Lo Scemo del Villaggio // un anno fa l’addio del grande comico genovese

Ripubblichiamo il saluto a Paolo Villaggio di Niki Pancaldi pubblicato un anno fa sul cubo n.20, ne la rubrica “Trenodia” 

Nell’estate torrida, sotto il sole di un Luglio luminoso quanto implacabile, un’ombra è calata sulla penisola. Un’ombra che non ha deterso alcun sudore o riassestato i barometri, ma che ha lasciato un’appiccicosa tristezza nei nostri (già provati) sensi onirici. Un lutto per le dimensioni di fantasia ed esagerazione, per una maschera del reale che dipingeva con un grottesco pennello un po’ liso un affresco comune, umano (troppo umano?). Il grassoccio ligure padre dell’italiano medio più archetipico che si potesse immaginare ci ha lasciato senza un’ultima risata ma, come vorrei invitare a supporre, forse la risata non era l’unico campo in cui si sia dimostrato magistrale.

Paolo Villaggio era un creativo più completo, ed era un personaggio tutto sommato più spietato e cinico di quanto si potrebbe ipotizzare attraverso la lettura delle sue dimesse, inferiori e sventurate creature. La sua grandezza nel genere di comicità slapstick è innegabile, tanto da essere stato paragonato a mostri sacri quali Chaplin, Keaton e Lewis (che fatalmente se ne andrà nemmeno due mesi dopo). Un corpo da cartone animato che resisteva a qualsiasi angheria fisica, che perdeva dita, genitali e denti a manciate senza mai mostrarne le conseguenze, elastico e pachidermico come l’uomo di gomma che il personaggio stesso incarnava: l’indistruttibile resilienza dell’inconsapevole. Ovviamente il tutto rapportato ad una dimensione più casalinga, più nostrana, non meno efficace però nel fotografare le ansie, le contraddizioni e i tic nervosi di un’intera classe della popolazione. Certo, lui è stato Fantozzi quasi più di quanto sia stato Paolo Villaggio, almeno per la maggior parte del pubblico, il quale (forse senza averne coscienza) a sua volta è stato Fantozzi più dello stesso Villaggio.

La macchietta elaborata da Villaggio utilizzava l’esagerazione nella sua forma più caricaturale per svelare la condizione di una larga fetta della popolazione che, negli anni del boom economico, si era ritrovata incastrata nella fascia intermedia tra la vera ed impotente povertà e la più inarrivabile ed onnipotente ricchezza. Questa classe media (medio bassa, più che altro), non molto più acculturata delle generazioni precedenti al grande conflitto e appena strisciata fuori dalle macerie di una guerra apocalittica, non aveva forse gli strumenti stessi per gestire un cambiamento così repentino e radicale dello stile di vita. La macchina bellica del settore terziario aveva prodotto in tempi molto ridotti il suo “soldato semplice” rimpiazzabile e sacrificabile, la sua carne da cannone con illusione di ascesa incorporata: L’impiegato.

La differenza sostanziale, in fondo, tra il servo della gleba e l’impiegato è sempre stata più che altro nella forma, non nella sostanza. A differenza dell’operaio, il quale portava ancora sulla pelle sufficienti tracce di olio lubrificante, ferite da scottatura e polvere di sogno fordiano, l’impiegato veniva defraudato dell’essenziale percezione di se stesso quale servo moderno: la visione della propria gabbia. La classe impiegatizia non era più sporca o troppo povera e sentiva già la punta di una scarpa in paradiso; eppure covava in sé il germe di un conflitto nuovo (e più sotterraneo) per la presunta scalata al potere. Una nuova forma di guerra fatta di crudeltà sottili, di pugnalate educate, di immoralità conformi all’etichetta. Il tutto sullo sfondo grigio logorato da una noia piombata di giorni tutti identici, passati tra scartoffie e scrivanie, nel chiacchiericcio incessante di discorsi sospesi tra bar e salotto. In questo ambiente nasce il personaggio rivelante di Villaggio.

Le sue iperboli estreme vanno a delineare i tratti di un ometto non troppo miserabile ma comunque misero, apparentemente torturato da un’avversa sorte ma egli stesso impegnato ciclicamente nel porsi nel modo peggiore in ogni situazione possibile. Fantozzi è lo specchio spietato di quel mondo monocromatico e becero che cercava di emulare uno stile di vita superiore al proprio al quale, ovviamente, non sarebbe mai giunto, ma verso il quale avrebbe sempre testo con azione o finzione. Sebbene la storia cinematografica abbia compattato i personaggi di Fracchia e Fantozzi in un’unica entità in realtà i due personaggi erano profondamente differenti in origine. Non solo erano colleghi ma rappresentavano due stilemi ben definiti di “nullità umana”. Fracchia era il personaggio servile e senza dignità, voce sfiatata e terrore atavico del superiore, che però compensava (in origine) con una maschera di feroce prosopopea, millantando polso e sicurezza di sé che avrebbe sempre e solo sognato (si vedano gli episodi di “Fracchia la serie” disponibili su Raiplay). Quindi un classico ometto minuscolo che le sparava  molto forte a voce ma di fronte ad una reale “voce grossa” si riduceva socialmente ad uno scendiletto. Un tecnico involontario delle dinamiche di potere planetarie…

Fantozzi dal canto suo era in origine più bilanciato, ed era forse più “ candidamente americano” nel suo approccio intraprendente e tutto sommato ottimista alle cose. Impacciato e timido nascondeva in sé una latente rabbia sopita, che sapeva però esplodere sotto la giusta pressione esterna in una violenta ribellione. Fantozzi era capace di arrabbiarsi come un bestia chiusa all’angolo e a volte (questo spesso si tende a dimenticarlo) riusciva a vincere, a sopraffare il proprio aguzzino. Ma regolarmente anche la ribellione vittoriosa veniva soffocata dall’implacabile potere superiore ed il sottoposto era costretto a tornare nei ranghi, nel suo sottoscala fisico ed umano all’interno delle dinamiche del branco. Quei sogni di rivalsa ed ascesa erano quindi “MOSTRUOSAMENTE PROIBITI”, per utilizzare uno dei tanti avverbi di esagerazione cari all’autore, in un senso o nell’altro. Principalmente per incapacità, in quanto nessuno dei personaggi di quella realtà mediocre avrebbe mai potuto brillare per talento, ma anche per ostracismo da parte del mondo esterno, di un potere ingessato ed auto-garantito che avrebbe comunque soffocato violentemente ogni alzata di testa. Questo accadeva nel reale, l’iperbole assurda ne era solo il medium divulgativo.

Come Melville non immaginava, ma descriveva, una vita vissuta su una baleniera così Villaggio dipingeva quel marinaio da scrivania essendo stato egli stesso nei suoi agghiaccianti panni. Sorprendentemente quel funerale estivo non stava commemorando solo la perdita di un artista dell’intrattenimento, stava tumulando una parte della storia sociale e della cultura popolare di un paese intero. Quindi ancora di più siamo tutti noi ad essere stati Fantozzi, prima che lui diventasse tutti noi. Come lui siamo stati vessati da superiori arroganti e spregiudicati, colleghe/i manipolatrici di cui eravamo invaghiti, compagni di sorte logorroici ed invadenti o millantatori cacciaballe che ci trattavano con sufficienza o superiorità pur razzolando nel nostro identico porcile. Quasi me lo figuro il Ragioniere, a sedere sulla sua maligna nuvoletta personale, forse un po’ compiaciuto del fatto che ormai la pioggia cada sotto e non sopra di lui! Devo anche ammettere che forse, dopo averlo tanto additato come il “quintessenziale perdente”, il Rag. Ugo… l’ha fatta in barba a tutti noi.

Perché con lui abbiamo sepolto una prospettiva di vita diversa (che sa già di antico), nella quale il posto di lavoro era fisso, la pensione e la previdenza sociale assicurate, si poteva acquistare una casa, sposarsi e riprodursi con certa tranquillità di pianificazione. Una realtà un po’ più accomodante, in qualche maniera, visto che il nuovo millennio così generoso di precarietà, velocità e “possibilità” non ci ha certo dato un maggior livello spirituale, culturale o morale in cambio di ciò che si è preso.  Non siamo diventati così migliori rispetto a quei piccoli borghesi senza talenti e senza nobiltà da giustificarne la derisione. Ma siamo destinati probabilmente a dover faticare più di loro. Sulla sua nuvola se la ride, il Fantocci, mentre ora tanti tanti altri, non meno fantocci di lui, guardano un cielo ancora più inquietante. Senza nemmeno quella odiosissima nuvoletta. Un cielo da cui tende a non piovere più.

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