Pazo e il writing bolognese

Tra le proposte del CUBo in luglio c’è stato un viaggio a tappe in alcuni quartieri di Bologna per osservarli alla luce degli interventi di Writing e Street Art che ormai li caratterizzano.

È andata così. Seguo da tempo le tracce del Writing e della cosiddetta Street Art bolognesi (anche se molti ormai preferiscono adottare l’etichetta più comprensiva di Urban Art); cerco di farmi un’idea critica della loro evoluzione ma non ho condotto studi e ricerche approfondite sul tema e per questo, ma chissà davvero perché, mi sento più autorizzato a concedermi delle preferenze.

Così ho frugato i social network alla ricerca del contatto di Pazo (1978), firma storica del Writing di Bologna, da tempo in cima alla classifica dei miei interessi. Ci accordiamo per incontrarci e scambiarci qualche opinione, lui mi avverte subito che non è un gran chiacchierone, eppure mi fornisce in anticipo, via messaggio, parecchi spunti. Uno di questi mi svela persino il senso di un toponimo: la sua firma giovanile (la tag, secondo la dicitura dei writer) era Paniko e proveniva dal nome del quartiere in cui è nato, Borgo Panigale, all’epoca dei romani Vico Panicalis, ossia la zona in cui si coltivava un cereale simile al miglio detto appunto panìco. Le spighe di panìco compaiono anche oggi negli stemmi di comune e quartiere.

Pazo, Night and Day, Bologna, Stazione San Vitale, Block the Wall 2021 (iniziativa curata da BLQ), © Pazo

Ci incontriamo proprio a Borgo Panigale, al Parco dei Pini, nell’ennesima giornata che i media si ostinano a definire la più calda dell’anno. Pazo mi porta subito a vedere un suo ‘pezzo’ su un muro di mattoni, di fianco a un campo da calcio. Mi dice che è là dal 1996 e gli piace che sia rimasto così, pressoché immutato. È cosciente, come ogni writer, che i suoi lavori possano sparire, ma mi racconta che esistono dei muri in cui è difficile che i writer “vadano sopra”, ricoprano le tag di altri; o quanto meno è improbabile che lo facciano senza avvisare. In quei casi si tratta spesso di muri importanti, considerati delle “hall of fame”, quindi dei muri in cui da anni si stratificano lavori di grande rilievo e che ormai persino le autorità hanno deciso di lasciare alla gestione indisturbata dei writer. 

Mi piacerebbe domandargli se gli dia fastidio che fino a una ventina di anni fa le istituzioni consideravano sporco e indecoroso molto di ciò che oggi viene riassorbito da un’idea un po’ ambivalente di decoro urbano. Lui senza aprir bocca fa una faccia che sembra dirmi: i tempi cambiano. Poi dice che il lavoro svolto dal Comune nei vari quartieri in fondo è importante; i writer stessi, attraverso associazioni culturali come Blq, di cui Pazo è presidente, o Tinte Forti (un tempo riunite sotto il nome di Opus Magistri), cercano da diversi anni di dialogare con le istituzioni e con qualche sponsor per avere dei muri a totale disposizione. Poi mi guarda e mi chiede: se vedi un bel muro e se c’è la possibilità di far le cose per bene, di installare un cantiere, con un ponteggio o un cestello, i caschi per chi ci lavora, l’autorizzazione a delimitare un’area, perché non farlo? Perché non chiedere un sostegno se si possono lasciare delle opere notevoli a una comunità?

Pazo, Borgo Panigale, Parco dei Pini, murata Steel Wars ormai parzialmente coperta da edera infestante, © Pazo

Mi ricorda il lavoro fatto dal collettivo Blq in molte zone periferiche della città, come in via Martelli, dove nel 2017 lui, Dado, Rusty, Tawa e uno dei pionieri della disciplina, il francese Lokiss, hanno riempito di colore i muri delle case dell’Acer, con larga partecipazione dei residenti. Che quei pezzi siano apprezzati da tutti, in effetti, me l’ha confermato un tale un po’ malconcio seduto davanti a un bar di via del Lavoro, mentre terminavo un tour sul muralismo urbano al quartiere San Donato. “Ehi uomo – mi ha detto – guarda che devi assolutamente andare anche in via Martelli“.

Un aspetto che mi affascina del Writing è che sia un modo di offrire dei punti di riferimento nella città“, mi dice Pazo. Passi da un incrocio, vedi distrattamente un ‘pezzo’: non è solo l’intrico delle lettere, il colore, la forma dell’opera in sé, è anche l’effetto d’insieme che assume ora quello scorcio, l’accordarsi o il cozzare dei toni con il resto dei muri, il fatto di sbucare all’improvviso da sotto un tetto e solo secondo una certa visuale. Il Writing, insomma, è un’arte ambientale, gli dico, poi gli domando se si ritenga un purista delle lettere e come veda questa eterna diatriba tra Writing e la cosiddetta street art.

Mi spiega che il Writing ha delle regole, non per nulla tutti quelli che lo praticano tengono a chiamarlo disciplina. Molti di loro, compreso lui, hanno iniziato a esercitarsi nell’illegalità, scavalcando cancelli, arrampicandosi sui tetti, per riuscire a dipingere le proprie elaboratissime firme in luoghi quasi irraggiungibili (da ragazzino ho fatto cose da mani nei capelli, dice). Agli esordi il fattore adrenalinico ha la sua importanza e se la tradizione calligrafica orientale richiede tempo e pazienza per perfezionarsi, queste nuovi esercizi di calligrafia hanno fretta, richiedono di sviluppare specifiche abilità in breve tempo. Questo è il punto, riprende Pazo: “non ho nulla contro chi dipinge opere di street art, ma pensare che quel tipo di espressione, spesso molto narrativa e facilmente accessibile, sia considerata l’unica meritevole di tappeti rossi e compensi, mentre noi a volte fatichiamo a trovare muri liberi… ecco questo mi ‘rode’ un po’”.

Pazo, tags del 2003, © Pazo

Forse è anche per questo motivo che associazioni come Blq e Tinte Forti cercano di garantirsi sempre più spazi legali. E poi, dice con un accenno di sorriso: “ogni volta che ci assicuriamo il finanziamento per un muro, è una possibilità in più di vedere un lavoro dei miei writer preferiti”. 

Il sole ormai è sceso, o per lo meno comincia a nascondersi dietro i pini. “Il fatto di essere lontani dal centro cittadino tante volte è un bene”, dice Pazo. “Borgo Panigale è un po’ fuori dai giri, non c’è la corsa dei writer di altre città ad accaparrarsi il muro in vista, qui viene chi ha voglia di fare un bel lavoro vicino al verde, in mezzo al silenzio. Ho dipinto un po’ ovunque, dice, ma poi torno sempre qui, e mi piace.”.

L’orologio del telefono mi dice che tra mezz’ora parte il mio treno per Bologna Centrale. C’è ancora tempo per approfondire l’idea di stile nel Writing e come esso si accordi alla disciplina. Cosa significa insomma, chiedo al mio interlocutore, avere uno stile personale se poi non si può uscire da una certa pratica codificata? “Alle questioni teoriche non ci penso granché – mi dice – non ho fatto scuole artistiche, incontravo gli altri giovani writer al Livello 57 o al Link, non a scuola o all’Accademia”. Insisto un po’, questo aspetto mi interessa molto e in fondo mi pare che Pazo abbia un concetto molto preciso di cosa voglia dire l’evoluzione stilistica nel Writing. Allora lui si mette pazientemente a cercare alcune immagini sul web e nel frattempo mi racconta che in effetti esistono delle costanti, degli elementi identificativi, come la pratica di ‘campionare’ i loop, ossia di prendere dei frammenti di lettere e sovrapporli, mutarne il verso, allacciarli tra loro. “In fondo – mi racconta – è un accorgimento antico almeno quanto la calligrafia, che ritorna poi negli abbecedari a stampa: vedi quella linea gobba che dà forma alla enne? Ecco, è la stessa che raddoppia per formare la emme o ritorna variata nella acca. L’arte di campionare è condivisa anche dai musicisti hip hop, che ritagliano motivi da brani già esistenti e li usano come basi, oppure dai deejay“. 

Questa, in breve, è la regola. Le opere di Writing spesso sono difficilmente decodificabili e rimandano a grafie proprio per il campionamento dei frammenti di caratteri alfabetici. Poi però l’organizzazione del materiale grafico è estremamente mutevole ed è qui che interviene l’apporto stilistico personale. Lui stesso ha variato molto la sua tag negli anni, fino a esprimersi recentemente con un incastro di ampi volumi architettonici illusoriamente tridimensionali, che ormai di una firma ha soltanto l’eco. I margini di originalità vanno cercati nelle regole della disciplina, insomma. Direbbero gli antichi che è tutto un sottile gioco di variatio.

Ci salutiamo passando da un muro di cinta del parco che Pazo da settimane, insieme ad altri writer, sta bonificando, per il quale sta tagliando l’edera infestante che lo ricopriva e scrostando i residui di antichi ‘pezzi’ per riverniciarlo e ridipingerlo da capo. “Ce ne siamo presi cura” – dice – e a me piace molto l’idea che ci si possa prender cura dell’orizzonte visivo di una città. Lo dimostra chi viene a correre o porta il cane a passeggio, dicendo ad alta voce che era ora che qualcuno riprendesse quel muro. “Anche il writer serve a qualcosa“, mi congeda Pazo. Penso, salendo sul treno, che la cura estetica di un territorio è ben più che un semplice servizio.

Foto copertina: Pazo, Borgo Panigale, Parco dei Pini, murata Steel Wars, 2014, © Pazo

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