Mast: 11 mostre per riflettere su clima, cibo e i macabri allevamenti intensivi

di Medea Calzana.

La Fondazione Mast, ha organizzato nella seconda metà di ottobre, la quinta edizione di Foto/Industria,  Quest’anno il filo rosso che ha legato le 11 mostre sparse in 10 luoghi diversi della città, è stato il cibo, Food appunto, esibendo le opere di celebri protagonisti della storia della fotografia, le cui immagini fanno parte di un patrimonio iconografico condiviso. Una Biennale di grandi artisti contemporanei e giovani autori affermati sulla scena internazionale, in cui si alternano pratiche fotografiche che vanno dagli usi più puri e tradizionali della fotografia alle sperimentazioni più innovative. Un’occasione per riflettere su clima, sfruttamento delle risorse e allevamenti intensivi…proprio mentre i ‘grandi’ della Terra firmavano il patto sul clima di Glasgow. 

Pulcini sul rullo trasportatore. Disorientati, alcuni cadono, altri rimangono in piedi. Dei maialini in un recinto, come fanno a starci tutti? Colori, scorci, visioni dall’alto, immagini satellitari, installazioni: è il backstage su ciò che mangiamo, sull’industria alimentare, sul rapporto tra uomo e natura. Ed è stato anche il focus della quinta edizione della biennale di fotografia dell’Industria e del Lavoro, che si è tenuta per tutta la seconda metà ottobre, ed è stata promossa e organizzata da Fondazione Mast. E proprio quando, tra Roma e Glasgow, i ‘grandi’ della Terra o, se si vuole dirla in altro modo, i pochi che rappresentano il potere, si sono riuniti per discutere degli impegni futuri sul clima. Quelli che la giovane attivista svedese Greta Thunberg ha definito i “Bla bla bla”. Parole che si sommano a parole mentre il rapporto tra noi essere umani e la nostra unica casa comune è sempre più difficile, conflittuale e violento. 

E allora le undici mostre di questa biennale di fotografia sono state un’occasione per potersi fermare un momento a riflettere sull’impronta che lasciamo su questa Terra. Che cosa vogliamo essere? Consumatori o persone? Consumatori di natura, di spazio, di esseri viventi o, piuttosto, soggetti che in relazione con altri soggetti, che siano altri esseri umani, animali o piante? Il titolo di Foto/Industria 2021 era infatti “Food”, un tema di fondamentale importanza per il suo inscindibile legame con questioni di ordine filosofico e biologico, storico e scientifico, politico ed economico. Questa tendenza fagocitante dell’uomo di oggi è stata resa con immediatezza – solo per fare un esempio – dalla mostra in The Belly of the Beast che indaga il rapporto tra uomo, tecnologia e animali in un processo incessante fatto di consumo, digestione e scarto. Soprattutto con Feedlots, una serie di gigantografie realizzate attraverso la combinazione di centinaia di immagini di Google Earth raffiguranti enormi allevamenti di bovini, in cui la descrizione dei minimi dettagli (cartografia) si combina a un senso generale di astrazione, Misha Henner riesce a fare sentire l’angosciante claustrofobia di un mondo che si decompone. Usato, umiliato, digerito.

In un altro modo e con una sensibilità tutta orientale Takashi Homma, artista giapponese, in M+Trails rivela la bellezza e la crudezza delle tracce di sangue sulla neve immacolata, lasciate dai cacciatori quando uccidono una preda. Sembrano quadri astratti, invece, sono le impronte di un sacrificio. E, ancora, il rapporto con il cibo, se da una parte è lotta e sangue, dall’altra è standard e alienazione: la serie M raccoglie e mette a confronto le facciate di una serie di negozi di McDonald’s in diverse parti del mondo. Assieme alle raccolte anche degli altri fotografi  di caratura internazionale come Henk Wildshut, Maurizio Montagna e Herbert List, questa biennale ha avuto la capacità di fare riflettere sulle contraddizioni del nostro mondo: fatto di consumo di suolo, aumento dell’emissione di anidride carbonica, eventi naturali sempre più estremi dovuti ai cambiamenti climatici, sofferenze degli animali. Da un lato. E dall’altro anche la nascita di movimenti ambientalisti con una consapevolezza e una determinazione mai vista prima. Tanto che Greta Thunberg, nonostante le contestazioni, è il simbolo luminoso di una speranza generazionale.

(La foto di copertina, gentilmente concessa per la pubblicazione su il CUBo dalla Fondazione Mast: Henk Wildschut 05 Swine Innovation Centre (Vic), Sterksel, August 2012)

 

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