Magister Dionigi
Le belle lettere e il piacere della lettura. Basterebbero queste parole a descrivere il contenuto dell’ultimo libro del prof. Ivano Dionigi (1), pubblicato dagli Editori Laterza con il titolo Magister – La scuola la fanno i maestri non i ministri. (2) Ma un’altra forse se ne può aggiungere di parola, ossia “suggestione”, quella suscitata dalla grande quantità di idee, di richiami, di suggestioni appunto, che il libro contiene.
Ma andiamo con ordine.
Il libro è, nelle intenzioni del suo autore, «un’ode civile all’educazione», alla scuola come «fulcro e avamposto civile del Paese», un’ode che contiene, al suo interno, una profonda riflessione sulla società contemporanea e su quell’unico essere dotato di logos, della parola (detta in breve) che è l’uomo.
Ed è appunto la parola, la lingua dell’autore, a rendere subito prezioso il testo: essa è cristallina, fluida; è una lingua che ha un suo suono, una sua cadenza interna (che a volte, nel ricordo, si fa quasi litania religiosa); una lingua che dà piacere per il puro fatto di leggerla, di sentirne lo scorrere, anche senza badare al suo contenuto.
Ma al contenuto bisogna badare perché, come detto, è suggestivo, ricco, molteplice, spesso divertente, e in parte inaspettato, perché l’autore, dopo poche pagine dall’inizio del libro, comincia a raccontarsi, descrivendo, nel segno dell’autobiografia (bellissima), la propria formazione scolastica (ma non solo).
Ma ora lasciamo che sia l’autore a raccontarci di più sul contenuto del suo libro, attraverso le domande che seguono. La prima domanda è necessariamente introduttiva.
Perché ritiene che questo sia per lei il momento di «contestare» (nell’accezione da lei detta, del «testimoniare insieme») se il tempo che stiamo vivendo è ancora un tempo in cui è possibile «vivere» e non solo «stare al mondo», in cui poter essere quel che si vuol essere?
«Contestare, vale a dire “testimoniare (testari) insieme (cum)”, è un compito che appartiene a tutti, in ogni tempo, perché fa parte della nostra natura e condizione umana che, come dice Aristotele, è caratterizzata non solo dal logos, il pensiero che abita la parola, ma anche dalla polis, la vita comunitaria. Tutti, ma soprattutto i giovani – che oggi sono ridotti a eremiti di massa e si rifugiano in modo solitario nei social – devono contestare: insieme elogiare ciò che di positivo accade nella loro vita famigliare, scolastica, sociale; insieme condannare ciò che di negativo accade. Questo è il primo passo per riscoprire ed esercitare quell’arte della politica che sciaguratamente sta scomparendo».
Dal titolo del libro, Magister. La scuola la fanno i maestri, non i ministri, il lettore non può di certo essere avvertito del fatto che, subito dopo il primo capitolo, che già dal titolo «Istruzione, istruzione, istruzione» suggerisce una precisa scelta di campo, si troverà piacevolmente immerso nel racconto intimo, autobiografico, della formazione scolastica, ma non solo, del suo autore. Certo, nel libro sono descritte le ragioni di questo raccontarsi, ma mi farebbe piacere se potesse descriverle ai lettori della rivista. Mi sembra che il racconto autobiografico non abbia solo il valore della testimonianza, ma costituisca anche un possibile strumento con cui il maestro si fa trovare dai giovani, il primo passo verso la stipulazione «dell’alleanza tra docenti e discenti».
«Sì, parto dalla mia esperienza autobiografica: a cominciare dalla formazione della scuola materna per finire con quella dell’università. L’ho fatto non per lodare il tempo che fu né per la presunzione di proporre un caso esemplare; bensì, più modestamente e più realisticamente, per fare un confronto tra oggi e ieri, e soprattutto per ricordare che in anni passati, non così lontani, la scuola è stata un grande ascensore sociale; che il diritto allo studio era più garantito; che la scuola, meno isolata, poteva contare su altri alleati».
Sempre con riferimento al racconto autobiografico, il giovane studente Dionigi, che, come valore aggiunto, ha già in sé la curiosità e la passione per il sapere, attraverso lo studio e con l’aiuto dei suoi maestri, raggiunge nel tempo i traguardi che conosciamo. Questi sono però ormai tempi in cui il rispetto per il «Magister» è sostituito da quello per il «Minister»: è possibile invertire questa rotta, in modo da restituire alla scuola quella centralità che con il suo libro, «ode civile all’educazione», auspica? Sarà possibile davvero che il presidente del Consiglio possa tenere in futuro la delega della Scuola (almeno metaforicamente parlando)?
«Certamente questa è l’epoca in cui si affermano i Ministri e non i Maestri, con un’inversione, anzi con un capovolgimento che ha ricadute sulla loro condizione e considerazione sociale ed economica. Non prevedo giorni né belli né felici per un Paese che loda, ascolta e insegue i Ministri, coloro che dovrebbero essere a nostro servizio, e dimentica i Maestri, coloro che insegnano ai piccoli e ai grandi l’alfabeto del sapere e della vita. Dobbiamo convincerci che il futuro del Paese è legato alla scuola: è lì, come ha detto Montaigne, che si formano teste ben fatte e non teste ben piene; è lì, come ha detto Nietzsche, che si formano cittadini e non utili impiegati; è lì, come ha detto, Piero Calamandrei, che si forma la classe dirigente del paese. Benedetto il giorno in cui il capo del Governo decide di avocare a sé la delega della scuola. Un gesto rivoluzionario che farebbe svoltare il Paese nel segno della saggezza e dell’avvenire».
Nel capitolo quarto del libro, a cui ha dato nome di «I fondamenti» suggerisce di sostituire la famigerata triade delle tre I – Inglese, Internet, Impresa – con un’altra triade, sempre in I – «Interrogare, Intelligere, Invenire» (Interrogare, comprendere, scoprire sé stessi e il mondo). Nella sezione dedicata all’Invenire, mi ha molto suggestionato la citazione di Mahler della tradizione intesa come «salvaguardia del fuoco, non adorazione delle ceneri»: è quella l’utilità da attribuire al pensiero classico?
«Il pensiero classico ci porta in eredità diversi beni, tra i quali il senso del tempo, vale a dire il continuum della tradizione: a ricordarci che pensiero, cultura e civiltà non iniziano oggi con noi, ma rimandano al passato, ai padri, ai maestri. La tradizione è quel filo rosso che unisce la memoria dei trapassati col destino dei nascituri. Noi oggi, calamitati dallo spazio e impigliati nella grande rete del mondo (www), abbiamo bisogno di fare pace col tempo: la nostra dimensione naturale, perché noi siamo anzitutto tempo. T. S. Eliot, con una felice e paradossale espressione, ci ricorda che le lingue classiche, il greco e il latino, sono morte: e, aggiunge, fortunatamente morte, così possiamo spartircene l’eredità».
Altro riferimento importante che lei fa è quello all’articolo 9 della nostra Costituzione (La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica): la nostra Costituzione è ancora una volta all’avanguardia, rispetto alle odierne politiche, nell’affermare la necessaria unione tra pensiero classico e umanistico e pensiero tecnico e scientifico?
«Questo nostro Paese, fino agli anni Cinquanta e Sessanta del secolo precedente era tutto proiettato verso la cultura umanistica, con conseguente ed evidente deficit della cultura scientifica e tecnologica (con palese violazione della Costituzione stessa). Ora, questo stesso Paese, tutto asservito al monoteismo tecnologico, mette in atto una vera e propria rimozione degli studi umanistici, in particolare classici, ritenendoli inutili e conservatori. Dobbiamo capire che è quanto mai necessaria e naturale l’alleanza tra il pensiero scientifico e tecnologico e il pensiero umanistico, il quale possiede tre proprietà indispensabili per una cultura e formazione fondata e completa: la capacità di porre domande, la cura del tempo, la visione dell’insieme».
Infine, sempre con riferimento all’Invenire, ho trovato molto interessante e inaspettato che lei annoveri, nella categoria del «novum, il mai visto, il mai vissuto, l’inaudito», la trasmigrazione dei popoli, invitando poi al dia-logo come nostra necessaria destinazione. Questo è un punto di vista finalmente diverso da quello “televisivo” ma siamo davvero pronti all’auspicato dialogo?
«Dobbiamo capire che l’uomo all’estremità non ha radici che lo bloccano, ma piedi che lo mettono in movimento; che l’umanità ha conosciuto continue trasmigrazioni di popoli (Seneca stesso ci ricorda che ai suoi tempi a Roma c’erano più peregrini, forestieri, che cittadini, cives); che il nostro futuro – per cause anzitutto demografiche – è legato alle popolazioni extracomunitarie. Se non per idealità e convinzione, accettiamo gli “altri” almeno per convenienza e calcolo. Qui non si tratta solamente di dialogo e di una questione umana e umanitaria: in ballo c’è la nostra stessa sopravvivenza. Siamo così sordi e ciechi da non avvertirlo?»
Grazie
«Voglio che tu “sia quel che vuoi essere”» come auspicabile finale.
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(1) Ivano Dionigi è professore emerito di Lingua e Letteratura latina dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, di cui è stato rettore dal 2009 al 2015.
(2) Magister – La scuola la fanno i maestri non i ministri, Ivano Dionigi, Edizioni Laterza, 2025 – Magister – Ivano Dionigi
Tutte le citazioni tra virgolette basse sono tratte da Magister – La scuola la fanno i maestri non i ministri, Ivano Dionigi, Edizioni Laterza, 2025

