Quali saranno le conseguenze post belliche Siamo al capolinea della globalizzazione?
«Gli eventi internazionali dimostrano che la globalizzazione, così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi trent’anni, non esisterà più». È stato categorico Larry Fink – numero uno di BlackRock, la società di gestione del risparmio più grande del mondo – nel fare il punto sulle conseguenze economiche del conflitto russo-ucraino, in una sua recente lettera agli azionisti. È in atto un cambiamento epocale, dunque, anche sotto il profilo economico e finanziario: ma cosa troveremo alla fine della tempesta? Lo abbiamo chiesto a Michele Clementi, professore a contratto al Corso di laurea in Finanza, assicurazioni e impresa del Campus di Rimini ed esperto di mercati finanziari e gestione del rischio.
Professor Clementi, cominciamo da un tema che è sotto gli occhi di tutti: la fiammata dei prezzi dell’energia. È anch’essa un effetto della guerra in Ucraina?
«Non esattamente: il petrolio, il gas e i carburanti, in generale, crescevano ben prima che le tensioni internazionali degenerassero. Gli importi stellari delle bollette recapitate nelle nostre case in queste settimane sono frutto di calcoli precedenti al conflitto».
Cos’è successo allora?
«L’inflazione (il rincaro generalizzato di beni e servizi, ndr) era ai minimi da più di 10 anni: trattandosi di un fenomeno per lo più ciclico, ci si aspettava che tornasse a manifestarsi in coincidenza con la ripresa delle economie. Ma il problema, almeno in Italia, è un altro».
Cosa intende?
«Se, nel resto d’Europa, gli stipendi sono aumentati in media del 30% negli ultimi 10 anni, in Italia sono rimasti fermi, o addirittura diminuiti. Ciò significa che, nel nostro Paese, gli effetti dell’inflazione si faranno sentire più che altrove, perché si abbatteranno su salari già drammaticamente bassi. La conseguenza principale sarà un rallentamento dei consumi, che minerà la tanto agognata ripartenza post-pandemia».
Oltre allo shock energetico, tutti i settori economici devono ora fare i conti con la crisi degli approvvigionamenti e il conseguente rincaro di materie prime e semilavorati.
«Un fenomeno cui stiamo assistendo da circa un anno a questa parte, dinanzi al quale molti osservatori hanno invocato una maggior autosufficienza delle filiere di produzione e assemblaggio».
Cosa significa?
«La globalizzazione ci aveva abituati a catene di approvvigionamento, appunto, globali: basti pensare al modo in cui si costruisce un’automobile, ovvero assemblando pezzi e componenti provenienti da ogni parte del mondo. Lo stesso dicasi per la filiera agroalimentare o per quella dell’abbigliamento. Questa crisi, ulteriormente accentuata dalla guerra e dalla chiusura dei mercati russo e ucraino, sta costringendo le aziende a rivedere le proprie dipendenze e a delineare filiere più corte, di prossimità».
Dalla globalizzazione alla nazionalizzazione?
«Direi piuttosto dalla globalizzazione a una ‘europeizzazione’. All’indomani dello scoppio del conflitto, i Paesi europei hanno fatto fronte comune per due ragioni: in primis, per difendersi da possibili minacce militari, poi, perché ci si è accorti che, al venir meno di materie prime fondamentali per le nostre economie, occorre dar vita a filiere europee, in tutti i settori. Un’esigenza che, negli ultimi decenni, era stata completamente trascurata, in favore della progressiva delocalizzazione industriale».
Una delocalizzazione che, a conti fatti, non conviene più.
«Il costo più basso della manodopera viene compensato da quello dei trasporti internazionali, notevolmente più alto che in passato: solo per farle un esempio, nel 2021 il costo di un container sulla rotta Shanghai-Rotterdam ha subito un incremento pari a +335%. A ciò si aggiungono ritardi e incertezze nelle spedizioni, come avrà riscontrato chiunque abbia provato, negli ultimi mesi, a ordinare un’auto nuova».
Prima la pandemia, ora la guerra: di fronte a questi continui capovolgimenti di fronte, a quale certezza possiamo aggrapparci per il prossimo futuro?
«In uno scenario così complicato è francamente difficile azzardare previsioni. Forse, però, un dato positivo c’è: molti Paesi reagiranno allo shock energetico cercando, nel lungo periodo, nuove fonti di energia. Si potrà finalmente attuare quella transizione energetica verso fonti rinnovabili che, finora, è rimasta più una promessa che un impegno concreto dei governi».

