M. Contini: “Nata da sola”

Cercando in rete il significato di «romanzo di formazione», l’AI informa, con la sua overview, che si tratta di un genere letterario che racconta la crescita, la maturazione e il passaggio dall’infanzia o adolescenza all’età adulta del protagonista, segnalando che la caratteristica principale è quella di avere come protagonista un giovane ragazzo o una giovane ragazza che affronta crisi e cambiamenti interiori.

Peccato però che, nello scorrere il testo proposto dall’AI, non si trovi poi alcuna traccia di una giovane ragazza in formazione tra le opere segnalate come celebri, essendo tutte rigorosamente declinate al maschile. 

Ben venga allora, a rendere meno evidente l’assenza, il libro di Mariagrazia Contini*, il cui titolo, “Nata da sola” (Mondadori), è un’efficace epitome di quello che verrà raccontato.

La «formazione» narrata è quella di Maria, nata, appunto da sola («io ero nata in un attimo e mia madre mi aveva addirittura sollevato, per vedere se ero maschio o femmina e se avevo tutti i pezzi al loro posto»), nel secondo dopoguerra, in una campagna emiliana ancora rurale, geograficamente collocata tra Modena e Bologna (nella quale «Lo sguardo può vagare per le lande ampie e vuote, quasi selvagge, punteggiate di filari di pioppi e pochi casali, che la prospettiva rende minuscoli. In fondo c’è l’orizzonte, sembra quasi di poterlo toccare. Anche il cielo, largo e striato di rosa. Intorno il nulla ma vivo: quel giorno dai campi spuntavano le piantine di frumento, al naso si affollavano gli odori – degli animali, della terra umida, del formaggio che invecchiava») ma idealmente luogo non immaginato di una precisa condizione umana (dove tutti lavoravano «di continuo. Le donne apparivano solo al momento di fare il bucato, sotto la barchessa che portava al fienile. Immergevano i panni in un enorme paiolo, con la cenere che bolliva nell’acqua. Mani e braccia sbattevano, spazzolavano, strizzavano le enormi lenzuola, le tovaglie e gli asciugamani e nel frattempo diventavano rosso scuro, quasi viola,” e dove «Gli uomini parlavano poco, a monosillabi e tra i denti, con lo sguardo che sfuggiva all’interlocutore e, sempre, continuando a fare altro. Di colpo si inalberavano, alzavano la voce e bestemmiavano, anche a lungo. Come se solo così fossero in grado di esprimersi e si sentissero sicuri di sé (…) Non vedevo la loro fatica, per esempio: giornate lunghissime, di lavoro massacrante, con qualsiasi clima e in qualsiasi condizione, esposti a rischi incontrollabili, come la grandine che distruggeva il raccolto o una malattia che decimava il bestiame. E alla fine, comunque, bisognava dividere il risultato a metà con il padrone»). 

Maria è parte di questa realtà di cui sembra accettare tradizioni e rituali, pagani o religiosi che siano: dall’uccisione del maiale come rito propiziatorio al «fioretto» come invocazione della divinità (il fioretto consisteva nel mangiare metà del salame voluto, nell’aiutare la madre in casa oppure nel  rinunciare a qualche dolcetto o alla frutta, di cui Maria era ghiotta), dal dare credito a convinzioni forse poco meditate sui rapporti di coppia (ad esempio Maria era piuttosto preparata sul tradimento, grazie al cinema: «La domenica pomeriggio, prima dei Vespri, andavo con mia madre a vedere film intitolati Tormento, I figli di nessuno o Non c’è pace tra gli ulivi. Ci portavamo dietro i fazzoletti perché alla fine piangevamo come aquile. C’era sempre un uomo (in genere, Amedeo Nazzari) che tradiva la moglie o la fidanzata baciando un’altra donna, una sua amica, sulle labbra anziché sulle guance») al riconoscere il Natale nel profumo del panone (dolce tradizionale della Bassa emiliana, una torta molto semplice arricchita con mandorle, cioccolato e canditi).

Nello scorrere intorno della vita di tutti i giorni, Maria osserva: osserva sua madre Norina, suo padre Rodolfo, il parroco del paese don Silvano, su consiglio del quale verrà spedita in un collegio gestito da suore, osserva il suo primo amore e le sue prime pene, osserva le sue amiche: dall’osservazione nascono domande, forse perché Maria era «da sempre abituata a non capire del tutto ciò che sembrava chiaro agli altri: da piccola e da grande».

Con le sue domande Maria cresce, forma la sua identità, acquisisce autonomia dalle tradizioni e dai rituali questa volta dell’età adulta (ad esempio se prima immaginava che «Nilde Iotti fosse diventata una prostituta o un’assassina, o che fosse stata abbandonata dal marito con figli da mantenere, in miseria», mesi dopo scopre «da un’infervorata vicina di casa, abbonata alla rivista “Noi donne”, che Nilde Iotti era un fenomeno: a ventisei anni era stata una delle pochissime donne elette nel primo Parlamento della Repubblica»)

La formazione dell’identità di Maria andrà ancora oltre e sarà dirompente nelle scelte: il punto di svolta, l’epifania ultima, avverrà sulle Dolomiti, dove Maria per qualche tempo alloggerà in un santuario insieme alle «Liete» (un gruppo di «sei ragazze grandi vestite da vecchie»), e a padre Salvo.    

Da questo punto in poi però non possiamo dire altro, dobbiamo fermarci per non togliere al lettore il piacere di scoprire da solo come la storia va a finire: non vi resta che leggere il libro allora.                

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* Mariagrazia Contini è stata per oltre quarant’anni docente di Pedagogia presso le Università di Bologna (prevalentemente), Padova e Firenze. Autrice di numerosi saggi e pubblicazioni scientifiche, è considerata una figura di riferimento sia per la formazione di generazioni di pedagogiste/i, sia per le ricerche relative a emozioni, infanzia, famiglie, comunicazione interpersonale.

Tutte le citazioni in corsivo sono tratte da Nata da sola, Mariagrazia Contini, Mondadori, 2026

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