Musica Insieme in Ateneo
Nella serata di mercoledì 11 marzo, presso la sede universitaria DamsLab, nella piazzetta Pier Paolo Pasolini a pochi passi dal museo di arte moderna di Bologna, si è tenuto il terzo evento previsto dal ciclo Musica Insieme in Ateneo. La serata dal titolo evocativo, Note di pace, ha visto protagonisti due volti della più contemporanea interpretazione della musica jazz, Aeham Ahmad e Tobias Schulte. I due musicisti, rispettivamente pianista e batterista, hanno realizzato un programma denso di suggestioni, non solo per i toni della musica in se, quanto anche per la riflessione sottesa all’andare delle note sugli spartiti. Un condensato virtuoso e rapsodico di musica jazz da camera e di tradizionali canti siriani, vocalizzati dal ‘’pianista delle macerie’’.
La rappresentazione è stata aperta da una riflessione di Fulvia De Colle, direttrice artistica della Fondazione Musica Insieme, che, nel dar corso alla serata, ha voluto definire una e, forse la principale, coordinata emotiva per l’ascolto. Ricordando come la temperie storica attuale, funestata da cronache di crisi e venti di guerra, trovi nella dimensione musicale ed artistica un fondamentale avamposto di decompressione e raccoglimento, ha presentato al pubblico la storia drammatica del pianista, dal suo passato in Siria sino al suo esodo in Germania. È in questa cornice di impegno civile e culturale che si è inserito il ritorno del pianista protagonista, già ospitato da Musica Insieme a Bologna nel 2023, che nell’occasione data dall’evento organizzato dalla fondazione ha presentato il suo nuovo disco in anteprima italiana, Kanjiru.
Volendo presentare i tratti salienti della serata, è bene iniziare dal brano Parallel World, risultato dall’accostamento fra il canto tradizionale ai motivi jazz evocati dal pianoforte e dalla batteria. La straordinaria novità costituita da questo pezzo, che in un certo senso apre alla rivelazione della vera struttura che avrebbe retto l’intera rappresentazione, sta proprio all’emersione del canto del ‘’pianista delle macerie’’. Qui la ricerca vocale dell’artista raggiunge vette di strabiliante intensità. Nel toccare le frequenze degli acuti, attingendo al repertorio melodico della sua tradizione, il musicista pare rapito da una sorta di trance. Il potente effetto, evocante la ieraticità dei canti che si potrebbero accostare a quelli dei minareti orientali, ha trasformato l’esecuzione, che non tardò a coinvolgere l’uditorio con ritornelli cantabili, in un vero spettacolo coreutico. Non di rado infatti, il pianista tentava di coinvolgere il pubblico nei momenti più ritmati del suo cantato, riuscendo a tratti ad attirare le timide voci dell’uditorio.
La simbiosi che il pianista ha tentato di sviluppare durante il concerto con gli spettatori, ha trovato una migliore risoluzione con il suo partner sul palco, Tobias Schulte. La migliore espressione di tale simbiosi musicale è emersa nella seconda parte della serata, aperta da una rivisitazione dell’Inno alla Gioia di Beethoven, con il brano simbolicamente intitolato Joy. La mescolanza tra le linee melismatiche del cantato del pianista e l’onomatopea melodica del jazz ha rappresentato indubbiamente una buona trovata stilistica, in grado di rinnovare la promessa del jazz, da sempre terreno di storico confronto fra tradizione e contemporaneità.
Il momento di massima adesione del pubblico è coinciso con l’esecuzione di Break, brano caratterizzato da un andamento veloce e quasi frenetico di entrambi gli strumenti. Qui, la corsa del pianoforte innestata alla costanza lineare della batteria, in un alternarsi di rapsodie timbriche ed emotive, ha contribuito alla realizzazione di una canzone realmente coinvolgente. Proprio in questo frangente, il batterista ha offerto una prova di straordinario virtuosismo, rendendosi protagonista di un assolo capace di integrare ogni parte dell’organico percussivo, con l’ausilio dei più vari ed inaspettati strumenti, quali giocattoli a fischietto per cani, e l’utilizzo del proprio corpo come cassa di risonanza attraverso battute di mani su guance, torace e gambe. Una performance che è stata in grado di strappare qualche sorriso al pubblico, oltre alla grande acclamazione.
Insomma, uno spettacolo diverso dal solito, capace di attirare un pubblico vario che, incuriosito dall’innovazione promessa alla presentazione della serata, è stato soddisfatto e coinvolto in un momento musicale d’innovativa entità. Senz’altro il tratto distintivo di Kanjiru, che si può evincere da una prima osservazione del titolo dell’album, sta all’applicazione dell’elemento tradizional vocalistico ai motivi del jazz. La parola stessa che intitola l’album deriva dalla lingua giapponese ed esprime il senso dei verbi sentire, percepire e provare. Tre pratiche che si raccolgono in un’unica espressione, a sua volta rappresentativa di un processo di creazione e di esecuzione aderente, tanto nella pratica del sentire, del percepire, quanto in quella del provare, mossa dalla sperimentazione stessa dei due musicisti in luogo dell’impiego del kanjira, uno strumento a percussione tipico della tradizione asiatica.

