Revolutija: l’avanguardia prima della propaganda

Note sulla visita guidata del prof. Antonio Mario Bazzocchi, delegato alle iniziative culturali dal Magnifico Rettore

di Francesca Sibilla

Revolutija” è il titolo dell’esposizione che ha animato il Museo d’Arte Moderna di Bologna con più di settanta opere d’arte, foto d’epoca, filmati storici e costumi teatrali appartenenti al periodo del primitivismo, cubismo-futurismo, suprematismo e oltre. Curata dal Museo di Stato Russo di San Pietroburgo, in collaborazione con le istituzioni delle due città e l’Università di Bologna, l’esposizione ha reso visibile al grande pubblico i capolavori dei protagonisti della storia dell’arte moderna e contemporanea russa sconosciuti ai più. “Revolutija” abbraccia un arco di tempo relativamente breve, venti-trent’anni, dal primo movimento rivoluzionario russo (1905) all’affermazione dello stalinismo. In questi anni il legame tra movimenti artistici, storici e culturali è strettissimo, non sempre univoco o facile da decifrare. In alcuni casi la rivoluzione artistica precede quella storica: gli artisti sono i primi innovatori e rivoluzionari e anticipano la rivoluzione con le loro opere. In altri casi irrompono in itinere nel movimento rivoluzionario cui danno voce anche attraverso le loro opere, per arrivare infine al momento in cui l’arte diviene il “braccio operativo” del regime tant’è che si parla di “arte di stato”. Dagli inizi del ‘900 agli anni ‘20-30, numerosissime sono le correnti artistiche, scuole, movimenti d’avanguardia che si susseguono in Russia con personalità, idee e tecniche molto diverse tra loro, spesso opposte. Questo, in larga parte, riflette lo stato d’animo e l’ambivalenza del popolo russo di allora: parte della popolazione richiedeva libertà, rispetto dei diritti umani fondamentali e voleva uscire dalla povertà, altri, all’opposto, non volevano alcun cambiamento, lo ostacolavano, ne avevano paura. La convivenza di queste due anime, fil rouge della mostra, è evidente già nella sala di ingresso che ospita le due grandi tele “Che vastità” e “17 ottobre 1905”.

Ilya Repin, Manifestazione  del 17 ottobre 1905 (dipinto nel 1907 modificato nel 1911)

Eseguite entrambe nel 1905 dallo stesso artista Il’Ja Repin, esponente del realismo, sono opere molto diverse tra loro. In “Che vastità” due giovani esponenti della borghesia russa, un uomo e una donna, si lasciano trasportare dalle onde del mare in un moto quasi gioioso. Il quadro è ancora legato alla tradizione, forme e colori non sono nuove, l’atmosfera è romantica, tardo ottocentesca. A giudizio unanime dei critici il quadro simboleggia “la gioventù russa che non ha perso il coraggio, la fiducia e le speranze nonostante i guai che l’hanno colpita” (Stasov). Se in “Che vastità” la rivoluzione russa è ai suoi albori, accennata e richiamata in modo allegorico dal movimento delle onde, in “17 ottobre 1905”, la rivoluzione esplode. La folla borghese insorge in un movimento di piazza a San Pietroburgo per reclamare a grande voce i diritti essenziali. Il giovane amnistiato issato dal popolo con le manette in mano in segno di libertà, il mazzo di fiori rosso, segnale di opposizione al potere ufficiale, lo stendardo issato sono i simboli del moto rivoluzionario. L’elemento di rottura non è tanto la modalità di rappresentazione, sempre piuttosto tradizionale, quanto il messaggio rivoluzionario, l’entusiasmo e l’euforia anche se dai libri sappiamo che furono giornate sanguinose poiché lo Zar poco tollerava le richieste di libertà del popolo. La prima grande sala del percorso, che comprende tele prodotte tra gli anni dieci del novecento e il 1915-16, racchiude opere in cui visioni completamente diverse dell’arte si susseguono in maniera non sequenziale tanto che i quadri, pur essendo prodotti in anni ravvicinati, sembrano appartenere a epoche molto distanti. Da un lato ci sono opere ancora molto tradizionali, dall’altro si cominciano a vedere i primi influssi del cubismo e futurismo europeo ripresi in maniera originale senza abbandonare completamente elementi della pittura russa antica quasi a volerne ribadire l’importanza. Si passa quindi da “Banja” di Serebrjakova, dove un gruppo di donne russe viene raffigurato in una sauna secondo i canoni del tardo neo-classicismo europeo, al ritratto non convenzionale della famosa attrice e ballerina “Ida Rubinstein” di Serov. Il corpo esile, le mani, i piedi allungati, i gioielli richiamano lo stile tipico di Boldini che dipingeva in quegli anni a Parigi, il busto in torsione verso lo spettatore dà l’idea di disarticolazione del corpo, dinamicità e movimento, per arrivare alla “Modella” di Tatlin in cui corpo, volto e testa sono ridotte a forme geometriche, segno dell’influsso cubista da cui l’artista al tempo stesso si distacca per lo sfondo rosso tratto dalla pittura russa antica. L’importanza della tradizione è evidente in “La moglie del mercante”di Custodieff, quadro molto classico nonostante sia successivo ai quadri di Serov e Tatlin. L’opera ritrae una donna della borghesia con elementi che richiamano la tradizione, il vestito deriva dalla cultura popolare e anche le botteghe e i cavallini sullo sfondo rimandano al popolo e all’arte di strada. Dello stesso periodo è “Il ritratto di Boris Grigor’ev” di Mejercol’d, eccezionale per la capacità di tenere insieme, in modo armonico, elementi della tradizione russa, dell’innovazione e dell’invenzione intellettuale. L’opera ritrae il grande regista teatrale d’avanguardia Grigor’ev in una postura insolita che rappresenta anche la sua invenzione artistica fondamentale: il movimento della figura nello spazio. Sullo sfondo un guerriero con abiti orientali, arco e frecce richiama l’antico popolo sciita, mentre i colori (blu, grigio, rosso e arancio) provengono dagli espressionisti europei.

Sempre in questa stessa sala ci sono sia opere di artisti che riprendono in modo più incisivo gli elementi del cubismo e del futurismo europeo sia opere di artisti che hanno raggiunto il massimo dal punto di vista espressivo e vogliono andare oltre gettando le basi per nuove correnti. Di derivazione europea è ad esempio “Il ritratto di Anna Achmatova” di Al’tman che presenta la figura alta e longilinea della celebre poetessa avvolta in un ampio scialle secondo un preciso schema geometrico. Il profilo della donna è quasi scolpito come anche l’acconciatura, anch’essa ripresa dalle donne francesi dell’epoca. Il quadro non ha prospettiva, né si percepisce la differenza tra interno ed esterno come richiedevano i cubisti. Lo sfondo è scomposto in cristalli luccicanti dalla forma geometrica che evocano il mondo onirico e interiore della poetessa. Anche i colori usati (blu per l’abito, giallo per lo scialle, verde per lo sfondo) sono di derivazione europea. Un’altra artista che riprende nelle sue opere elementi cubisti e futuristi seppur con un approccio molto personale è Gonciarova. In “La bicicletta” l’artista rappresenta in chiave ironica il tema del movimento caro ai futuristi, ma contrariamente a questi che dipingevano aeroplani quale espressione massima di tecnologia e velocità, il soggetto del suo quadro è un ciclista in bicicletta lungo un’anonima strada di paese. Il movimento non è dato quindi dall’oggetto raffigurato ma dalla tecnica, dai piani e dalle velature sfalsate, dalle insegne “disgregate” di locali e negozi sullo sfondo. La sala infine si chiude con una tela di Maskov (“Autoritratto con Koncalovskij”) che rappresenta il manifesto della nuova corrente del neo-primitivismo e il tentativo di andare oltre alle influenze europee verso un’arte più radicale e rivoluzionaria che vuole recuperare l’antico spirito religioso alla base dell’arte russa. L’opera, paradossale e ironica al tempo stesso, è una combinazione di opposti: l’autore si ritrae con un amico nelle vesti di un ginnasta in un ambiente in cui sono presenti tutti i segni dell’arte, della cultura e della tradizione religiosa: quadri, strumenti musicali, libri tra cui monografie di Giotto, Cézanne e la Bibbia. Le proporzioni delle figure, la muscolatura e il colore sono intenzionalmente esagerate e caricaturali come segno di opposizione e distanza dalla tradizione artistica prevalente e dalle modalità più classiche di rappresentazione. In questa direzione si pone anche l’artista Malevich a cui sono dedicate le sale successive. Dissacratore e nichilista, Malevich va addirittura oltre gli intenti rivoluzionari del primitivismo con la performance teatrale “La vittoria sul sole” riproposta nell’esposizione attraverso la riproduzione di costumi, allestimenti e filmati. La sua opera inaugura di fatto una nuova visione dell’uomo e dell’arte: gli uomini devono essere liberi dalle convenzioni, dal passato, dalla tradizione e l’arte rappresenta il mezzo per entrare nella “nuova era”. Nella pièce teatrale questo passaggio chiave è rappresentato allegoricamente dal “quadrato nero” dove gli attori entreranno al termine dello spettacolo. Il quadrato, la croce, la sfera sono i suoi elementi distintivi e ricorrenti, riproposti in moltissime varianti e nelle numerose tele esposte ad indicare la distanza dall’arte classica che viene addirittura negata in “Composizione con la Gioconda” in cui Malevich riproduce il famoso quadro di Leonardo con una croce sopra e lo colloca su uno sfondo anch’esso composto da rettangoli bianchi e neri. Siamo di fonte al suprematismo: l’arte ha raggiunto il suo livello più alto (supremo appunto), non deve più raffigurare il verosimile, le figure, i paesaggi, nulla deve essere più umano e riconoscibile. Luce, colori e prospettiva non servono più. Il nuovo scopo dell’arte è traghettare gli uomini verso altre dimensioni. Come? Attraverso la rappresentazione di oggetti astratti. Una vera e propria rivoluzione artistica che supera cubismo, futurismo e avanguardie. Malevich si fa portatore di questa nuova corrente divenendo punto di riferimento per le nuove generazioni di artisti e soppiantando addirittura la Scuola di Vitebsk cui aveva dato vita Chagall nel suo paese di origine per inaugurare un’arte legata alla tradizione, alla figurazione, alle allegorie, in mostra ben rappresentata dalla bellissima tela “La passeggiata” che ripropone simboli tratti dalla cultura ebraica e un uso insolito del colore.

Sarà la storia e in particolare gli avvenimenti legati al primo conflitto mondiale ad aprire ad un’arte diversa che torna a guardare con interesse ai canoni dell’arte figurativa europea. A questo nuovo periodo è dedicata una grande sala con numerose tele i cui temi sono soprattutto scene di guerra, campagne russe e mondo contadino nei suoi risvolti di durezza e povertà. I maggiori esponenti sono Grigor’ev, Vodkin e Suchaev di cui sono presenti diverse opere. Come successo in passato se esiste una corrente prevalente, esistono anche artisti che se ne distaccano. In tal senso va letta l’opera di Filonov, artista che esprime uno stile distintivo, fuori dagli stereotipi che riprende influssi cubisti e futuristi in maniera nuova sviluppando un arte completamente diversa dai suoi predecessori. Ne sono un esempio le tele “Fiori della fioritura universale” dove fiori dai colori vivaci si scompongono e si fondono in una miriade di forme nuove e originali o “La guerra germanica” dove la tecnica singolare della scomposizione rende bene l’idea di distruzione propria del conflitto mondiale alle porte o “Il banchetto dei Re” in cui figure mostruose quasi ultraterrene richiamano la perduta armonia dell’uomo contemporaneo alla vigilia della seconda guerra mondiale (secondo interpretazioni postume peraltro il quadro rappresenterebbe una profezia di guerra raffigurando i tre capi della storia Hitler, Chamberlein e Mussolini). Si arriva così all’ultima sala dell’esposizione che racchiude opere degli anni venti e trenta. Ancora una volta storia e arte si intrecciano. Sul finire degli anni trenta quando i moti rivoluzionari sono alle spalle la Russia è un paese solido, con un regime forte che vuole “farsi propaganda” attraverso l’arte a tal punto che gli artisti che non si allineano alle esigenze del regime devono abbandonare il paese o vengono censurati. Il vero uomo non è più l’uomo di Malevich de “La vittoria sul sole” ma “una persona nuova (il socialista) e l’arte deva portarla sulla tela” (A. Samochvalov). Gli artisti russi sono costretti ad adeguarsi, tra loro anche Malevich e Filonov. Del primo vediamo diversi quadri quasi irriconoscibili rispetto a quelli delle sale precedenti. La sua arte diventa più figurativa pur non abbandonando completamente linee, elementi essenziali e figure stilizzate della tradizione russa. Anche del secondo ritroviamo opere molto diverse da quelle precedenti. L’artista si trova costretto ad accettare diverse committenze ufficiali su pressione degli amici e della moglie e, pur non sposando mai completamente la corrente del realismo socialista, ne riprende in larga parte i dettami. I soggetti dei suoi quadri diventano quelli richiesti dal regime: uomini e donne, stacanovisti delle fabbriche, che rappresentata in maniera statica, con colori cupi e grigi, a differenza di artisti come Vodkin che sposa a tutti gli effetti gli stilemi del regime e raffigura lo stereotipo di uomini e donne che questi voleva: sani e forti, con sguardi luminosi, ottimisti nel futuro. Molte tele, scritti, musiche, opere d’arte prodotte in questo periodo e non rispondenti ai canoni del realismo socialista vengono censurate e nascoste nelle abitazioni private, nelle case di collezionisti e nei depositi dei musei per essere riscoperte solamente in tempi recenti. Tra questi il celebre “Ritratto di Stalin” di Filonov che chiude la mostra.

Pavel Filonov, Ritratto di Stalin (1936)

La tela, mai accettata dalle autorità pubbliche e svelata al grande pubblico negli anni ottanta circa, raffigura il tiranno con colori cupi, lo sguardo fisso e penetrante, quasi perso nel vuoto. Nella stessa sala colpisce il quadro di Brodskij sulla festa del regime. L’opera, in particolare, segna la distanza con il quadro di apertura della mostra “17 ottobre 1905”. Il cielo è griglio, i soggetti sono ritratti di spalle, l’entusiasmo rivoluzionario dei primi anni del Novecento si è spento, le bandiere sono ferme. Che fine hanno fatto la libertà di espressione, la varietà e l’originalità che hanno animato l’arte russa dei primi del novecento e le avanguardie degli anni venti? Nel giro di un trentennio sembra non esserci più traccia di questi movimenti. I sogni di un mondo migliore che hanno dato vita a correnti storiche e artistiche sono stati quindi un’illusione? Non possiamo saperlo, ma possiamo affermare che l’entusiasmo e le passioni degli artisti di allora hanno dato vita ad un movimento unico ed eccezionale nella storia dell’arte consegnando all’umanità un patrimonio artistico autentico e appassionato cui il percorso espositivo ha reso omaggio.

Tra la rivoluzione e l’arte si può stabilire un rapporto strettissimo; ma questo rapporto non è facile da scoprire: è recondito; un’impercettibile diretta dipendenza dalla volontà della rivoluzione delle opere d’arte completate” – Andrej Belyi, Rivoluzione e Cultura, 1917

Non è praticamente possibile prendere la rivoluzione come soggetto nell’epoca in cui sta avvenendo…la rivoluzione è un atto di concezione di forme creative, che maturano nel corso di decenni” Andrej Belyi, Rivoluzione e Cultura, 1917

 

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