Pompeo e gli ultimi diari di Andrea Pazienza

di Lara De Lena.

Gli ultimi giorni di Pompeo è una parafrasi del romanzo storico del 1834 Gli ultimi giorni di Pompei di Edward Bulmer Litton. Per Andrea Pazienza la Pompei in rovina è, manco a dirsi, Bologna e Pompeo è il simbolo di quella generazione che, come scrive Tondelli «non era stata capace di credere veramente in nulla, se non nella propria distruzione».

Copertina dell’edizione del 1997, Grifo Edizioni (©Marina Comandini Pazienza)

Il fumetto, pubblicato nell’aprile del 1985 su Alter Alter e poi come opera intera due anni dopo per le edizioni del Grifo, è l’ultima opera completa e l’ennesimo diario personale – il più disperato – di Paz, realizzata con materiali di recupero, pennarelli e fogli a quadretti. Tanino Liberatore ha confessato in una recente intervista di non essere riuscito a leggere tutta la storia all’epoca della scomparsa dell’amico perché troppo coinvolto emotivamente ed è facile credergli perché è una storia difficile, struggente anche per chi Paz non lo conosceva se non dalle sue storie a fumetti, magari quelle più ciniche e scanzonate. Gli ultimi giorni di Pompeo rappresenta la fase più impegnativa dell’arte e della coscienza di Pazienza, un vero e proprio atto di coraggio nel mettere a nudo sé stesso, un’opera cristologica di cui (non a caso) parliamo a trentatré anni dalla sua morte.  Siamo ancora e sempre al racconto autobiografico ma Pompeo non è più in presa diretta come in Pentothal o in negativo come in Zanardi ma è un guardarsi da lontano prendendo le distanze da un passato che voleva superato, soppiantato dalla sua nuova e felice vita con l’artista romana Marina Comandini, conosciuta nel 1985 e sposata l’anno seguente. I due erano andati a vivere nella tranquilla campagna di Montepulciano, dove Pazienza, dall’alto dei suoi 29 anni («i ragazzi di qui mi chiamano Vecchio Paz»), dice di essersi ritirato «come un cretino». Pompeo racconta il cammino di un giovane fumettista eroinomane verso il suicidio e il suo commiato dalla famiglia, dagli amici e dai suoi fantasmi, che si conclude con la morte, che avviene con un gesto feroce e istintivo che lascia il lettore atterrito. È un atto di catarsi del suo autore, concepito, racconta Marina, in un ascolto continuo e ossessivo di Carmelo Bene che interpreta Majakovskij, Blok, Esenin e Pasternak.

 

Vignetta da Gli ultimi giorni di Pompeo, 1987 (©Marina Comandini Pazienza)

Il rifugio a Montepulciano risale in realtà al 1984, quando Paz lascia Bologna e, con la città, la tormentata storia con Betta (al secolo Elisabetta Pellerani), la storica fidanzata degli anni bolognesi, e l’eroina, in cui era caduto, come tanti, negli anni dell’università. Alla droga allora ben pochi sfuggivano, tra questi Filippo Scòzzari per via dei «racconti dell’orrore che un padre medico faceva a tavola alla famiglia riunita dei primi disgraziatissimi tossicodipendenti», come lui stesso racconta. Una trappola mortale in cui poco prima di Paz cadrà Stefano Tamburini, amico e collega. La droga, dunque, torna in tutta la sua evidenza dopo alcuni anni nelle storie (e nella vita) di Andrea ma quando Pompeo esce come storia completa nel 1987 la lettura che ne fa la società è quella dell’era dell’Aids, incidendo nella risposta immediata del pubblico nei confronti dell’opera, che invece oggi, a posteriori, si rivela come uno dei momenti più alti della sua produzione. 

 

 

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