L’ultimo romanzo di Stefano Santarsiere

Siamo in Egitto nel 1904. È stata rinvenuta la mummia di un antico medico e mago, insieme alla sua segreta ricetta per mettersi in contatto con il Dio Falco. Più di un secolo dopo, nel 2011, un giornalista bolognese, esperto di misteri, inizia le indagini su una piattaforma software nascosta. È questo l’incipit dell’ultimo romanzo di Stefano Santarsiere: “L’Alba del Dio Falco”.

L’autore è un volto noto dell’Università di Bologna, responsabile amministrativo gestionale del dipartimento di Scienze giuridiche. Il suo thriller edito da AltreVoci sembra conquistare il lettore dalla prima riga, incatenandolo ad una trama narrativa avvincente. Una storia ricca di riflessioni sul nostro presente che scava nella storia dall’antichità al XXI secolo.

La sua storia racconta un mistero che nasce nell’antico Egitto, attraversa il Novecento e giunge al 2011. Dice qualcosa anche sul periodo storico che stiamo vivendo nel 2022?

«Il romanzo insegue le tracce di Aleister Crowley e immagina un mondo che ha fede cieca nelle potenze esoteriche. Salvo a un certo punto affermare che ‘la vera magia da evocare era la tecnologia’. Ecco la chiave, mi pare che abbiamo sostituito una fede con un’altra. Siamo dominati, forse troppo, dallo sviluppo tecnologico, e nonostante le apparenze non siamo certo diventati più liberi». 

Perché i misteri dell’antichità continuano ad affascinarci?

«Forse perché sentiamo nel profondo che il passato non ha finito di raccontarci qualcosa di noi. E in questa ‘parte’ nascosta forse ha radice il meglio del nostro essere».

Copertina romanzo

Il 2011 è un anno che ha cambiato la storia d’Italia ed è stato attraversato da importanti movimenti sociali e rivoluzioni in tutto il mondo, ma poco raccontato. Perché ha scelto di ambientare la sua storia in quell’anno e per di più con riferimenti importanti all’Egitto, paese che nel 2011 è stato protagonista delle primavere arabe?

«Il libro si svolge nel 2011 per ragioni narrative. Ambientarlo più avanti faceva invecchiare troppo il protagonista, anche in rapporto agli altri romanzi della serie». 

Il suo libro si intitola l’Alba del Dio Falco, ma inizia con un tramonto, è un ossimoro voluto?

«Mi chiedevo quando me lo avrebbero fatto notare. Me ne sono accorto in fase di editing… No, non è voluto».

Nel suo libro c’è anche un po’ di bolognesità attraverso il protagonista?

«Bologna è la mia città di adozione. E sì, Charles Fort non poteva essere che di qui. Bologna diventa così luogo di partenza e di fine di tutte le sue avventure».

Il giallo e in particolare il giallo storico è un genere sempre molto amato. Perché?

«Perché unisce due elementi emotivi potentissimi: il fascino verso il passato (di cui parlavamo) e la nostra passione verso gli intrighi e il mistero».

C’è nella sua opera qualcosa degli altri scrittori di gialli storici dell’Emilia-Romagna, come Valerio Massimo Manfredi o Umberto Eco? O di maestri del brivido come Carlo Lucarelli?

«Il Nome della Rosa è uno dei miei libri preferiti. Ma ho apprezzato anche molti testi di Lucarelli». 

Quali sono i suoi autori preferiti?

«Ne cito alcuni: Bradbury, Blackwood, Harris, Vargas, Fante, Machen, Lovecraft…»

Qual è il suo libro preferito?

«Penso ‘Chiedi alla polvere’, di John Fante. Ironia mescolata a poesia. Sublime».

Cosa sta leggendo in questo periodo?

«Un saggio di Edward Morgan Forster, che si chiama ‘Aspetti del romanzo’».

Qual è stato il momento in cui ha deciso di scrivere questa storia?

«Tre anni fa, leggendo un saggio sulla coscienza e sulle attuali ricerche per cercare di riprodurla artificialmente…»

Cosa cerca quando scrive?

«Soprattutto mi devo divertire anch’io. E per farlo creo storie piene di avventura e mistero. Le storie che cerco anche come lettore».

Come e quando scrive?

«Generalmente qualsiasi ora del giorno va bene, ma se proprio devo scegliere, l’ora migliore è il tardo pomeriggio, l’imbrunire…»

Lei è il responsabile amministrativo gestionale del dipartimento di Scienze giuridiche. C’è qualcosa che lega il suo lavoro alla sua passione per la scrittura?

«Poco. Ma concentrarmi sul lavoro mi aiuta a creare quel sano distacco con il processo creativo che mi è necessario a inventare le mie storie…»

 

Foto di copertina: Stefano Santarsiere

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