Palazzo Pallavicini ospita l’arte del fotografo Saul Leiter Una finestra punteggiata di gocce di pioggia

Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia è il suggestivo titolo della mostra che Palazzo Pallavicini (Via San Felice, 24) dedica alla figura poliedrica e sfaccettata di Saul Leiter. Realizzato da Vertigo Syndrome, con la curatela di Anne Morin, il progetto espositivo riunisce oltre 200 opere — tra fotografie in bianco e nero e a colori, dipinti, un documento filmico e rari materiali d’archivio — offrendo una visione dell’artista che va oltre quella del semplice fotografo e consacrandolo come uno dei grandi pionieri della fotografia a colori.

Nato a Pittsburgh nel 1923, in una famiglia ebraica ortodossa, Saul Leiter sembra destinato a seguire un percorso già scritto: diventare rabbino e portare avanti la tradizione familiare. Fin da giovanissimo, Saul viene avviato dal padre Wolf, rabbino e studioso del Talmud molto rispettato nella comunità ebraica, agli studi talmudici; per lui, sembra non esserci possibilità di scelta. Tuttavia, pur consapevole di compiere un grande oltraggio nei confronti della famiglia, l’adolescente Saul non può ignorare la propria vocazione, comprendendo che la sua strada non è quella del rabbinato, ma dell’arte. La madre coglie questa inclinazione prima ancora del figlio e ne sostiene l’ambizione, regalandogli nel 1939 una macchina fotografica Detrola in bianco e nero, la prima di Leiter. Con essa inizia a fotografare il mondo che lo circonda, spesso con la complicità della sorella Deborah, sua prima modella.

Saul Leiter, Ana, 1950 c.a, Copyright Saul Leiter Foundation

Nel 1946, Leiter prende una decisione sofferta ma necessaria, destinata a segnare una frattura insanabile con la famiglia: abbandona definitivamente gli studi rabbinici per diventare artista. Con una piccola valigia e la macchina fotografica al collo, parte per New York, determinato a seguire la propria strada. Ripudiato dal padre e ormai escluso dalla comunità ebraica, Leiter è costretto a dormire sulle panchine di Central Park, senza però perdere la speranza. Continua a fotografare il mondo, sviluppando una poetica profondamente identitaria, fondata sul frammento, su inquadrature inusuali e su ostacoli visivi — come finestre, specchi, neve o pioggia — concentrandosi su ciò che resta ai margini e cogliendo la bellezza delle piccole cose del quotidiano.

Saul Leiter, autoritratto senza data, Copyright-Saul Leiter Foundation

La fortuna inizia a volgere a favore di Leiter quando entra in contatto con il vivace ambiente artistico newyorkese e conosce due protagonisti della scena emergente: il pittore Richard Pousette-Dart e il fotografo W. Eugene Smith. L’incontro con Pousette-Dart si rivela cruciale: vicino alla poetica dell’Espressionismo Astratto e alla Scuola di New York, è lui a suggerire a Leiter di proporsi come fotografo alle riviste di moda per guadagnarsi da vivere. Nascono così le prime collaborazioni con testate come Harper’s Bazaar e Life, che gli permettono di affittare un piccolo appartamento sulla Nona Strada, dove vivrà e lavorerà per oltre sessant’anni. Parallelamente all’attività di fotografo, Leiter coltiva la passione per la pittura, prediligendo il piccolo formato e un uso del colore fortemente emozionale, che lo avvicina alla pratica di artiste astrattiste come Georgia O’Keeffe, e adottando un approccio lirico riconducibile al concetto di “music painting”. Clandestino della storia, Leiter procede in senso contrario, concentrandosi su ciò che è imperfetto e trascurato dai colleghi fotografi. Rifugge le grandi occasioni che potrebbero inserirlo nel circolo degli artisti di riferimento, dichiarando più volte di voler rimanere fedele a sé stesso. Così, mentre la maggioranza dei fotografi lavora in bianco e nero, esaltando le peculiarità intrinseche del mezzo — legate soprattutto all’automatismo e alla freddezza — Leiter inizia a sperimentare con la pellicola a colori Kodachrome 35 mm, trasferendo alle fotografie lo spiccato senso materico e pittorico dei suoi acquerelli e dando vita a veri e propri haiku fotografici.

Saul Leiter, senza titolo, senza data, ph. Sara Cosimini, Palazzo Pallavicini, Bologna

Spesso definito “il fotografo del nulla”, Leiter riesce a scorgere lo straordinario nell’ordinario, suggerendo emozioni e suggestioni in chi osserva, proprio come fanno i versi della breve poesia giapponese. Nei suoi scatti, la tentacolare New York appare diversa, sospesa in quell’attimo cruciale in cui tutto può accadere. L’attitudine di Leiter, poco incline a piegarsi alle imposizioni, gli impedisce di lavorare a lungo per le riviste di moda, poiché la sua visione del mondo non coincide con quella richiesta dalla fotografia di settore. Nel frattempo, continua a vivere e lavorare incessantemente nella sua casa-studio, circondato da pile di libri sempre più alte e da spazi sempre più ristretti, che trasformano l’appartamento in una multiforme Merzbau di memoria schwitteriana. La riscoperta di Leiter come grande artista avviene a partire dagli anni Duemila, grazie a pubblicazioni come Early Colour (2006), che contribuiscono a mettere in luce il suo ruolo di pioniere nell’uso artistico della fotografia a colori, allora ancora relegata all’ambito pubblicitario.

Saul Leiter, Impronte (dett.), 1950 c.a, ph. Sara Cosimini, Palazzo Pallavicini, Bologna

Alla morte di Leiter, nel 2013, Margit Erb — curatrice e fondatrice della Saul Leiter Foundation — inizia l’imponente lavoro di catalogazione dell’opera dell’artista. Durante la ricognizione, scopre casualmente un nucleo di fotografie inedite che ritraggono nudi femminili, scattate da Leiter tra gli anni Cinquanta e Settanta e pensate per comporre un libro, mai pubblicato per il terrore di deludere ancora una volta i genitori anziani e malati. È grazie a Erb se oggi possiamo ammirare questi splendidi scatti — alcuni presenti in mostra — e oggi raccolti nella pubblicazione In My Room, uscita nello stesso anno in cui viene scoperto il nucleo fotografico.

Saul Leiter, L’estate del 1970, 1970, ph. Sara Cosimini, Palazzo Pallavicini, Bologna

Saul Leiter, artista ibrido tra pittura e fotografia, voyeur e clandestino della storia, sviluppa una visione unica del mondo e dell’arte, segnata da un’influenza ancora velata dai tabù dell’ebraismo, che plasmano il suo modo di osservare la figura umana. Nonostante le difficoltà, vive pienamente il suo tempo senza mai piegarsi alle regole del mercato, lasciando ai posteri una fotografia capace di raccontare storie senza bisogno di parole.

Foto copertina:Saul Leiter, senza titolo, senza data, Copyright Saul Leiter Foundation

Sara Cosimini

Sara Cosimini

Storica dell'arte specializzata in Beni Storico-Artistici all'Università di Bologna. I suoi interessi principali sono incentrati sull'arte contemporanea.

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