Pamela Malvina Noutcho Sawa, la campionessa italiana senza cittadinanza

di Irene Moretti

Pamela Malvina Noutcho Sawa ha 29 anni, è nata in Camerun ed è la detentrice del titolo di campionessa italiana dilettanti di pugilato. Sawa, che è infermiera al Pronto Soccorso dell’Ospedale Maggiore, racconta la sua vita tra ring e corsia, in un’Italia dove, anche volendo, non potrebbe indossare i colori della nazionale.

Sawa è un’atleta della palestra Bolognina Boxe.

La Bolognina Boxe è una palestra nata proprio a metà di due quartieri di Bologna, San Donato e Bolognina dove circa un centinaio di persone, uomini e donne, possono praticare il pugilato a prezzo popolare o, se non possono permetterselo, a titolo gratuito.

Alessandro Danè, commissario tecnico e fondatore, racconta  di aver  «cercato di tenere i prezzi il più contenuti possibile per dare la possibilità di avere il diritto allo sport». I prezzi? Una quota annuale di 25 euro l’anno e, per chi può permetterselo, 40 euro al mese.

Nonostante la maggioranza degli iscritti sia di genere maschile, Alessandro racconta che negli ultimi anni la presenza femminile è molto cresciuta e rivendica orgoglioso di essere una delle realtà italiane con il maggior numero di donne a praticare sport agonistico.

Non per niente la campionessa italiana dilettanti, Pamela Malvina Noutcho Sawa, è cresciuta proprio nella sua scuderia: «Pamela non può fare il salto nazionale, ma è un orgoglio incredibile. Noi abbiamo aperto ad agosto 2017 e nel giro di quattro anni siamo riusciti ad avere una campionessa italiana. È un buon risultato, ci sono palestre che ci mettono cinquant’anni ad arrivare alle finali dei campionati assoluti. Siamo veramente orgogliosi ed è la conferma di un percorso che abbiamo messo in piedi, sia da un punto di vista sociale ma anche sportivo».

La palestra, come detto, nasce all’incrocio di due quartieri multietnici: «Noi abbiamo 15 nazionalità differenti che si allenano nello stesso momento tra corso agonisti e amatori, di varie religioni e di varie etnie e vari colori della pelle, qui non ci sono differenze. Non c’è differenza tra maschio e femmina, non c’è differenza tra musulmano e cristiano, non c’è differenza di pelle e di sesso. Lo scopo della palestra popolare è quello di far emergere il fatto che  non ci sono differenze: qui quando ti alleni il sudore è uguale per tutti, quando fai pugilato il sangue è rosso per tutti».

Ad Alessandro Danè non resta che fare un’ultima domanda e chiedergli se, secondo lui, il 25 maggio del 1965 Alì colpì davvero Sonny Liston mettendolo a tappeto: «Sì, decisamente sì».

 

Chi è Pamela?
Pamela è una ragazza nera, come si vede, originaria del Camerun, di 29 anni che fa pugilato ed è un’infermiera.

Quando è nato l’interesse per la boxe, uno sport considerato tradizionalmente maschile?
Nasce casualmente nel 2015 grazie all’esperienza di tirocinio al centro di accoglienza Beltrami che è un centro per senza fissa dimora che si trova qui in quartiere San Donato, all’interno del quale era stato allestito un piccolo spazio per fare sport, un po’ per gli ospiti e un po’ per le persone dell’area esterna. Entrai, vidi il corso di pugilato e me ne innamorai. E piano piano sono arrivata dove sono adesso.

Che cos’è che caratterizza il pugilato rispetto alle altre discipline? Cosa ti ha colpita al punto di decidere che fosse quella la tua strada sportivamente parlando?
Il pugilato ti prende, molti sport dopo un po’ ti annoiano e non chiedono una certa costanza: li puoi fare, poi mollare e poi tornare. Il pugilato, invece, una volta che entri non puoi mollare, perché se salti anche solo due giorni di allenamento il giorno dopo lo risenti. Quindi anche quando sei a casa e non hai voglia di andare, dici “cavolo no, devo almeno andare a farmi una corsetta”. Ti prende davvero tanto. Ti richiede concentrazione. Ti richiede costanza. Concentrazione e costanza.

Contrazione e costanza sono anche gli elementi principali del tuo lavoro…
Sì, assolutamente. Io lavoro in pronto soccorso dove molto spesso c’è trambusto, si tende a perdere facilmente la concentrazione. Devi essere molto brava a mantenere la concentrazione su quello che stai facendo perché basta un attimo a sbagliare farmaco, a sbagliare qualsiasi cosa. Essere concentrati su quello che si fa e sulla persona che si ha davanti è fondamentale. È la base.

Se in Italia fosse possibile vivere di sport sarebbe una strada che sceglieresti?
Io amo il mio lavoro e non mi vedo a fare altro. Il pugilato mi piace tantissimo e il mio maestro mi dice sempre che a un certo punto non potrò fare entrambe le cose e io deciderò allora. Io per ora non mi vedo a non fare l’infermiera, a me aiuta moltissimo quando le cose vanno male in palestra e ci sono volte in cui vanno davvero male e solo chi ha fatto pugilato capisce andare a lavoro, incontrare i pazienti e un momento in cui mi rilasso. Può sembrare una cosa strana, però il lavoro mi aiuta tantissimo anche ad avere a che fare con sport. Al momento però non mi vedo a vivere solo di sport.

Comunque in Italia non sarebbe possibile….
In Italia è impossibile vivere di pugilato. Le persone che decidono di vivere di pugilato non vivono solo di quello, molto spesso devono entrare nei gruppi sportivi militari per poter continuare a fare il pugilato come lavoro. In Italia purtroppo non si vive.

Tu hai vinto un titolo italiano dilettanti. A che età sei arrivata in Italia?
A otto anni.

Hai la cittadinanza?
No, non ce l’ho. Dopo 20 anni ancora non ce l’ho. L’iter purtroppo in Italia è abbastanza lungo e basta un piccolo cavillo affinché tu debba rifare la domanda da capo o perché tu debba rifarla. Nonostante tu sia qui da venti a me è stato richiesto il casellario giudiziario del mio paese di origine. Sono arrivata qua a otto anni… che crimini potevo mai aver commesso nel mio paese di origine? Sono queste piccole piccole richieste che rendono difficile fare la domanda. Oppure ti chiedono tre anni di reddito, che magari tu hai iniziato a vivere da sola nel triennio e non riesci a mantenerti da sola.

Volendo fare il passo da professionista – cosa comunque già di per sé impossibile in Italia nello sport femminile o quasi – e volendo magari indossare i colori dell’Italia…
Non potrei. Se io volessi non potrei vincere il titolo italiano, non potrei vincere il titolo europeo, dovrei puntare subito al mondiale che è un salto quasi mortale. Non potrei lavorare step by step ma dovrei per forza ambire al mondiale che è tosto. Vorrei lavorare pian piano secondo le mie capacità.

Alì ha colpito Sonny Liston?
Non lo so!

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