Mainolfi, prima la scultura

Cos’è, in sintesi, la scultura? Fino al 30 giugno alla Galleria De’ Foscherari di Bologna c’è una mostra che offre una risposta appassionante.

Tra le poche storiche gallerie di arte contemporanea attive in città, la De’ Foscherari mantiene ancora una programmazione di grande livello. Aperta all’inizio degli anni Sessanta e condotta lungo linee familiari dai fondatori Franco Bartoli e Pasquale Ribuffo ai figli Bernardo Bartoli ed Elena e Francesco Ribuffo, la galleria nel tempo ha saputo unire il fiuto per il mercato ad un notevole intuito critico. Se si scorre l’elenco delle sue esposizioni, tutti gli artisti scelti in questi cinque decenni si sono poi rivelati o affermati come voci importanti del panorama nazionale e internazionale: da figure come Concetto Pozzati e Domenico Gnoli, quest’ultimo giustamente celebrato nella recente mostra alla Fondazione Prada, fino ad esponenti delle ultime generazioni come Sophie Ko.

L. Mainolfi, Etna, 2021, dittico (particolare)

Luigi Mainolfi, avellinese, dopo gli anni giovanili passati a Napoli e a Torino associa a Bologna un passaggio importante della sua carriera, quello dalle performance ai rilievi scultorei. Nel 1980 Renato Barilli lo vuole nella prima mostra bolognese dei Nuovi-nuovi e nota da subito la sua propensione a creare oggetti sempre a metà tra le due e le tre dimensioni, con la serena indifferenza di chi sente l’atto dello scolpire come una cosa arcaica e naturale. La stessa attitudine la ritroviamo nell’attuale mostra bolognese, che prende il nome di Etna da una serie di rilievi in terracotta modellati quasi fossero un prodotto lavico: una crosta nerastra e screpolata scopre alcune fessure da cui filtra uno strato ulteriore fatto di una sostanza rossa, intensa e brillante. Ci si aspetta di trovare in mostra materie in continua metamorfosi, come pure molte volte si è visto nell’artista, per esempio nei rilievi che sembravano germogliare improvvisamente e gettare fibre e gonfiori, in linea con i titoli fiabeschi che l’artista assegnava loro.

Entrando in galleria si ha invece la percezione di una curiosa quiete. Gli oggetti hanno formati tutto sommato regolari che oscillano tra il tondo e una misura più squadrata, se si eccettua la Apessa nera in bronzo, le cui ‘zampe’ e una sonda sul dorso ne fanno una sorta di essere in formazione. Anche l’allestimento è molto misurato, con poche opere ben selezionate. Se però ci avviciniamo agli oggetti ci accorgiamo, come nella metafora vulcanica, che la loro superficie è sempre attraversata da forze che lasciano i segni del loro passaggio.

Accade guardando da vicino le cinque Sfere di Castellamonte (foto di copertina, ndr), anch’esse in terracotta: la loro sfericità non è perfetta, ricordano piuttosto i globi che tutti noi abbiamo fatto almeno una volta nella vita con la mollica di pane, ma ingigantiti e con la possibilità che la loro epidermide presenti piccole e piacevoli irregolarità.

L. Mainolfi, Etna, 2021 (foto Paolo Panzera)

Dalla luce calda delle Sfere si torna al nero quasi monocromatico di un dittico di Etna. Non credo sia casuale che Mainolfi ci ponga di fronte elementi che si ripetono apparentemente uguali. Lo fa con le Città e meteore ammassate in vetrina, recipienti oblunghi e forse un tempo funzionali a qualcosa, caratterizzati da una trama di segni e di oculi così finemente differenziati che vien voglia di ammirarli solo per scoprirne le regolarità e le variazioni. Le ‘ante’ del dittico di Etna, da vicino, sembrano due paesaggi lunari o provenienti da chissà quale pianeta, anche piuttosto diversi tra loro. La pressione delle dita sulla terracotta è più superficiale in un caso, più profonda e lacerante in un altro; siamo sempre incerti se pensare che il materiale argilloso si sia organizzato in autonomia o se vada riconosciuta la mano dell’uomo, un uomo però sempre attento ad assecondare i ritmi di formazione biologica della natura.

L. Mainolfi, Sfere di Castellamonte, 2015 (foto Paolo Panzera)

È questo, forse, il motivo di fascino più grande nei lavori di Luigi Mainolfi. Le sue opere rispondono per lo più a un principio generale della scultura che è quello del modellato, ossia del plasmare oggetti attraverso materiali duttili e malleabili. Certo, la scultura non è solo questo. Ma il modellato è l’attività che più rimanda alle origini, alla notte dei tempi, o alle nostre prime attività plastiche di bambini. È l’arte antica del vasaio, che secondo il grande scultore Arturo Martini, non per nulla tra i pochi riferimenti spesso citati da Mainolfi, è il principio stesso della scultura. E in fondo solo con il modellato si possono produrre i mondi di Mainolfi, apparentemente ripetitivi ma sempre diversi gli uni dagli altri, sempre in bilico tra i rilievi a muro e le forme più tridimensionali, tra i paesaggi (quasi) naturali e gli scenari fiabeschi. La scultura su marmo o pietra, spesso considerata più nobile, ha possibilità più ridotte, costretta com’è a lavorare ‘in togliere’ senza darci quel gusto di gioco e di piacere primordiale che ci danno le creazioni di Mainolfi.

Foto di copertina Apessa nera in bronzo di L. Mainolfi.

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