Maier a Palazzo Pallavicini
A Bologna, nelle sale di Palazzo Pallavicini (via San Felice, 24) torna Vivian Maier, con la grande mostra Vivian Maier – Anthology. Già nel 2018, Palazzo Pallavicini dedica una rassegna all’artista statunitense ma, come sottolinea la curatrice, Anne Morin (direttrice di diDichroma photography), questa esposizione nasce da una necessità: quella di far conoscere più intimamente l’opera di Vivian Maier, vista da più angolazioni e con più sfumature possibili.
La mostra vanta 111 fotografie nel classico formato quadrato in bianco e nero e ben 35 a colori, tra fotografie di strada, autoritratti e ritratti, accuratamente selezionate dall’archivio Maloof Collection e dalla collezione della Howard Greenberg Gallery di New York. Il lavoro costa ad Anne Morin tre lunghi e faticosi anni di studio, al termine dei quali seleziona, tra più di 120.000 fotografie, le opere che vediamo nelle sale. Il duro lavoro della curatrice, porta alla luce nuovi aspetti della delicata maniera di fare arte di Vivian Maier.

Da questo viaggio inedito, si scopre cosa sia per lei la fotografia: una comfort zone dove essere sé stessa e libera di esprimersi. Per l’artista fotografare è come scrivere su un diario: un gesto che la aiuta a tenere traccia del suo vissuto più intimo, necessario per combattere l’anonimato in cui la società la relega. Il percorso di visita è in parte simile a quello già individuato nel 2018 ed alcune delle fotografie sono le stesse, ciò che cambia è proprio il modo in cui vengono osservate. Se fino a non troppo tempo fa infatti, Vivian Maier veniva vista come una pura street photographer americana, oggi può essere considerata una fotografa tanto americana quanto francese, perché dotata di una sensibilità e di una dolcezza di sguardo che la allontana dalla concezione di fotografia di strada, più fredda ed impersonale.

La raffinata attitudine francese l’artista la eredita dalla madre, Maria Jaussaud, originaria di Saint-Julien-en-Champsaur ed emigrata successivamente a New York. Possiamo definire Vivian Maier una fotografa di strada un po’ atipica, in bilico tra il distacco totale dal soggetto ritratto e il costante rischio di farsene coinvolgere emotivamente. Per raggiungere l’impassibilità, Maier si fa aiutare dalla sua Rolleiflex, la fedele compagna che porta sempre appesa al collo, in grado di garantirle la distanza fisica ed emotiva necessaria per fotografare. Le esperienze di vita di Maier si ritrovano sempre nelle sue opere; fondamentale, per la sua formazione personale, è l’esperienza da bambinaia, la nanny, che fa per la prima volta a Chicago all’età di 30 anni. Questa attività le permette sia di avere uno sguardo inedito e non impostato sul mondo, ispirandosi all’imprevedibilità e alla spontaneità naturalmente insita nei bambini, sia di emanciparsi economicamente, dal momento che non è sposata e si mantiene da sola. È nella vasca da bagno di una delle famiglie per cui lavora che Maier inizia a sviluppare le sue fotografie, dando vita a quello che diventerà il suo archivio, formato da centinaia di negativi, rullini, fotografie ed oggetti personali, che sistema in due scatoloni e porta sempre con sé.

Poco prima della sua morte, i due contenitori vengono messi all’asta, per pagare alcuni affitti scoperti. Vengono acquistati nel 2007 da John Maloof, che nel frattempo si è messo sulle sue tracce. A lui va il merito di aver studiato a fondo l’opera di Vivian Maier e di averla fatta conoscere al pubblico, dopo troppi decenni di anonimato. Nelle fotografie di Maier, abbiamo il privilegio di osservare le grandi città americane sotto un punto di vista inedito: l’occhio della sua macchina fotografica punta sugli invisibili, quelle persone che vivono ai margini della società, con cui lei empatizza proprio perché si sente una di loro.
È fondamentale sottolineare che tutte le sue fotografie appartengono ad un’epoca ormai lontana: quella dell’America scintillante degli anni Cinquanta del Novecento, meta ambita per tutti coloro che sognano una vita migliore. Allo stesso tempo, l’artista studia il mondo che la circonda in modo molto attuale, focalizzandosi sulla Face Noir della società: così, i protagonisti sono clochard, anziani, bambini ed animali intenti a vivere nient’altro che la quotidianità, nel più totale anonimato.
Il percorso espositivo è volutamente un crescendo: parte da fotografie di territorio, dove ritroviamo persone, luoghi e vicende di cronaca ed arriva a focus sempre più stretti. Da studi più recenti, emerge una peculiarità: tutte le fotografie di Maier non sono scatti singoli studiati ma sequenze, dalle quali seleziona poi l’immagine preferita. Questo particolare modus operandi spinge la fotografa, già a partire dagli anni Sessanta, a filmare le scene che istintivamente la colpiscono nell’innovativo formato Super 8, arrivando a seguire quasi ossessivamente ciò che cattura la sua attenzione con occhio cinematografico e focalizzando la sua attenzione su alcuni particolari, come le gambe o le mani di una persona colte in mezzo alla folla.

La sua visione del mondo, si ispira anche alla produzione di altri suoi colleghi (interessanti quelle di Weegee e di Robert Frank) che indagano l’altra faccia della medaglia, cercando sempre lo straordinario nell’ordinario. Nella fotografia Canada, del 1958, i due bambini immortalati sono una citazione puntuale di Diane Arbus, artista che negli stessi anni sonda, come lei, la società ai margini, popolata da Freaks. La selezione di fotografie a colori segna un cambiamento sia di stile che di tecnica. Per prima cosa infatti, varia il formato, che dal classico quadrato diventa rettangolare; inoltre, per questi scatti, Maier passa dalla sua inseparabile Rolleiflex ad una Leica, fotocamera più leggera e comoda da trasportare.
Le fotografie a colori portano con loro un senso di freschezza e modernità e sono lo specchio di una parte di vita tranquilla e serena dell’artista. Una particolare attenzione è da riservare alla serie di autoritratti; pare che risalga al 1950 circa il suo primo Autoritratto, sistemato dalla curatrice accanto al Self-portrait del 1954 diventato iconico. L’accostamento non è di certo casuale: dalla prima immagine, dove Maier si fotografa (e quindi si percepisce) come un’ombra, si passa all’autoritratto ben più presente e fissato nello spazio, quasi come a voler dire che, nell’arco temporale che sta in mezzo, ci sia tutto il lavoro dell’artista, che durante gli anni arriva a prendere una sempre maggiore consapevolezza di sé. È interessante notare come nel primo autoritratto, ci sia una doppia rappresentazione: se si guarda più attentamente, possiamo notare come la figura di Maier si rifletta anche nella fontana da giardino, creando una sua immagine in scala ridotta. Questo potrebbe stare a significare che l’artista, nonostante la sua altezza importante e la sua robustezza, si percepisca in realtà come una creatura piccola ed insignificante nella società.

Nell’arco della sua vita, Maier realizza circa 500 autoritratti all’anno, aggiudicandosi il primato da artista che più si autorappresenta nella storia della fotografia. Questo perché l’autoritratto possiede per lei un valore fondamentale: la serialità diventa un atto di resistenza rispetto alla società che la vuole cancellare e al contempo, è una ricerca identitaria che la porta a sapere chi è e a credere che esista. Per avere la conferma costante della sua esistenza, a Maier non basta specchiarsi, ma ha urgenza di imprimere la sua immagine sulla pellicola: è solo così, infatti, che riesce a sopravvivere all’oblio del tempo. Un’ultima riflessione la meritano le opere esposte nell’ultima sala; la sua ricerca si amplia e le immagini diventano sempre più seriali e pittoriche. Così, osserviamo fotografie come Untitled, dove il protagonista è un rivestimento rovinato di cui non resta che l’ossatura. Andando avanti con l’età, più la vita di Maier si incupisce, più il suo campo d’azione si restringe verso il particolare; una delle sue ultime fotografie, ritrae una catasta di giornali (Chicago, n. d.) che inizia a collezionare ossessivamente, simbolo di una volontà di fermare un tempo e un linguaggio che ormai non le appartiene più. Vivian Maier si spegne nel 2009, all’età di 83 anni in una casa di riposo in Illinois, tristemente poco prima che John Maloof riesca a trovarla.


