Michelangelo Antonioni e Luigi Ghirri in mostra a Ferrara
Fino al 1 novembre 2026, lo Spazio Antonioni di Ferrara (Corso Porta Mare 5) ospita Il monte analogo. Michelangelo Antonioni e Luigi Ghirri, una mostra che mette in dialogo la ricerca di due tra i maggiori protagonisti della cultura visiva del Novecento: il regista ferrarese Michelangelo Antonioni (1912-2007) e il fotografo reggiano Luigi Ghirri (1943-1992). Curata da Frederic Montornés e realizzata in collaborazione con la Fondazione Luigi Ghirri e La Virreina Centre de la Imatge di Barcellona — dove è stata presentata in precedenza — l’esposizione nasce dal desiderio di esplorare le profonde affinità tra le poetiche dei due artisti attraverso un percorso espositivo essenziale che lascia emergere, senza forzature, le spontanee consonanze tra le loro ricerche.
La genesi della mostra affonda le proprie radici in Le mont analogue, romanzo incompiuto dello scrittore francese René Daumal, pubblicato postumo nel 1952. Considerato uno dei testi più enigmatici e affascinanti della letteratura del Novecento, il romanzo racconta la spedizione di un gruppo di esploratori alla ricerca del Monte Analogo, un’imponente montagna che, pur essendo reale, rimane invisibile agli occhi della maggior parte degli esseri umani. Pur non riuscendo a dimostrarne l’effettiva esistenza, i protagonisti tentano comunque di raggiungerla a bordo di una nave, affrontando un lungo e turbolento viaggio che li conduce fino a un’isola misteriosa, alle falde della montagna. Tuttavia, il romanzo si interrompe proprio all’inizio della scalata, a causa dell’improvvisa morte di Daumal per tubercolosi. Una coincidenza che assume quasi un valore simbolico: l’interruzione del romanzo proprio nel momento in cui si sarebbe dovuta svelare la consapevolezza del sé, evocata dalla metafora spirituale dell’ascesa alla montagna, suggerisce quanto la ricerca di una verità universale rimanga, per l’essere umano, inevitabilmente incompiuta.

Il viaggio interiore, il delicato processo di accettazione e il fascino verso l’ignoto sono temi che attraversano la storia dell’umanità fin dall’Odissea di Omero. Interrogativi antichi che, pur avendo dato origine a infinite interpretazioni, continuano a sottrarsi a risposte definitive. A oltre settant’anni dalla sua pubblicazione, Le mont analogue continua a essere letto e interpretato per il messaggio che riesce a condensare in poche pagine: la vera meta non è la vetta, ma il cammino stesso. È a partire da questa suggestione che si sviluppa il dialogo tra Antonioni e Ghirri, due artisti che, pur appartenendo a linguaggi diversi, condividono la rara capacità di guardare il paesaggio come qualcosa di ben più significativo di un semplice sfondo.
Il dialogo prende avvio da Montagne incantate, la serie alla quale Antonioni si dedica dalla fine degli anni Settanta, in cui pittura astratta e riproduzione fotografica si fondono in un unico linguaggio visivo. Antonioni realizza queste opere con un procedimento che riflette pienamente la sua ossessione per l’ambiguità di cui si nutrono le immagini. Attraverso un linguaggio che fonde figurazione e astrazione, crea bozzetti ispirati al paesaggio montano, dai quali isola successivamente un dettaglio, una porzione specifica dell’immagine. Questo processo di forte ingrandimento — che richiama il blow-up fotografico al centro del celebre film del 1966 — svela un paesaggio che cessa di essere una realtà esteriore per trasformarsi in qualcosa di inedito e astratto, simile a una texture generata dalla grana stessa del colore. Per Ghirri, come per Antonioni, il paesaggio è prima di tutto un luogo mentale, una proiezione della condizione umana. Le sue fotografie restituiscono la poesia nascosta nei cortili, sui muri, nei cartelli e nelle insegne, trasformando luoghi ordinari in immagini iconiche.

Il vuoto acquista un ruolo di assoluta importanza: ciò che interessa al fotografo emiliano non è tanto cogliere l’istante perfetto, quanto rivelare la straordinarietà che si cela dietro ogni più piccola, e solo apparentemente insignificante, sfumatura del quotidiano. Montornés definisce il progetto «un catalogo di analogie, approssimazioni e gesti comuni, sereni e impercettibili, caratteristici del modo in cui entrambi gli artisti riflettono su quella parte dell’esistenza che scorre al margine dello sguardo. Una forma di essere, stare e agire nel mondo di cui questa mostra rivela soltanto la punta di un iceberg. O la cima di una montagna. O, meglio ancora, la rappresentazione della cima di un’idea di montagna», richiamando la metafora che attraversa Le mont analogue di Daumal. Il confronto con Antonioni diventa ancora più immediato osservando gli scatti giovanili che Ghirri realizza durante i suoi viaggi negli anni Settanta e che oggi sono esposti in mostra: le atmosfere sospese, la quasi totale assenza della figura umana e una gamma cromatica ridotta a tonalità opache e ovattate rivelano tutta la complessità che si cela dietro un mondo in lenta, ma inesorabile, trasformazione.

La crescita urbana e la progressiva perdita dei riferimenti tradizionali diventano per Ghirri e Antonioni uno stimolo alla ricerca di nuove forme di bellezza, nascoste nelle costruzioni recenti così come nei paesaggi rurali trasformati. I luoghi più anonimi, gli spazi ai margini spesso trascurati dalla maggioranza degli artisti, nella loro ricerca diventano occasioni per individuare una nuova forma di bellezza, profondamente contemporanea. Alla fine, ciò che risulta davvero importante non è tanto la conclusione, quanto il percorso che conduce a questa rivelazione, improvvisa e forse salvifica. Per Antonioni e Ghirri, così come per gli esploratori del Monte Analogo, la vera conquista risiede nel viaggio stesso: un percorso di conoscenza interiore verso una meta che non è un luogo da raggiungere, ma una nuova forma di sguardo sul mondo.

Foto copertina: Luigi Ghirri, Bastia 1976, ©Eredi di Luigi Ghirri.

