“L’umanità senza memoria” di Alberto Bertoni

di Marcello Conti

È da poco uscito per Einaudi L’isola dei topi, l’ultimo libro di poesie di Alberto Bertoni, docente di letteratura all’Alma Mater. Una raccolta ricca di suggestioni, che affronta un tema caro all’autore: la memoria e la sua perdita. Un viaggio tra Modena e Parigi segnato dall’apparizione ricorrente di animali, tra cui spiccano inquietanti topi. Simboli, forse, di quello che stiamo diventando.

«Mi sento ancora più un lettore che uno scrittore di poesie. Io mi entusiasmo quando leggo certe poesie», ci dice Alberto Bertoni, verso la fine di una lunga conversazione al telefono, una domenica mattina. Classe 1955, modenese, all’Università di Bologna insegna letteratura contemporanea. E non per caso: «Ho sempre avuto un po’ il vizio della contemporaneità», confessa. «Ho sempre preferito un’arte che facesse i conti con la propria epoca. Il mio maestro, Ezio Raimondi, ha cercato in tutti i modi di riportarmi all’antico, ma fu presto chiaro che il mio interesse andava verso la letteratura contemporanea».

Alberto Bertoni

Come studioso Bertoni ha pubblicato numerosi saggi in cui, per l’appunto, prevale l’interesse verso la poesia italiana del Novecento. Come poeta è da poco arrivato in libreria L’isola dei topi, il suo primo libro pubblicato nella prestigiosa “collana bianca” di Einaudi.

Lei, oltre ad essere poeta, è un critico e uno studioso di poesia. Che legame c’è tra le due attività? O, in altre parole, cosa si porta dietro dello studioso quando fa poesia e cosa del poeta quando fa critica?

«Per molti anni ho tenuto completamente separate le due attività. Nel senso che quando scrivevo critica non scrivevo poesia, mentre quando ero in un periodo poetico allentavo la scrittura e l’interesse critico. Poi negli ultimi quattro o cinque anni – e la cosa si è acuita ulteriormente durante il lockdown – ho avvicinato i due elementi, che non sono più stati così separati nella mia attività e nella mia mente. È stato un fatto spontaneo. Forse perché nel discorso critico mi sono sentito sempre più staccato dalla realtà che mi circondava: questa non è un’epoca – almeno negli ultimi due decenni – della critica o delle riflessioni complesse sulla letteratura. Il discorso critico è un po’ uscito dagli orizzonti di attesa e anche di memorizzazione da parte degli studenti e anche di noi che lavoriamo in questo campo. Mentre trovo che il discorso poetico abbia guadagnato molte lunghezze di vantaggio. Nel senso che ci sono oggi in Italia due milioni di persone che scrivono in forma poetica. E questo, al di là della qualità, è qualcosa di cui tenere conto. C’è poi da riflettere sul rapporto assolutamente sbilenco tra questi due milioni che scrivono e i circa duemila che sono disposti ad acquistare libri di poesia. La poesia è diventata un’attività espressiva, quasi di auto-confessione e di veicolo di sentimenti, ma non è avanzata in parallelo la cognizione della lettura. I due elementi in gioco sono da un lato la memoria e dall’altro la lettura: si tende a esprimere se stessi, ma non ad accettare o introiettare l’espressione di altri, attraverso un linguaggio specializzato e complesso come quello della poesia».

Parliamo de L’isola dei topi. Mi sembra che uno dei temi fondamentali del libro sia quello della memoria e della dimenticanza. E poi c’è l’elemento ricorrente degli animali (dei topi, innanzitutto, che compaiono fin dal titolo e diventano onnipresenti nei componimenti dell’ultima sezione, ma non solo). C’è un collegamento tra questi due motivi? Io per esempio leggendo ho pensato a quel celebre aforisma di Nietzsche: “L’uomo invidia l’animale, che subito dimentica”. È così? L’animale affascina perché è libero dalla memoria?

La copertina de L’isola dei topi, ultima fatica di Bertoni

«Io ho spesso fatto della memoria il tema principale della mia poesia. Un mio libro precedente si intitola Ricordi di Alzheimer ed è proprio dedicato all’avventura del mio dialogo e delle mie passeggiate con mio padre che ha vissuto gli ultimi dieci anni della sua vita con questa malattia. Anche la presenza degli animali viene da lontano. Uno dei miei libri preferiti è un libro di racconti di Julio Cortazar intitolato proprio Bestiario: racconti onirici e surreali con gli animali al centro. Ma io detesto l’uso degli animali in forma favolistica, tipo Fedro o Esopo, cioè gli animali come rappresentazioni di vizi e virtù degli uomini, con una sorta di umanizzazione del mondo animale. Mi interessa il procedimento opposto: cioè quello di animalizzazione del genere umano. E in effetti gli animali sono non-veicolo di memoria o veicoli di un’anti-memoria. Io credo che l’Alzheimer non sia stata solo la malattia di mio padre, ma anche una sorta di malattia collettiva di oggi: il vero male del nuovo secolo. Se agli esami voglio mettere in difficoltà uno studente chiedo la data di nascita di un autore o quella di uscita di un libro. Li metto in difficoltà perché non è proprio più nei loro interessi memorizzare. Quindi sì, c’è un uso degli animali anche nella chiave di una rappresentazione metamorfica di una perdita di memoria del genere umano. Nel libro c’è sicuramente questo: l’animalizzazione progressiva della nostra umanità, o almeno questo pericolo».

È un libro di poesia, ma si chiude con una prosa, intitolata Canalchiaro e ambientata a Modena durante la pandemia…

«Le poesie del libro sono state scritte tra il 2015 e l’autunno del 2019. Successivamente lo avevo fatto leggere a qualche amico. Come poeta non avevo mai toccato i grandi editori. Uno degli amici a cui avevo fatto leggere il libro, il poeta napoletano Gabriele Frasca, mi ha detto: “mi piace molto, se fossi in te lo manderei a Einaudi, al direttore della collana bianca Mauro Bersani”. Da Einaudi ho avuto un’accoglienza superiore alle mie aspettative. Mi hanno fatto sapere che avrebbero pubblicato il libro, ma lo avrebbero stampato solo alla fine del 2022. L’unica perplessità che mi rimaneva è che passavano tre anni dalla fine del libro alla sua uscita. Poi Mauro Bersani mi ha fatto sapere che intendevano anticipare l’uscita alla primavera del 2021. Quando è arrivata la prima bozza, c’erano due pagine bianche tra l’ultima poesia e l’indice. Allora mi è venuto in mente di aggiungere quella prosa che avevo scritto per una trasmissione di Radio 3. Era adatta al libro, anche perché lo attualizzava, parla del contagio, del Covid. Sono stato contento di inserirla, perché così un libro uscito del 2021 porta una traccia di questa pestilenza che abbiamo attraversato e che non è stata una cosa da poco vivere. Probabilmente non aveva senso che un libro uscito nel maggio del 2021 non recasse nemmeno una minima traccia di quello che è successo».

Tra l’altro, in quella stessa prosa, cita Maus, la celebre graphic novel di Art Spiegelman. Un riferimento che esula dai generi letterari canonici. A questo proposito volevo chiederle: quanto i media non letterari o non puramente letterari influenzano la poesia di oggi? E quanto la sua in particolare?

Corso Canalchiaro a Modena, dove è ambientata la prosa conclusiva

«Io mi sono formato sul Futurismo: all’inizio della mia attività di critico c’è la curatela dei taccuini di Filippo Tommaso Marinetti e mi ero laureato su Gian Pietro Lucini, un autore che aveva aderito al futurismo in chiave anti-dannunziana. E quindi ho sempre avuto il pallino dell’opera d’arte totale. Non ho mai visto la letteratura del Novecento, e tanto meno quella di questo secolo, come un fatto puramente di scrittura. La multimedialità ha certamente influito sulla mia esperienza artistica. Oggi a maggior ragione: abbiamo tutti in tasca degli strumenti esplosivi in chiave multimediale. Gli smartphone portano la scrittura in una dimensione visiva, visuale, visionaria. Con un telefonino si può praticamente fare un film professionale. Questo cambia la nostra dimensione percettiva, proprio come aveva fatto il cinema a suo tempo».

Ne L’isola dei topi sono frequenti i nomi propri di luogo. Molti relativi a Modena, la sua città, ma non solo: ad esempio l’ultima poesia è ambientata nelle banlieue parigine. Quanto sono importanti i luoghi nella sua poesia?

«I luoghi sono molto importanti. Lo diceva qualche sera fa a Genova un amico, oltre che uno dei mie poeti preferiti, cioè Milo De Angelis. I nomi di luogo impegnano il lettore. Da un lato sì, limitandone l’immaginazione, perché ovviamente nel momento in cui dico “Modena” il luogo è quello e non può essere un altro. Però, nello stesso tempo, precisano. I nomi propri mi hanno sempre affascinato molto come elementi della poesia – c’è anche un saggio importante di Julia Kristeva su questo – proprio perché precisano. Io sono per una poesia dell’esperienza, della concretezza, del mettere il lettore come dentro una fotografia, dove sono riconoscibili certi paesaggi. E i nomi propri nella scrittura poetica sono un veicolo fondamentale per questo. Il movimento de L’isola dei topi, tra l’altro, parte dai dintorni di casa mia, poi si allarga a tutta Modena, la città nella quale vivo e, successivamente, si apre ad altre città e luoghi. La città emiliana, dunque, come Parigi, è piena di topi. Io ci vado un paio di settimane all’anno e la conosco abbastanza bene. E quindi il libro è anche un movimento da queste due città. Non la Parigi monumentale, ma quella più inquietante e oscura delle banlieue. Con il filo conduttore dei topi e questa idea della topizzazione del genere umano».

Nomi propri di luoghi, ma anche di persone. Nella penultima sezione, intitolata Brindisi e dediche, tutti i componimenti sono dedicati a qualcuno. Persone in alcuni casi viventi, in altre no. In lei c’è un’idea di poesia come strumento per comunicare con gli altri? Magari anche con chi non c’è più?

«Assolutamente sì. Credo molto nella poesia come meccanismo per riparlare con i morti. Io non professo nessuna religione, però la poesia per me è sempre stata un’equivalente della preghiera. Credo in questa potenzialità della poesia di far riparlare i morti e di permetterci di parlare con loro da questo sorta di loro aldilà, di questa loro assenza che è stata una presenza di voci, di odori, di sentimento, di vicinanza. Tutte le persone ricordate in Brindisi e dediche sono persone con le quali ho avuto un legame, che mi hanno suscitato questo bisogno di interloquire ancora con loro. E’ un meccanismo a cui sono molto affezionato e credo che continuerò ad usarlo anche in futuro, perché, tutto sommato, mi ha permesso di entrare anche in dialogo con me stesso. Ad esempio attraverso la dimensione del sogno. Io non mi ricordo i sogni, ma riesco a farli rivivere attraverso la poesia. La poesia ha per me una funzione di percezione molto alta e molto altra. Nel senso che mi porta davvero nelle dimensioni dell’incubo, dell’evocazione o del ricordo. Insomma, mi porta nella dimensione metafisica. Io credo che ogni vera poesia sia anche un piccolo trasferimento, una piccola trasformazione da ciò che è molto fisico, concreto, quasi cronistico, ad una dimensione metafisica che sta al di là di ciò che si vede, come diceva Montale. Perché accanto all’esperienza fisica del mondo, c’è anche un’esperienza immaginaria, immaginativa, fantasmatica e rievocativa. La memoria è anche questo. La poesia ha un compito molto importante nell’allargare questa nostra gamma percettiva».

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