate non sono messe a caso, ognuna è al suo posto rispetto a quell’epoca. Dall’altra parte in un codice del ‘200, si trova una raffigurazione del cosmo con tutte le sfere che ruotano, ma la divinità non regge il cosmo, la divinità si trova sopra, sta al di fuori del cosmo. Scrive Flaubert: “Quando gli dei non c’erano più e Cristo non ancora, nell’epoca tra Cicerone e Marco Aurelio c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo solo”. Nella storia dell’umanità ci sono alcuni momenti di grande cambiamento e questo passaggio descritto da Flaubert, secondo Bodoli, si riferisce ad uno di questi.

L’elenco delle opere che sono state ispirate dalla volta celeste o che la rappresentano è sterminato e il punto di vista rispetto alle condizioni ideologiche cambia in base al momento storico. Per esempio, lo scudo di Achille di cui parla Omero, risale a 3000 anni fa e nel suo centro c’è il cosmo con il sole, la luna, le costellazioni, la terra e il mare. Intorno, pian piano, sono rappresentate anche la vita di tutti i giorni, le battaglie, le navi e i lavori nei campi, ma al centro c’è il cosmo.

Il canto notturno di un pastore vagante dell’Asia di Giacomo Leopardi aiuta ad aguzzare lo sguardo sul filo rosso del discorso del professore. Nel manoscritto, dove appunto è scritto “vagante” e non “errante”, Leopardi ci rivela da dove ha avuto l’ispirazione. In francese ci racconta che trovò in un libro successivo al 1820, scritto dal barone russo Mejendorf la storia del viaggio che fece in Oriente. Leopardi riporta una frase che lo colpì e che ha ispirò il canto notturno: “molti Kirghisi passano la notte seduti su una pietra a contemplare la luna e a improvvisare delle parole molto tristi su delle arie altrettanto tristi”. Fabrizio Bonoli associa il dipinto “La zingara addormentata” di H. Rousseau al testo di Leopardi. Il cielo per i nostri antenati è sempre stato fonte di ispirazione e ogni immaginazione aveva in esso la sua matrice. Il canto notturno è un esempio di quanto la volta celeste possa muovere l’animo umano sui pensieri più complessi dell’esistenza senza far nulla se non star lì, vasto e lontano. Poi, l’elettricità. Giacomo Balla dipinge un’opera con protagonista una straordinaria lampadina elettrica scintillante e dietro, defilata, la luna. Il cielo dalla scoperta del progresso in poi, non ci serve più. O meglio, l’interazione umana con le cose celesti cambia radicalmente. Che ce ne facciamo della luna nel 1909?

A metà del ‘600, invece, la luna era importante. Talmente tanto che Philippe De Champaigne per illuminare Santa Giuliana nel suo dipinto, non disegna una luna qualsiasi. La luna che noi ancora oggi possiamo vedere nel suo dipinto è una luna vista dal cannocchiale, così come Galileo l’aveva vista. Allora era molto importante raffigurare le cose del cielo così come erano.

Pieter Paul Rubens, Crono (1636)

E infatti così fece anche Rubens dipingendo Saturno che mangia i suoi figli. Del dipinto esposto al Prado, colpiscono le tre stelle. Cosa c’entrano tre stelle con Saturno? Oggi sappiamo che Saturno ha due anelli e molti satelliti, quindi le tre stelle cosa vorrebbero raffigurare? Gli anelli di Saturno furono scoperti a metà del 600 e il buon Rubens non poteva conoscerli. Bonoli sottolinea che Rubens era un artista estremamente attento agli sviluppi scientifici del suo tempo e infatti queste stelle non sono altro che quello che aveva realmente visto Galileo. Lo scienziato, guardò Saturno e vedendo due piccoli punti luminosi che dopo un po’ non vede più, non sa cosa siano e inizialmente attribuisce loro il ruolo di satelliti. Poco tempo dopo altri capiranno che ciò che Galileo vide non erano altro che parti estreme degli anelli illuminate dal sole. Galileo con il suo cannocchiale non poteva vedere il sistema degli anelli di Saturno e così pensò che fossero tre corpi distinti. Rubens ne sapeva quanto Galileo e si attenne a dipingere Saturno tricorporeo. Altri esempi sono interpretati dal professore con perizia. Nel 1066, i Normanni conquistarono la Britannia e le donne normanne per tutta la durata della battaglia si prodigarono a fare un arazzo di 70 metri per 50, per narrare come i loro uomini presero possesso della Britannia. Di questo arazzo è interessante un particolare: un gruppetto di persone osserva una cometa. Noi oggi sappiamo che quell’anno passò la cometa di Halley e che certamente tutti la videro. Per i normanni fu interpretata come un segno fortunato del destino, per i britanni probabilmente venne interpretato come disgrazia. La stessa cometa si trova anche nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Per la prima volta nella storia dell’arte appare una cometa a simboleggiare la stella dei magi. Matteo parla di un “aster” effettivamente, cioè di un astro, non specifica se fosse stella o cometa. Tuttavia, fino alla realizzazione della natività nella Cappella degli Scrovegni, si raffigurò sempre una stella, mai una cometa. Da quel momento in poi, da Giotto in poi, verrà sempre raffigurata una cometa. Perchè? Anche in questo caso l’artista si limitò a raffigurare quel che la volta celeste mostrava e noi sappiamo che quando Giotto realizzò quell’opera, stava passando nuovamente la cometa di Halley. Giotto non inventò per motivi personali o di commissione la cometa, Giotto la vide e la dipinse.

Anche Van Gogh non era indifferente all’ispirazione indotta dal cielo stellato sopra di noi e per fortuna di lui possiamo sapere tanto oggi. Vincent terminava i dipinti, li impacchettava e spediva a Parigi, al fratello, con il proposito e la speranza di venderli. I suoi dipinti erano accompagnati da lunghe lettere nelle quali Van Gogh descriveva il suo lavoro e ne spiegava l’intenzione e l’esecuzione: “questa mattina dalla mia finestra ho guardato la campagna prima del sorgere del sole e non c’era che la stella del mattino. Non mi dispiacciono queste emozioni”. Noi sappiamo che questa frase la scrisse a San Remì, sappiamo la data in cui ha fatto “Notte stellata” perché scrisse la lettera al fratello, sappiamo anche l’ora in cui l’ha eseguito perché era il 1889 e “prima del sorgere del sole” vuol dire intorno alle 4 del mattino. Con un programma calcolatore è stato possibile ricostruire esattamente quello che Van Gogh vide quella notte, conoscendo la posizione della finestra da dove si affacciava e, anche in questo caso, possiamo dire che non inventò nulla. Bodoli ci indica Venere, la stella del mattino, la luna e anche una fila di stelle. Resta da chiedersi cosa siano quei vortici. Potrebbero essere nuvole, ma è raffigurata una stella proprio davanti e, dice Fabrizio Bonoli, “magari un artista non ci fa caso ma a noi dà fastidio…”. All’epoca del dipinto c’era un’importante rivista di astronomia all’interno della quale già nel 1852 si illustravano osservazioni e studi su quelle che gli astronomi chiamavano genericamente nebule perché non sapevano ancora se erano galassie o nebulose o altre cose. Van Gogh non era abbonato a questa rivista da professionisti, estremamente specializzata di cui in Francia non arrivavano che pochissime copie. Tuttavia, in quegli stessi anni venne pubblicato Astronomie Populaire di Camille Flammarion, il testo di astronomia divulgativa più diffuso e più tradotto e ristampato per decenni. In questo testo compaiono alcune riproduzioni di galassie nebulose. Bonoli scommette che a Van Gogh capitò tra le mani questo testo. Quindi le ipotetiche nuvole della Notte stellata sono in realtà “nebule”.

Un altro modo in cui il professore di cosmologia ci invita a considerare i rapporti tra astronomia e arte è anche il fatto che molte opere scientifiche possono essere assimilate all’arte. In questo senso Bodoli mostra l’immagine di una miniatura ottomana della fine del ‘500 dove è raffigurata la terra al centro, intorno le sfere aristoteliche dei pianeti, i pianeti sono raffigurati con dei personaggi intorno e poi la luna e altre costellazioni dello zodiaco che fanno parte della cultura astrologica dell’epoca. Il miniaturista, all’epoca, non fece altro che avere in mente una riscostruzione del cosmo precisa e scientifica secondo i parametri di allora. Il sistema che vigeva per gestire i corpi celesti dal II sec a. C. in poi, prevedeva infatti che la terra si trovasse al centro e i pianeti intorno a muoversi in modo circolare e uniforme intorno. A confronto Bonoli propone due modelli al calcolatore che mostrano la struttura dell’universo a grandissima scala (due miliardi per due miliardi di anni luce), la sfera celeste aperta in due per mostrare la distribuzione della galassie.

Un altro modo per approcciarsi al tema arte e astronomia è quello di vedere non solo quelle manifestazioni artistiche in cui c’è qualcosa di astronomico perchèé all’artista garbava, ma anche quelle rappresentazioni artistiche dove l’aspetto astronomico è fondamentale, vale a dire che in assenza dell’elemento astronomico l’opera non esisterebbe più. L’esempio più facile è la Divina Commedia di Dante Alighieri: senza l’astronomia Dante non avrebbe potuto scriverla. Dante incontrò a Bologna l’astronomia e grazie alle sue stesse dichiarazioni conosciamo i testi su cui studiò, i migliori. Solitamente, secondo Bonoli, gli insegnanti di lettere saltano le parti astronomiche, ma ce ne sono moltissime. Inferno, Purgatorio, Paradiso: il Paradiso che Dante attraversa è quello dei cieli aristotelici cioè della cosmologia dell’epoca. La sfera delle stelle fisse, chi la mette in moto? Dante lo rivela nei primi versi del Paradiso e negli ultimi dello stesso. Ciò che Dante ci spiega è raffigurato pure su un enorme arazzo fiammingo che si trova a Toledo. Nell’arazzo è presente un angioletto che tiene in mano una manovella. Nel medioevo li chiamavano “gli angeli meccanici” perché trasmettevano il movimento alla sfera celeste. Quando a metà del ‘500 Copernico dirà “no, non è vero che la terra sta ferma, ma gira intorno al sole e gira su se stessa!”, si tratterà di un nuovo grande cambiamento. Se gira su se stessa non è più l’ottava sfera delle stelle fisse! Togliere la manovella all’angelo meccanico è l’inizio del cammino del dubbio. Togliere la manovella comporta l’ammissione dell’inutilità della stessa e dell’angelo che la muove e di tutto il sistema che è stato costruito intorno a tale funzionamento. Il problema principale dei decenni successivi alla scoperta di Copernico fu questo. Si trattava di scardinare un’interpretazuie della realtà che noi oggi sappiamo funzionare in un altro modo, ma allora significava ribaltare l’ordine delle cose.

Nel passato le immagini e le cose del cielo erano strettamente legate, in modo molto profondo. Bonoli parla di un simbolismo che oggi noi non riconosciamo mai più perché non fa più parte della nostra cultura. Riferendoci a una raffigurazione che ha del simbolismo al suo interno, non sempre siamo in grado di comprenderla perché non è detto che le conoscenze necessarie per capire siano parte del nostro immaginario e della nostra formazione culturale. Oggi, esempi infiniti di opere d’arte illustrate da motivi astrologici e astronomici non arrivano alla nostra comprensione se non dopo un’osservazione attenta accompagnata da una spiegazione specifica. Per la gente del passato invece queste raffigurazioni simboliche erano comprensibili quanto per noi gli ashtags e le emoticon su Instagram e Whatsapp.

Un esempio del professore Bonoli è la Cattedrale di Otranto. Il suo pavimento ha 800 metri quadrati costellati da un mosaico del dodicesimo secolo che rappresenta l’albero della vita. L’opera fu realizzata per mere ragioni di analfabetismo (all’epoca in Salento l’89% della popolazione non sapeva né leggere, né scrivere). La gente quindi imparava le cose del mondo attraverso le immagini. Figure e vignette per raccontare la storia dell’umanità da Adamo ed Eva a Carlo Magno e Re Artù. A ridosso dell’ingresso le storie del microcosmo, andando verso l’altare la storia del macrocosmo con le raffigurazioni che allora erano familiari per comprendere le cose celesti: dodici cerchi che rappresentano i dodici mesi dell’anno con le dodici costellazioni e i rispettivi segni zodiacali e per la prima volta fecero la loro comparsa anche i lavori (che si svolgevano all’epoca in Puglia) associati alle rispettive stagioni dell’anno.

C’è un’enorme differenza tra il modo di vivere la vita di oggi e quello dei nostri antenati. Probabilmente non riusciremmo a capirci e a comunicare, eppure un drammatico black out globale ci riporterebbe in pochissimi minuti ad una condizione identica a quella che vivevano loro.

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