Musica Sinfonica; da Schumann a Wagner, passando per Handel

Nella serata di sabato 4 aprile il Teatro Comunale di Bologna ha realizzato un evento che ha riportato sul palco dell’Auditorium Manzoni il romanticismo tedesco. Ripreso dal grande successo dei due anni precedenti, che hanno visto la rappresentazione completa, in forma concerto del Der Ring des Nibelungen, quest’anno il teatro felsineo rievoca, attraverso il filo conduttore romantico che unisce Richard Wagner a Robert Schumann, il misticismo di quella corrente musicale ottocentesca ponendo l’accento sul rapporto che unisce i due autori. Alla bacchetta dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna il giovane direttore Michele Mariotti, che ha eseguito nella prima parte della serata, assieme al pianista Federico Colli, il concerto per pianoforte e orchestra in la minore op.54 di Schumann in tutti e cinque i suoi movimenti, seguito dal blocco di brani wagneriani subito dopo la pausa. 

Prima di discorrere del corposo secondo momento, che ha visto Wagner tornare sul palco del Manzoni, è bene riportare come l’incipit della serata sia stato rivolto a Schumann. L’opera, affidata alla sensibilità del solista ed all’attenta bacchetta i Mariotti, ha dispiegato quelle trame di chiaroscuri che caratterizzano l’opus schumanniana, istruendo l’uditorio circa la natura duplice dell’anima romantica, sospesa tra il vigore del primo movimento, l’Allegro affettuoso e l’introspezione onirica dell’Intermezzo. L’Orchestra del Comunale ha dialogato con il pianoforte in un equilibrio splendido, permettendo alle melodie di fluire senza mai sovrastare il suono del solista, consentendo alla temperie romantica evocata dal pulsare delle note del piano di dissolversi in direzione del pubblico in una purezza sonora cristallina. Dipoi, prima di passare alla pausa che avrebbe introdotto la musica wagneriana il solista ha voluto dedicare al pubblico un omaggio prezioso, in vista delle imminenti festività pasquali. Con una trascrizione personale dell’aria di Handel Lascia ch’io pianga, Colli, sfiorando delicatamente un tasto dopo l’altro, ha trasformato l’Auditorium in un luogo di mistico raccoglimento, oltre ad aver allacciato perfettamente i brani di Schumann a quelli di Wagner.

Passando alla seconda parte della serata, è bene sottolineare l’interessante modificazione della disposizione che ha interessato il proscenio durante l’intervallo. Lo spostamento del pianoforte dal centro della scena e la riorganizzazione degli orchestrali hanno segnato il passaggio dal piano narrativo del concerto solistico, all’ampiezza dell’azione musicale monumentale necessaria all’esecuzione dei brani di Wagner. Il Preludio del Lohengrin, o Cavalier del Cingno che dir si voglia, è apparso come una costruzione sonora di assoluta verticalità, partendo dal registro acuto dei violini per discendere verso la pienezza degli ottoni. Qui la concentrazione ha raggiunto vette di eccellenza, grazie al climax toccato dal trionfante fragore dei piatti, che ha rappresentato l’acme epico della serata ed alla precisione millimetrica della gestione orchestrale da parte di Mariotti, che ha saputo calibrare gli attacchi e valorizzare i volumi del suono complessivo.

Con l’intento di accordare la serata agli eventi pasquali, il successivo brano selezionato dal Comunale per la parte dedicata a Wagner è stato L’incantesimo del Venerdì Santo, in tedesco Karfreitagszauber, tratto dall’ultima opera del compositore il Parsifal. In vero, l’esecuzione di questo brano, proprio alla vigilia della Pasqua, ha rinnovato quel forte legame che unisce Bologna al compositore di Lipsia, suo cittadino onorario. L’orchestra ha saputo restituire quella purezza sonora, quasi diafana, in cui la natura sembra risvegliarsi a nuova vita, preparando gli animi per il componimento finale, il Preludio e Morte di Isotta, tratto dal Tristan und Isolde del 1865. In questo brano l’orchestra ha saputo superarsi in termini di rappresentazione dei sensi del tragico e del sublime, conducendo l’uditorio attraverso i chiaroscuri del desiderio inappagato fino alla trasfigurazione suprema. La direzione di Mariotti ha saputo mantenere tesa la corda dell’emozione, evitando eccessi sentimentali per favorire una lettura lucida e rigorosa, in stile quasi karajaniano si potrebbe azzardare nel dire, non rinunciando all’evocazione della commozione insita in quello specifico brano dell’opera. È stato proprio quest’ultimo che ha suscitato infine la più viva ammirazione da parte del pubblico, infatti la conclusione della serata è stata occupata da una fortissima ovazione. Un coro di voci ha preso a incitare il direttore e gli orchestrali all’esclamazione ripetuta del classico ed appagante ‘’Bravo!’’.

Lascia un commento