L’Orangutan di Davide Rivalta scende dal Liber Paradisus alla scoperta dell’infernale giungla metropolitana

Nel cuore di piazza Liber Paradisus, davanti al palazzo di vetro del Comune di Bologna, è comparso da qualche settimana un imponente e massiccio orangotango. La possente creatura rimarrà nella piazza comunale per i prossimi cinque anni. Davide Rivalta, lo scultore bolognese che lo ha concepito, ci racconta la genesi di questo progetto che ribadisce l’importanza di un dialogo aperto e inclusivo tra arte, natura e comunità.

Con i suoi tre metri di altezza e millecentoventi chili di bronzo, l’Orangutan, si è svelato ai passanti in occasione di Art City, l’appuntamento annuale di arte contemporanea che anima ogni anno il capoluogo bolognese. 

Come è nata questa installazione di arte pubblica? Perché la scelta è ricaduta sull’Orangotango?

«L’Orangotango è arrivato in città su iniziativa di Rita Finzi, la presidente di Duc Bologna (società concessionaria per la progettazione, costruzione, gestione della nuova sede del Comune di Bologna, ndr), che ha costruito e ora gestisce la nuova sede del Comune di Bologna. La sua idea originaria era inserire un segno che interpretasse il simbolo della municipalità bolognese, il leone. Nel dialogo con lei le ho proposto un grande primato. Mi sembrava che uscire dalla iconografia tradizionale desse un’idea di maggiore modernità, in linea con l’architettura, in un contesto dove si costruisce il futuro della città. L’Orangotango mi è sembrata la giusta presenza in rapporto allo spazio anche in termini di proporzioni volumetriche e di cromie. Inoltre, trovandosi in prossimità della strada, interagisce da vicino con i flussi di persone e di automobili.  Dopo una prima perplessità, la presidente ha sposato il progetto e lo ha sostenuto e seguito in tutte le fasi autorizzative: dalla Commissione per l’arte Pubblica fino all’installazione e fissaggio in sicurezza».

Logo Comune di Bologna
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Nell’arte pubblica, la scultura diventa un mezzo attraverso cui esprimere anche concetti sociali. Cosa ci racconta l’Orangotango?

«E’ una presenza aliena e massiccia che ci riporta al nostro rapporto con la natura, ricordandoci l’universalità dell’animale, la sua presenza e la necessità di una sua accettazione nell’era dell’Antropocene. Di fronte all’Orangotango la prima domanda è: “Che ci fa qui un orangotango?” L’animale non vede confini e ha diritto a calpestare la stessa terra come l’uomo. Essere lì, ingombrante, eretto e deciso, riafferma la sua piena dignità e libertà».

Ci può raccontare qualcosa di più sul materiale che ha utilizzato per l’Orangotango?

«Si tratta di una scultura in bronzo e vetro. E’ stata modellata in creta, un materiale naturale per un artista bolognese come me, il paesaggio delle nostre colline è caratterizzato da calanchi che sono proprio terreni argillosi. Tutte le mie sculture in un qualche modo appartengono al paesaggio bolognese. Riconosco nelle mie opere le forme e le superfici franose che quotidianamente vedo affacciandomi dalle finestre di casa».

Le sue sculture hanno girato molte città nazionali e internazionali, che effetto le fa vederne una proprio qui a Bologna?

«In effetti fino ad oggi non c’era niente di mio a Bologna, ho sempre pensato che il modo più semplice per conoscere l’opera di un artista dovrebbe essere incontrarlo nella sua città. Con l’Orangotango oggi può succedere anche a me, questa opera rappresenta la pacata fermezza che cerco negli animali. Il suo sguardo passa oltre al nostro, rimane l’abisso di incomprensione che ci divide dagli animali e che forse alcuni di noi possono desiderare di colmare».

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