NorthCape4000, il racconto di Luca Quattrocchi

È arrivato 46esimo. Tutto sommato, un buon risultato. Erano quasi duecento infatti le persone al via della NorthCape4000, lo scorso 24 luglio a Rovereto. Per Luca Quattrocchi, ex studente Unibo partecipante per la prima volta a questa competizione di ultraciclismo – consistente nel raggiungere Capo Nord, in bici, in massimo 22 giorni – il risultato finale non era però l’obiettivo principale.

Certo, la classifica conta, aiuta a capire quanto si possa sforzare il proprio corpo in una competizione così dura. Luca ci ha messo 16 giorni a completare la sua impresa. Ad aiutarlo anche Cubo, che ha fornito parte del vestiario tecnico necessario.

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È come ci si approccia al percorso che fa la differenza, in questa maratona sui pedali. “Mi porto dietro bellissimi ricordi, ma anche il ricordo di tanta fatica, in quella che è stata l’esperienza più intensa della mia vita”, spiega Quattrocchi. La bellezza della geografia europea è alla base della sua partecipazione, basti pensare “alla maestosità dei monti Tatra, in Slovacchia, tra le cose più belle che ho visto durante il viaggio”, oppure “all’emozione dell’arrivo a Capo Nord, il punto più settentrionale del continente”. È difficile trovare però un solo aspetto positivo. C’è l’aver soddisfatto una richiesta, con la consegna delle lettere dei bambini dell’Associazione Ageop di Bologna alla Casa di Babbo Natale, a Rovaniemi, in Lapponia. O la possibilità offerta da un viaggio lungo come questo di ritrovare vecchi amici.

L’arrivo a Capo Nord

“Avendo vissuto in Lituania 5 anni fa, ritrovare una persona con cui ho condiviso quell’esperienza mi ha fatto molto felice. Anche perché poi è stato l’unico pasto seduto di tutto il viaggio!”, dice Quattrocchi sorridendo. Del resto di tempo per fermarsi non ce n’è molto. Si mangia e si dorme di corsa, spesso in luoghi di fortuna. Inoltre, le problematiche imposte dal Covid-19 hanno reso ogni giorno un’incognita. Ad esempio, imponendo a Quattrocchi l’obbligo di attraversare la Slovacchia senza mai scendere dalla bici, per evitare quarantene.

C’è poi la paura di bucare in qualche sterrato, di non trovar un posto per dormire la notte, di dover resistere mentre si pedala alla pioggia battente. “Il giorno più duro è stato il secondo, dovevo imparare, capire come gestire il mio corpo, i tempi, le pause”, spiega Quattrocchi, che ha avuto inoltre un nemico inusuale…il tramonto! “Come soffrivo quella luce rossa…vedi che la giornata sta finendo, e magari ti mancano ancora 40, 50 chilometri rispetto alla tua tabella di marcia…che ansia!”

Si tratta in ogni modo “di un’avventura che ti lascia senza alcun dubbio emozioni forti, particolari”. Quattrocchi non si sente però di consigliare a tutti di fare qualcosa del genere: “Molte volte, durante la corsa, giuravo che non l’avrei mai più fatto. Bisogna essere consapevoli delle difficoltà, e non buttarcisi a casaccio. Se non ti rendi conto di quello che stai facendo, se non ti organizzi bene, rischi di farti male e di non goderti questa esperienza meravigliosa”.

Ascolta il podcast del Cubo con l’intervista a Luca Quattrocchi:

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