Parigi dalle Banlieue alla Ville lumiere: il fotografo umanista Robert Doisneau in mostra a Bologna

Se è vero, come dice Susan Sontag, che la macchina fotografica è un osservatorio è vero anche che chi la utilizza non è mai un osservatore passivo.

Mademoiselle Anita, 1951

Ciò è particolarmente evidente negli scatti di Robert Doisneau (1912-1994), fotografo francese (più precisamente parigino, nato e cresciuto nel sobborgo operaio di Gentilly) che attraversa tutta la seconda metà del XX secolo per lasciare il suo personale racconto di strade, palazzi, monumenti, botteghe e, soprattutto, gente della sua città. Un racconto vivace e sentimentale, a tratti malinconico ma sempre ironico e leggero nell’accezione da Lezioni americane, in cui la leggerezza è forma di conoscenza lieve e impercettibile del mondo che sfugge a ogni principio di compattezza. Ogni materia, insegna Calvino, è fatta di piccole e leggere particelle, come piccole e leggere sono le storie che si affacciano dietro le istantanee di Doisneau, che, non a caso, amava dire «le fotografie che mi interessano e che trovo riuscite sono quelle che non arrivano a una conclusione, che non raccontano una storia fino in fondo ma rimangono aperte per permettere anche allo spettatore di fare un pezzo di strada con l’immagine, continuarla a piacimento, una specie di trampolino dei sogni».

A Bologna fino al 20 settembre 2020 è stato possibile vedere in mostra 143 fotografie realizzate dal celebre fotografo, tra i padri della Fotografia Umanista francese, in oltre sessant’anni di lavoro. Tutto il materiale che è stato esposto proviene da negativi conservati nell’Atelier Doisneau di Parigi, che ha sede nell’appartamento di Montrouge dove l’artista ha vissuto con la sua famiglia dopo il matrimonio con l’amata Pierrette e dove ha lavorato per circa mezzo secolo. La retrospettiva bolognese si inserisce in un progetto nato nel 1986 per volontà delle figlie, Francine Deroudille e Annette Doisneau, che dal 2001 hanno creato, in quella che è stata la loro casa, una fondazione dedicata al padre, allo scopo di mantenere l’archivio del suo lavoro e assicurarne la promozione e la valorizzazione.

Fernand Leger nelle sue opere, 1954

La selezione, allestita nella suggestiva cornice di Palazzo Pallavicini in via San Felice 24 – in cui ci piacerebbe tornare a vedere presto nuove mostre – è apparsa come una sorta di album di famiglia ‘allargata’, dove insieme alla storia personale dei Doisneau si è raccontata anche l’evoluzione urbanistica e sociale della città, dal dopoguerra agli anni Ottanta. Questa sorta di gemellaggio tra i ricordi di famiglia e la mobilità del paesaggio era evidente già dalla prima sala della mostra, in cui a foto di inizio secolo, che ritraggono il piccolo Robert a pochi mesi e sui banchi di scuola e alla carrellata dei volti di figli, nipoti e amici, erano accostate – tra le poche a colori presenti in mostra e, in generale, nella produzione dell’artista – le suggestive immagini della città immortalati in occasione dell’iniziativa della DATAR (Délégation à l’aménagement du territoire et à l’action régionale), che nel 1984 univa la sua esperienza a quella di fotografi internazionali per descrivere il paesaggio francese degli anni Ottanta (tra questi Gabriele Basilico, Raymond Depardon e Lewis Baltz).

I fratelli, rue du Docteur-Lecéne, 1934

Quelli in cui Robert Doisneau muove i primi passi nel mondo della fotografia industriale (ha poco più di vent’anni anni quando ha il suo primo ingaggio per documentare la vita nelle fabbriche Renault) sono anni in cui la fotografia ha già acquisito un valore come mezzo documentario. È in particolare al modo dell’uomo di abitare il mondo che guardano le immagini dei fotografi umanisti: interessati ai cambiamenti dei luoghi quanto all’evoluzione dei contesti sociali, celebrano il trionfo dell’uomo che vive i propri spazi, non li subisce ma li attraversa, li ama, li fa propri. E in Doisneau la vita di strada si declina in scene di ‘libertà’: bimbi che giocano saltando per le strade come funamboli, giovani innamorati che si baciano mentre la folla li travolge, e la ‘ville lumiere’ di scatenati boogie woogie in locali notturni e giri di walzer in sale da ballo e abiti da fiaba.

 

Il bacio dell’Hotel De Ville, 1950

Negli anni giovanili sono soprattutto le notti parigine a popolare i suoi scatti, dall’aristocrazia alle periferie, in cui amava scorrazzare con i suoi amici Blais Cendras, autore con lui del libro La Banlieue de Paris, pubblicato nel 1949, Jacques Prevért, compagno di lunghe passeggiate e Robert Giraud, con cui pubblica il suo secondo libro nel 1954, Les Parisiens tels qu’ils sont. Ma il suo sodalizio con gli scrittori non si ferma agli anni della giovinezza. Da curioso esploratore che attinge all’esperienza dei colleghi maturi, nel tempo Robert Doisneau diventa lui il riferimento di scrittori più giovani, restando però sempre e comunque un compagno di scorribande, come con Daniel Pennac, con cui realizza nel 1991 due grandi successi editoriali, Vita di famiglia e Le vacanze. È nel rapporto con tutti questi amici e compagni di strada (molti ritratti in mostra) che il fotografo riesce a esprimere anche con le parole la sua più intima vocazione alla fotografia.

Tinguely, Ritratto dell’artista, 1959

 

Come ha sempre rivelato nelle sue interviste, le caratteristiche di un fotografo devono essere la curiosità e la disobbedienza, unite alla pazienza dei pescatori, immobili e in attesa del fatidico ‘momento’. Nessuna esigenza di fare scuola o veicolare messaggi, solo foto fatte con una volontà, anche inconsapevole, di entrare in empatia con ogni soggetto ritratto, animato o inanimato, e dargli parola.

Niki de Saint Phalle, 1971

 

La visione scanzonata di Doisneau abbraccia con tenerezza l’arte in ogni sua forma, nella mostra ciò è stato particolarmente evidente nella carrellata di scatti di artisti immersi con vivo compiacimento nelle proprie opere (divertente il Fernand Leger mimetizzato tra i personaggi delle sue tele, un po’ malinconica una giovane Niki de Saint Phalle in conversazione con le sue sculture, mentre suo marito Jean Tinguely scompare dietro una nuvola).

 

Se avete avuto la fortuna di vedere questa mostra (e vi è piaciuta) o se comunque questo breve racconto postumo vi ha fatto venire voglia di saperne di più di questo ‘pescatore di immagini’, consiglio il bel documentario Le révolté du merveilleux, (titolo della versione italiana Robert Doisneau. La lente delle meraviglie) diretto nel 2016 dalla nipote Clementine Deroudille, in cui la vita e l’opera del fotografo sono raccontate con squisita leggerezza attraverso le sue opere miste a interviste e filmati inediti, regalando qualche elemento in più di un racconto lungo più di mezzo secolo dai tempi non lineari, dove lo stile reportistico della ‘street photography’ acquista un altro peso, o meglio, un’altra leggerezza.

Photo credits https://www.sfmoma.org/ https://www.artribune.com/

Note di Lara De Lena

Laureata in Lettere moderne, si specializza nel 2017 in Beni storico artistici con una tesi in arte contemporanea. Dal 2016 collabora a lavori di ricerca per pubblicazioni e/o progettazione e allestimento di mostre di ambito contemporaneo. Lavora all’Università di Bologna nel comparto amministrativo e per il CUBo cura articoli e visite guidate a mostre itineranti e collezioni permanenti nel circuito emiliano-romagnolo.
https://independent.academia.edu/LaraDeLena

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