MIRÒ: il (di)segno del colore

MIRÒ: il (di)segno del colore

Scritto da Claudio Musso

Le opere esposte nella mostra Mirò! Sogno e colore provengono dal ricco corpus conservato presso la Fondazione Pilar i Joan Miró di Maiorca. L’intero percorso espositivo si snoda attraverso gli ultimi ventanni della carriera dell’artista catalano, periodo in cui aveva deciso di trasferirsi sull’isola delle Baleari. Proprio sull’isola aveva affidato all’amico architetto Josep Lluìs Sert la costruzione di una casa-studio dove trasloca nella seconda metà degli anni ’50. Affermava infatti che «dividere il mio tempo tra questo posto [Maiorca] e Parigi, con viaggi occasionali a New York, sarebbe l’ideale per il mio lavoro e per la mia salute», e così fece fino al decesso nel 1983.

La selezione di dipinti, sculture, assemblage e carte riunita nel percorso di Palazzo Albergati permette una panoramica retrospettiva dell’opera di Mirò, gli anni ’60 e ’70 in particolare sono caratterizzati dalla ripresa di motivi, temi e intenzioni già espresse durante gli anni giovanili e nella piena maturità dell’artista, elementi ai quali si aggiungono originali riletture e sperimentazioni libere dai vincoli delle tendenze più in voga. Come sostiene il critico Michele Dantini: «Tutto può tornare in vita, con inventivo eclettismo. Oppure, al contrario, gli stili di ieri possono rivelarsi del tutto incompatibili con le esigenze dell’oggi, mentre proprio l’Arcaico, il Primitivo, il Desueto guadagnano in incandescente attualità».

La visita si apre su una sala che offre tre possibili spunti di approfondimento. In primo luogo un piccolo dipinto esposto all’interno di una parete che permette la visione sia del fronte che del retro della tela. Questo paesaggio dipinto da Juan Mirò negli anni giovanili viene letteralmente ricoperto negli anni’60 in un periodo in cui la vena iconoclasta e antiaccademica dell’artista tornava a farsi sentire come nei primi anni parigini (lui stesso aveva parlato di “assassinare la pittura”). Le grandi opere che campeggiano sulle pareti laterali raccontano di un approccio allargato e sperimentale alla ricerca pittorica capace di includere supporti (tele preparate e grezze, legno), strumenti (acrilico, olio, china, acquerello) e soggetti (figura, paesaggio, astrazione). A chiudere questa ouverture una cartella di gouache policrome dedicate all’amico e collega, nonché grande ispiratore, Antoni Gaudì, che con Mirò condivideva il fascino per l’artigianato popolare, per i colori accesi come i primari, e per il fitomorfismo reso celebre dalla sua interpretazione dello Stile Liberty.

Proseguendo con la visita, il percorso espositivo offre la possibilità di un confronto a viso aperto tra la pittura degli anni ’70 e le più avanzate prove con la terracotta. I dipinti, di medie e grandi dimensioni, riportano l’attenzione sulla gestualità: da un lato l’azione della mano sulla tela e dall’altro la materialità del gesto (grumi di colore, schizzi, colature). La mano stessa, come vera e propria traccia, diviene elemento simbolico che si apparenta a quelle pitture primitive in cui l’essere umano utilizzava terre e colori naturali per imprimere la sua presenza nella realtà (si pensi alla celebri Grotte di Lascaux o di Altamira). Al centro della sala due teche ospitano manufatti ceramici frutto di esperimenti in cui l’artista utilizza la materia (argilla) e il processo di lavorazione (manipolazione, cottura) scardinando le regole al fine di ottenere superfici rugose, zeppe di crepe, a volte addirittura di bruciature. Dal punto di vista iconografico poi, le sculture si ispirano alle rappresentazioni di idoli e maschere tipiche della cultura africana tanto amata dall’artista catalano.

Tra le numerose possibilità della pratica artistica sondate da Mirò compare anche l’illustrazione per testi altrui che divengono a tutti gli effetti dei libri d’artista. Esempio cardine è Constellation, volume nato dalla collaborazione con il “padre” del Surrealismo, André Breton. A Bologna invece sono esposte alcune pagine di un libro dal sapore alchemico sulle proprietà delle pietre preziose che l’artista illustra contrapponendo pagine bianche attraversate da grandi solchi neri, quasi fossero incisioni rupestri, e fogli dalla lavorazione più complessa che appaiono come superfici murarie dense di graffiti e chiazze di colore.

Nelle due sale successive, che chiudono il percorso al piano terra, la narrazione si sposta verso i viaggi compiuti dall’artista negli anni ’60, in particolare negli Stati Uniti e in Giappone. A New York Mirò ha la possibilità di incontrare l’Action Painting, la tendenza resa nota dalle opere di Jackson Pollock, che influenzerà notevolmente il suo operato: dalla tecnica del dripping (sgocciolatura) alla posizione orizzontale della tela. Della cultura nipponica, invece, lo affascina la pratica dello Shodō (書道, letteralmente arte della scrittura), l’abilità con cui i maestri di tale disciplina dopo una fase meditativa vergano i caratteri sulla carta liberando l’energia del segno.

Entrando nelle sale al primo piano, veniamo accolti da una lunga intervista filmata. Mirò si racconta descrivendo il suo approccio all’arte a partire dal lavoro quotidiano nello studio e dalla raccolta di immagini, oggetti e stimoli che contribuiscono a popolare il suo complesso immaginario. Piccole statuette, ovvero artigianato della tradizione catalana, manufatti provenienti da altre culture, figurazioni esotiche, elementi dei quali l’artista studia la fattura, seppur grezza e povera, e indaga le simbologie, arcaiche o più recenti.

È l’artista stesso a citare tra le sue fonti d’ispirazione, spesso sottolineate anche dalla critica, la pittura romanica catalana. Nella sale della mostra bolognese compaiono almeno tre dipinti in cui tale debito risulta notevole, tele nelle quali, a partire dagli sfondi monocromi di tonalità accese (blu lapislazzuli, rosso magenta, verde smeraldo) fino ai segni duri delle linee di contorno, ogni dettaglio ricorda le opere che Mirò dice di aver incontrato fin da bambino nelle chiese di Barcellona. Ancora qualche passo per avvicinarsi ad una serie di dipinti in cui l’utilizzo del bianco/nero esalta l’ambiguità percettiva, quella tra figura e sfondo per esempio, e che nel trittico degli orizzonti si appresta a definire l’unità minima del paesaggio.

Dopo una piccola e preziosa sala dedicata al (di)segno – in cui una grande varietà di tipologie differenti tratteggiano una panoramica sulle funzioni (preparatorio, analitico, bozzetto) e i valori affidati dall’artista alle carte – si giunge alla conclusione nella sezione denominata “Vocabolario della forma”. In questa ultima parte viene presentata una rassegna di soluzioni formali dedicate alle figure ricorrenti nell’opera di Mirò che persistono anche negli anni ’70. Gli uccelli (Oiseau, 1972), le donne (Femme dans la Rue, 1973), gli astri, oltre a costituire il lessico diffuso nell’intera produzione dell’artista,  simboleggiano il principio maschile e femminile della creazione, le forze che si esprimono nel cosmo.

Per approfondire:
Juan Mirò, Lavoro come un giardiniere e altri scritti, Abscondita, Milano 2008
Michele Dantini, Mirò, Giunti, Milano 2016

 

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Franca Pili

Franca Pili

Segreteria CUBo

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