Lo sguardo di Frida Kahlo
A Palazzo Pepoli (via Castiglione, 10) arriva Frida Kahlo. Lo sguardo come identità, la mostra fotografica che racconta la figura di Frida Kahlo da una prospettiva inedita. Presentata da Ergo Expo e curata da Ono Arte, la rassegna riunisce un nucleo di settanta fotografie realizzate da artiste e artisti che con Kahlo hanno avuto un rapporto diretto, tra cui Edward Weston, Lucienne Bloch e Julien Levy. Visitabile dal 28 marzo al 27 settembre 2026, l’esposizione si configura come un’occasione preziosa per scoprire i lati più intimi e meno noti della pittrice messicana, ormai divenuta un’icona senza tempo.
Artista complessa e sfaccettata, Frida Kahlo è nota soprattutto per la sua capacità di realizzare autoritratti intensi e simbolici, attraverso un linguaggio profondamente identitario che intreccia realismo, suggestioni surrealiste e tradizioni popolari messicane. Nata nel 1907 a Città del Messico, la vita di Kahlo viene presto segnata da un evento drammatico: un gravissimo incidente stradale tra un autobus e un tram in cui perdono la vita numerosi passeggeri e al quale lei sopravvive quasi miracolosamente.

Numerose fratture causate dallo scontro costringono Kahlo a restare immobilizzata per mesi, prima in ospedale e poi nella sua camera, indossando busti ortopedici per anni. La lunga convalescenza —mai davvero risolta e aggravata da oltre trenta interventi chirurgici — segna profondamente Kahlo, non solo sul piano fisico ma anche su quello emotivo e simbolico, influenzando la sua intera esistenza. I dolori cronici che la costringono a restare ferma per lunghi periodi, la spingono tuttavia a dedicarsi con maggiore intensità alla pittura.
Impossibilitata a lavorare in piedi, viene aiutata dai genitori, che le fanno installare uno specchio sopra il letto, permettendole così di dipingere da sdraiata. Così, Kahlo inizia a ritrarre sé stessa, inizialmente per necessità, successivamente per scelta. Già prima dell’incidente, Kahlo manifesta una forte inclinazione verso l’autoritratto, utilizzato come strumento privilegiato per dare forma alle emozioni interiori e indagare la dimensione più intima del proprio Io. A sottolineare la sua attitudine sperimentale è anche la curiosità che dimostra nei confronti del medium fotografico.

Dopo la sua morte, avvenuta nel 1954, sono state ritrovate tra i suoi effetti personali oltre seicento fotografie che la ritraggono in diversi momenti della sua vita. Il potenziale della fotografia come linguaggio artistico ed espressivo le viene trasmesso dal padre Guillermo, che fin dall’infanzia la ritrae in numerosi scatti. Queste immagini restituiscono il ritratto di una giovanissima Kahlo impegnata a sperimentare con abbigliamento, acconciature, pose e atteggiamenti differenti. Il vastissimo numero di ritratti fotografici realizzati nel tempo da diverse personalità attorno a Kahlo dimostra la sua innata capacità metamorfica, unita a un’attenzione pionieristica per la fotografia — medium nato meno di un secolo prima e proprio in quegli anni in via di affermazione come linguaggio autonomo — di cui comprende precocemente le potenzialità artistiche e psicologiche.

Nonostante la sua breve vita, l’artista è riuscita a consegnare ai posteri un’immagine destinata a sopravviverle, grazie alla capacità di affrontare in modo intimo e autentico temi universali e costanti come l’identità, il corpo e il dolore. Allo stesso tempo, sfrutta appieno le potenzialità del medium fotografico restituendo di sé un’immagine sempre diversa e sorprendentemente caleidoscopica. Così, Kahlo vive molteplici vite attraverso gli occhi delle persone a lei più vicine — amiche, galleristi, amanti — che si trasformano nello specchio in cui si riflette la sua identità cangiante. Edward Weston, Lucienne Bloch, Lola Alvarez Bravo, Julien Levy, Nickolas Muray, Giselle Freund, Imogen Cunningham, Leo Matiz, Bernard Silberstein e Graciela Iturbide contribuiscono — forse inconsapevolmente — alla costruzione del mito di Frida Kahlo, mettendo in luce la sua straordinaria capacità di adattarsi allo sguardo altrui senza mai perdere la propria identità.

Le fotografie in mostra restituiscono al pubblico un’immagine di Kahlo che va oltre quella, ormai svuotata, di icona pop riprodotta sui prodotti di merchandising. Dalle fotografie che la ritraggono mentre indossa con fierezza gli abiti della sua cultura messicana, ai ritratti che la colgono intenta in gesti quotidiani, fino alle immagini più intime e sofferte, in cui il suo ricordo viene custodito dagli oggetti che le appartenevano, Frida Kahlo. Lo sguardo come identità ridefinisce il volto di Frida Kahlo proponendo una visione più veritiera della donna, dell’artista e dell’attivista politica che si cela dietro il mito.
Immagine copertina:Nickolas Muray, Frida Kahlo (dett.), ph. Sara Cosimini, Palazzo Pepol

