Lucio Fontana. Autoritratto

Fino al 3 luglio 2022 è possibile visitare alla Fondazione Magnani-Rocca (Mamiano di Traversetolo – Parma) Lucio Fontana Autoritratto. Opere 1931-1967. La mostra parafrasa l’omonimo libro corale nato da un montaggio di conversazioni senza pause ne articolazioni di Carla Lonzi, la cui prima edizione esce nel 1969 e dove la critica d’arte conversa con Fontana e altri tra i maggiori artisti degli anni Sessanta. 

Ugo Mulas, Lucio Fontana. L’attesa, 1964, courtesy Archivio Ugo Mulas, Milano – Galleria Lia Rumma Milano-Napoli

Carla Lonzi, che è stata tra le principali intellettuali del Novecento, si era laureata in Storia dell’arte a Firenze nel 1956 con Roberto Longhi e nel decennio precedente aveva lavorato come critica d’arte indipendente, iniziando la sua carriera scrivendo per il quotidiano “Il Paese”, “L’Approdo letterario” e “Paragone”. Vicina al Partito Comunista, vive a Roma, Parigi e Milano, dove entra in contatto con l’ambiente artistico coevo. Il libro Carla Lonzi Autoritratti, che la mostra della Fondazione Magnani Rocca ripercorre, è un immaginario convivio in cui parlano si se, del proprio lavoro e della propria vita Carla Accardi, Getullio Alviani, Enrico Castellani, Pietro Consagra Luciano Fabro, Lucio Fontana, Jannis Kounellis, Mario Nigro, Giulio Paolini, Pino Pascali, Mimmo Rotella, Salvatore Scarpitta, Giulio Turcato e (idealmente) Cy Twombly. 

Alcuni di questi artisti sono presenti nelle sale insieme a Fontana. I loro rapporti nascono e si sedimentano nel corso delle frequentazioni che in quegli anni Carla Lonzi aveva mantenuto con loro attraverso la Galleria Notizie di Luciano Pistoi a Torino, che in quegli anni era un’importante fucina di novità internazionali nel campo dell’arte. Fu proprio Pistoi nel 1959 a ospitare la prima personale di Fontana. Sempre nel 1959 Fontana partecipa a un’importante esposizione d’arte internazionale presso il Circolo degli artisti a Palazzo Granieri, di cui Carla Lonzi cura una recensione per L’Approdo letterario mentre su Marcatré cura la rubrica i Discorsi, che getteranno i primi semi per Autoritratto. Nati per essere interviste con gli artisti, i Discorsi finiscono per essere un fluire di pensieri dove pian piano anche le parole tendono a scomparire e a lasciare il posto a puntini di sospensione.Con esse, va scemando in questi stessi anni per Lonzi anche l’interesse per la critica d’arte come attività codificata, che lei vede sempre più progressivamente come uno strumento di potere discriminante sugli artisti e dalla quale si allontana, avvicinandosi sempre di più al femminismo (al quale il suo nome e il suo lavoro sono ancora prevalentemente collegati). È così che, quando il libro esce, la rottura è già avvenuta, come testimoniato dalla premessa, in cui si legge già alle primissime righe che il fine di queste conversazioni non stava tanto nel capire il lavoro di questi artisti per impostarne un giudizio critico quanto piuttosto intrattenersi con ciascuno di loro, conversare, scoprirsi attraverso il proprio lavoro, la propria produzione. Tutti i ragionamenti di questi anni portano Carla Lonzi a rimettere in primo piano l’opera d’arte che, racconta la critica «è stata da me sentita, a un certo punto, come una possibilità di incontro, come un invito a partecipare rivolto dagli artisti direttamente a ciascuno di noi». In questo modo Lonzi rinnega il valore della critica istituzionale e rende l’opera stessa l’anello che unisce l’artista e il pubblico, che non necessita di una intermediazione ufficiale. E che si avvale della forma orale, piuttosto che scritta, come testimonianza.  

Carla Lonzi a Hemisfair, San Antonio Texas, 1968 da Carla Lonzi, Autoritratto, De Donato, 1969

Questo processo di autocritica Lonzi lo porta avanti soprattutto attraverso il lavoro di Lucio Fontana, che non a caso è l’anello di congiunzione in questa mostra e che qui è artista, collezionista e soggetto delle opere esposte. In mostra è possibile ammirare, tra gli altri, Il fiocinatore, un gesso dorato realizzato tra il 1933 e il 1934 che in sala dialoga serenamente con due tra i celeberrimi Concetto spaziale: la serie Natura realizzata in bronzo tra il 1959 e il 1960 e la grande lastra in rame New York 10 del 1962. 

Molto spazio è riservato alle immagini fotografiche di Ugo Mulas dalla serie L’Attesa realizzata nel 1964 che ritrae l’artista alle prese con i suoi “tagli” e infine sono presenti opere di altri artisti appartenenti alla sua collezione (e ora di proprietà della Fondazione Lucio Fontana), come Studio per lo strappo di Alberto Burri, realizzato nel 1952 e Una poesia di Giulio Paolini, che Fontana acquista nel 1966 dalla Galleria L’Ariete in occasione di una personale dell’artista realizzata lo stesso anno e presentata proprio da Carla Lonzi.

 

https://www.magnanirocca.it/lucio-fontana-autoritratto/  

 

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