Quel fervore dei pionieri del Dams da riscoprire

Damsiana oggi come ieri, Eugenia Casini Ropa è nota come la prima laureata di quel corso di studi nato cinquant’anni fa grazie all’illuminazione di un grecista, Benedetto Marzullo. Ricorda tutto di quel giorno di luglio del 1974 quando ha sentito proclamarsi dottoressa in discipline delle arti, della musica e dello spettacolo; come ricorda le tante assemblee alle quali ha partecipato e il rapporto con i suoi maestri

 

Di Federica Nannetti

 

Sognatori a volte un po’ folli e stravaganti, professori autorevoli, grida e scritte sui muri, professionalità e quel primo annuncio di dottoressa in discipline delle arti, della musica e dello spettacolo. Per Eugenia Casini Ropa, prima laureata al Dams, il suo corso di studi è stato questo e tanto, tantissimo altro perché, in fin dei conti, ancora oggi le sembra impossibile non definirsi “damsiana”. Una percezione che ha iniziato a essere alimentata, goccia dopo goccia, dal gennaio del 1971 quando, a poche settimane dall’apertura delle immatricolazioni, sono iniziati per lei e per i suoi compagni i primissimi corsi. Un anno accademico particolare come lei stessa ha ricordato, caratterizzato da studenti per la maggior parte coetanei dei professori se non addirittura più grandi.

 

Professoressa Casini Ropa, lei è conosciuta come la prima laureata al Dams. Cosa ricorda di quella giornata conclusiva di un percorso di studi, a partire dalla discussione fino ad arrivare ai festeggiamenti con i compagni di corso?

 

Eugenia Casini Ropa durante un convegno al Dams (Foto da Casini Ropa)
Eugenia Casini Ropa durante un convegno al Dams (Foto da Casini Ropa)

«Ricordo bene quel 10 luglio 1974. I preparativi alla discussione penso siano stati simili a quelli di tutti gli altri ma, avendo già una certa età e due figli, ho sempre voluto fare bella figura. Non so se io sia la prima laureata al Dams, so solo che quel giorno abbiamo discusso la tesi in sette e, andando in ordine alfabetico, sono stata chiamata per prima per presentare il mio elaborato di fronte a una commissione di undici professori: Benedetto Marzullo, Luigi Rognoni, l’italianista Alfredo Giuliani, Ferruccio Marotti, Giuliano Scabia, Renato Barilli e altri: docenti un po’ di tutte le discipline che hanno trasmesso non poco timore. Tutti abbiamo parlato con la tremarella. La mia tesi sull’animazione teatrale, all’epoca qualcosa di molto attuale anche all’interno delle scuole e al centro del dibattito pedagogico, è stata apprezzata a tal punto da essere poi pubblicata sulla rivista Biblioteca teatrale. Però c’è un altro aneddoto particolare di quella giornata: la sera, insieme ai giovani professori e ad alcuni compagni di corso, ho festeggiato in una trattoria all’aperto verso Sasso Marconi, con una cena a base di frittura di rane. Un modo per percepire ancor più il sollievo per aver concluso, come dei veri pionieri, una lunga navigazione».

 

Ma cosa l’ha portata a scegliere il Dams, anche in rapporto alle sue esperienze pregresse?

 

«È una storia lunga. Ho sempre amato il teatro e la danza, disciplina che ho studiato fin da bambina e che ho affiancato all’accademia Antoniana di arte drammatica nata proprio intorno al 1955. A 16 anni sono riuscita a entrare: avrei sempre voluto fare l’attrice, ci ho provato e mi sono trasferita anche a Roma, ma non essendo particolarmente tagliata a ricoprire quel ruolo ho deciso di smettere favorendo il matrimonio e i miei due figli. Poi, improvvisamente, è nato il Dams, un corso di laurea completamente nuovo e in linea con le mie passioni, motivo per cui l’ho colto come occasione per aprirmi nuovamente agli interessi di sempre. È stata davvero una boccata d’aria, un amore immediato nonostante non abbia avuto la possibilità e il tempo di frequentare tutte le lezioni. Ma conciliare studio e vita privata è stato possibile grazie all’aiuto di mia madre».

 

Eugenio Barba, Fabrizio Cruciani ed Eugenia Casini Ropa (Foto da Casini Ropa)
Eugenio Barba, Fabrizio Cruciani ed Eugenia Casini Ropa (Foto da Casini Ropa)

Lei ha ricoperto il ruolo di allieva interna di Umberto Eco e di Fabrizio Cruciani. Quali incarichi le sono dunque stati assegnati e che personalità avevano questi due uomini e professori?

 

«La prima sensazione che mi viene in mente è gratificazione. Il Dams era all’epoca ancora una realtà piccola, una macchina in via di rodaggio e di costruzione; e proprio per questo gli allievi interni hanno avuto un ruolo utile offrendo un certo aiuto ai docenti. Eco e Cruciani avevano due personalità molto diverse e a farmi avvicinare a loro è stato proprio il mio interesse per le loro rispettive discipline: da un lato la comunicazione di massa e la semiologia come modalità interpretativa del linguaggio, dall’altro il teatro, la sua storia e una sua nuova interpretazione sociale. Per Eco mi sono impegnata in alcune analisi testuali condivise poi con gli altri studenti durante le lezioni e mi è capitato di leggere e riassumere preventivamente libri appena arrivati e da lui non ancora visionati per mancanza di tempo. Per Cruciani, invece, ho guidato gruppi di studio, oltre che ad aver preparato numerose dispense. Ma con loro ho soprattutto imparato. Ricordo un rapporto con entrambi molto sciolto e di fiducia, non di rado anche al di fuori delle aule, tanto da renderli a tutti gli effetti dei Maestri con la “m” maiuscola».

 

Quindi si può parlare di un rapporto con i professori più ampio di quello a cui siamo abituati adesso e anche al di fuori degli ambienti universitari?

 

«Specialmente i professori non di Bologna erano soliti fermarsi i giorni centrali della settimana, per poi tornare nelle proprie città una volta concluse le lezioni. In quelle occasioni capitava dunque di andare a pranzo o a cena insieme: era qualcosa di assolutamente normale, con un rapporto quasi alla pari come tra amici».

 

Assemblea al Dams; Bologna, 3 marzo 1977. Copyright Enrico Scuro
Assemblea al Dams; Bologna, 3 marzo 1977. Copyright Enrico Scuro

Ha mai partecipato a qualche assemblea del Dams?

 

«Eccome! Anche in una delle foto tornata a circolare in questo periodo ci sono. Nessuno probabilmente potrà riconoscermi, ma in quella schiera di giovani, al buio e ritratti in bianco e nero sono la figurina in alto a sinistra. Negli anni caldi del movimento studentesco le assemblee erano continue e raccoglievano una grande partecipazione. Personalmente non sono mai intervenuta, forse per mancanza di un po’ di quella forza indispensabile per riuscire a inserirsi nelle discussioni a volte violente. Del resto erano i tempi dello “scemo, scemo”, il saluto che veniva rivolto ad alcuni professori al loro ingresso a lezione; ma anche quelli delle manifestazioni, dei mucchi di sanpietrini accatastati in alcune aule del dipartimento o delle fughe sui tetti».

 

Spesso gli studenti del Dams vengono definiti stravaganti. Pensa di esserlo stata anche lei in qualche dettaglio?

 

«No, penso di essere stata una donna moderna ma non particolarmente stravagante, probabilmente anche per i miei trent’anni al momento dell’immatricolazione. Sono stata una studentessa atipica rispetto alla media, escludendo un primo anno dominato da studenti adulti. In quelli successivi, con l’arrivo dei neodiplomati, l’unico tratto innovativo riconoscibile in me dev’essere stato il modo di studiare teatro, aderendo al movimento di apertura verso una nuova storiografia».

 

Avendo vissuto il Dams per molti anni anche successivamente alla laurea, ne ha percepito cambiamenti decisivi?

 

«Sicuramente, anche perché il Dams ha attraversato periodi di grandi stravolgimenti, compresi gli anni di piombo. Sono stati momenti complessi anche per i docenti, chiamati a schierarsi e a difendere gli studenti che, nell’opinione comune, sono spesso stati considerati quasi gli unici protagonisti delle manifestazioni di piazza. Dall’interno, invece, non si ha mai avuto la percezione che i ragazzi del Dams fossero isolati nel loro attivismo, accompagnati al contrario da un pari numero di giovani provenienti da lettere, da lingue o da altre facoltà. Quelli del Dams hanno forse spiccato perché più pittoreschi, inventori di azioni di strada, di propaganda, creatori di performance e di momenti all’insegna del colore. Forse proprio per tutte queste caratteristiche sono stati anni molto fertili, per poi assistere a un progressivo spegnimento della vitalità, dello slancio e dell’entusiasmo tra i tardi anni Ottanta e il Duemila. Con dispiacere si è constatato un certo atteggiamento di apatia e di maggior indifferenza. Molte volte non si ha avuta la certezza che i ragazzi amassero davvero le proprie scelte e i propri percorsi di studio. In realtà questo cambiamento e l’affievolirsi della fiamma dei primi due decenni non ha riguardato solo il Dams, ma ha investito tutta la società. Un nuovo fervore, per quanto completamente diverso, è tornato a farsi percepire all’inizio del Duemila nel mio ambito di studi con l’avvio di un nuovo corso magistrale dedicato alla danza e al mimo».  

 

Laurea ad honorem a Pina Bausch (Foto da Casini Ropa)
Laurea ad honorem a Pina Bausch (Foto da Casini Ropa)

È stata lei a proporre la laurea ad honorem a Pina Bausch nel 1999.

 

«Il periodo d’oro della danza. Nel 2000 Bologna è stata capitale europea della cultura e per l’occasione sono stati chiamati i grandi coreografi del tempo, italiani e stranieri, tra cui Pina Bausch, la vera protagonista. Da proposta è diventata realtà nel novembre 1999 per merito del rettore Roversi Monaco e questo mi ha reso molto orgogliosa».

 

Se dovesse indicare una persona che più ha segnato la sua carriera chi si sentirebbe di dire?

 

«Non ho nessun dubbio, sicuramente Fabrizio Cruciani, nonostante prima di sceglierlo come relatore invece di Eco di tesi ci abbia pensato non poco. Ma il teatro è sempre stato parte integrante di me e, da quel momento in avanti, Cruciani non ha mai smesso di sostenermi, di indirizzarmi e di consigliarmi nel modo giusto. Fino a quando è stato in vita ha continuato a essere il mio maestro perché, persino lontano da Bologna, ha rappresentato il punto di riferimento a cui porre domande e chiedere suggerimenti. A lui devo il mio metodo di analisi, il mio essere di studiosa e il particolare amore per la disciplina teatrale».

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