Ricolfi: Sono solo uno studioso, anticonformista perché spesso quel che vedo non è lo stesso di altri

Di Alessandra Ricciardi

 

Ordinario di Analisi dei dati dell’Università di Torino, presidente della Fondazione David Hume, sociologo, politologo, saggista (tra le ultime pubblicazioni, La società signorile di massa e La notte delle ninfee), editorialista. Luca Ricolfi nella sua vita è stato ed è tante cose, tutte animate dalla curiosità e dalla tensione all’analisi della realtà per individuarne i meccanismi, i possibili sviluppi, le magagne, che si tratti della politica o della gestione dell’epidemia innescata dal Covid-19.

Guai a definirlo intellettuale, «sono solo uno studioso» e anche anticonformista, «io mi limito a descrivere quel che vedo, o meglio quello che i miei studi rivelano. Sono percepito come anticonformista solo perché, spesso, quel che vedo non è quel che vedono gli altri. Ma basterebbe che i colleghi provassero a non fare politica, e vedrebbero le stesse cose che vedo io».

In questa intervista Ricolfi ripercorre, superando la ritrosia a parlare di se stesso, gli studi giovanili, il ’68, l’incontro con la politica, la passione per la sociologia, l’evoluzione della società nell’ultimo mezzo secolo. Con un consiglio finale ai giovani che iniziano i loro studi universitari: «Adottare standard molto più alti di quelli di cui si accontentano i professori. Perché là fuori, nella vita e sul mercato del lavoro, quel poco di cui si accontenta l’università non basta quasi mai».

 

 

Domanda. Professore, sociologo, politologo, analista di dati… in quale di queste definizioni si riconosce?

 

Risposta. In realtà io sono laureato in filosofia (nel 1973), indirizzo sociologico, con una tesi in Politica Economica (“Il concetto di lavoro in Marx”). Nel mio piano di studi c’erano più esami di economia che di qualsiasi altra materia. Come vede, già all’inizio non avrei potuto definirmi in modo univoco.

Se non ci fosse stato il ’68 avrei fatto l’ingegnere, come sperava mio padre, che era un ingegnere elettrotecnico. Era il destino cui fin da piccolo mi aveva preparato la famiglia, come era capitato alla Gertrude del Manzoni, inesorabilmente destinata a diventare “madre badessa”.

Domanda. E poi cosa è successo invece?

Risposta. Non era un’idea sbagliata, perché alle materie scientifiche ero portato, soprattutto grazie a mio nonno paterno, ingegnere anche lui, e pure inventore (ha inventato la Brinel, una macchina per misurare la resistenza dell’acciaio), falegname-artigiano costruttore di meravigliosi giocattoli di legno, poeta e umanista. Per me e mio fratello Marco (diventato giurista) è stato una guida fondamentale, probabilmente la persona che più ci ha trasmesso il piacere della scienza e della cultura. Ricordo ancora, come fosse ieri, il giorno in cui (alle elementari) mi spiegò come si poteva dimostrare il teorema di Pitagora. E la volta in cui mi rivelò, costruendone un modellino in miniatura, come funzionava un motore a scoppio.

Domanda. Alimentava la sua curiosità di bambino…

Risposta. Sì. Anche mio padre è stato fondamentale. Pure qui i miei ricordi sono vivissimi. Ricordo ancora il giorno in cui, sul sofà di casa, spiegò a me bambinetto perché – verosimilmente – l’universo era infinito (mi disse: supponi che invece sia finito, ma che cosa ti immagini alla fine dell’universo? un muro? e dietro il muro?). O quando, anche qui ai tempi delle elementari, mi rivelò – con mia grande delusione – perché il moto perpetuo fosse impossibile (mentre mi lavavo nella vasca da bagno, avevo improvvisamente creduto di aver scoperto un modo per far girare in eterno un motore elettrico, accoppiandolo con una dinamo: mio padre mi fulminò, spiegandomi che cos’è l’attrito). Insomma, in famiglia le domande scientifiche avevano un grande ascolto.

Domanda. Poi arriva il ’68.

Risposta. Esatto, e con il ’68 l’innamoramento per la sociologia. Mi iscrissi a Trento, nel covo della contestazione, e mi bastò un anno per capire che quasi nessuno dei miei compagni era interessato a studiare la sociologia. La militanza politica cancellava ogni genuino interesse per lo studio. Così ritornai a Torino e mi iscrissi a Filosofia, in un contesto in cui studiare non era impossibile. Dopo la laurea, per anni mi sono sentito più un economista (mancato) che un sociologo. La sociologia mi interessava, ma con il passare degli anni i miei interessi si sono spostati sempre di più verso la scienza politica, la metodologia della ricerca, l’analisi dei dati. Non sono mai stato fiero di essere un sociologo, perché – almeno in Italia – la disciplina mi è sempre parsa troppo politicizzata, ideologica, scarsamente interessata a ricostruire i meccanismi che governano la realtà, e troppo spesso pronta a distorcere i dati pur di difendere una buona causa. O forse, semplicemente, interessata a cambiare il mondo più che a capirne il funzionamento (un vizio in cui sono talora caduto anch’io, specie negli anni ’70). Oggi però l’etichetta di sociologo non mi dispiace più. Ed è stato scrivere La società signorile di massa che mi ha riconciliato con la sociologia. Scrivendolo, per la prima volta mi sono sentito un sociologo, anziché un eclettico studioso di scienze sociali come nei miei venti libri precedenti.

Domanda. Chi sono stati i suoi maestri?

Risposta. Claudio Napoleoni, innanzitutto, che è stato anche il relatore della mia tesi di laurea. Nessuno ha avuto su di me la medesima influenza. Sia Il sacco del Nord, sia La società signorile massa sono anche un tributo alla sua battaglia contro le rendite e il parassitismo. Ma ci sono anche molti altri: il compianto Luciano Gallino, Gianni Vattimo, Alessandro Vercelli (economista), Ugo Combino (econometrico) ma soprattutto Ivar Oddone, medico e psicologo.

Domanda. C’è stato un momento della sua formazione, un incontro che è stato decisivo per definire il percorso che avrebbe intrapreso?

Risposta. Pochi giorni dopo la laurea, sulle scale di Palazzo Nuovo, Ivar Oddone – geniale inventore della classificazione dei fattori di nocività in 4 gruppi – mi propose di occuparmi per la FLM (la mitica “Federazione del lavoratori Metalmeccanici”)  di nocività in fabbrica. Allora i morti sul lavoro erano circa 10 al giorno, il triplo di oggi.Per due anni mi occupai di ricostruire, molto minuziosamente, i rischi degli ambienti di lavoro, specie i reparti di verniciatura e lastroferratura di Mirafiori, per supportare le lotte contro la nocività. Da quell’esperienza, che condussi con Alfredo Milanaccio, nacque il mio primo libro vero (per Einaudi): Lotte operaie e ambiente di lavoro. Ma le figure e gli incontri importanti sono stati molti: Loredana Sciolla, che nel 1977 mi ingaggiò per condurre una grande inchiesta sugli studenti di Torino (Senza padri né maestri, 1980). Diego Gambetta, con cui scrissi Il compromesso difficile, (intorno al 1980) e che nei primi anni 2000 mi spinse ad occuparmi di missioni sucide (Making sense of suicide missions).  Diego Marconi, da cui imparai molto nel LIA (Laboratorio di Intelligenza Artificiale) nei primi anni ’90. Franco Rositi, Antonio De Lillo, Hans Schadee, che mi spinsero a occuparmi di teoria dell’azione, metodologia e analisi dei dati. Silvia Testa, la mia allieva più profonda, con cui fondai la rivista di analisi elettorale Polena, e con cui ancora oggi lavoro sui problemi matematico-statistici più difficili.   

Domanda. Lei è considerato un intellettuale anticonformista e controcorrente.  Si riconosce?

Risposta. No, non mi riconosco per niente. Io non sono un intellettuale, sono solo uno studioso. L’intellettuale, come sosteneva Pasolini, è un signore la cui cultura e la cui comprensione del mondo sono così ampie e profonde da permettergli di esprimere giudizi anche su materie che non ha studiato (è un’eredità del marxismo, che presumeva di conoscere le leggi e l’indirizzo della Storia). Lo studioso, invece, è uno che pensa di poter esprimere valutazioni autorevoli solo in ambiti limitati, e solo dopo aver studiato a fondo i problemi.

Domanda. Ma almeno nell’anticonformismo si riconosce?

Risposta. Nemmeno in quello. Io non sono anticonformista. L’anticonformista è uno che cerca di dire cose diverse da quelle che pensa la maggioranza, perché prova piacere nel differenziarsi. Io mi limito a descrivere quel che vedo, o meglio quello che i miei studi rivelano. Sono percepito come anticonformista solo perché, spesso, quel che vedo non è quel che vedono gli altri. Ma basterebbe che i colleghi provassero a non fare politica, e vedrebbero le stesse cose che vedo io.

Domanda. Quando e come è iniziato il suo rapporto con la politica? E che evoluzione ha avuto.

Risposta. Ho cominciato a fare politica nel 1968, al liceo. Ho continuato nei primi due anni di università (1969 e 1970), con posizioni vicine a quelle del Manifesto e del Gruppo Gramsci (un piccolo gruppo extraparlamentare torinese). Ho smesso bruscamente nel 1972, quando in una manifestazione studentesca mi capitò di assistere a una violenta colluttazione fra i servizi d’ordine di Lotta continua e della Sinistra studentesca per conquistare la testa del corteo (ma si rende conto della follia?). Il giorno stesso mi rifugiai in montagna, dove rimasi circa un anno a studiare la Grecia antica e a tradurre dal tedesco (con scarso successo) l’Einbahnstrasse di Walter Benjamin (allora non c’era la traduzione italiana). Poi un letargo di 20 anni, fino a Mani Pulite, che risvegliò per qualche anno il mio interesse per la politica, su posizioni vicine ad Alleanza Democratica, ma con una foga giustizialista di cui ora mi vergogno un po’ (il prodotto di quella foga fu il libro L’ultimo parlamento). Negli ultimi 25 anni non ho fatto politica, anche perché mi sono convinto di quel che diceva Pasolini, e che costituisce uno dei motti della Fondazione Hume: “la verità e la politica sono due cose incompatibili in Italia”.

Domanda. Dovesse definirsi oggi dal punto di vista politico, cosa direbbe di se stesso?

Risposta. In senso strettamente politico, mi sento un riformista radicale, che pensa che la cultura progressista degli anni ’90 e 2000 mancò il suo compito fondamentale, ossia tenere alto il livello degli studi e premiare i capaci e meritevoli. Sul piano culturale, o meglio esistenziale, mi definirei un “indietrista”, sulla linea di Jared Diamond (Il mondo fino a ieri): penso che, in occidente, il mondo di ieri fosse per molti aspetti migliore di quello di oggi. Il nostro (indiscutibile) progresso materiale si accompagna a un declino culturale, e a un regresso morale, di cui non siamo disposti a prendere atto. Per non parlare della libertà di pensiero e di espressione, che la cultura progressista sta distruggendo alla radice. Me ne occupai nei primi anni 2000, quando scrissi La frattura etica e Perché siamo antipatici?, due libri che – con strumenti diversi – cercavano di mettere a nudo il “complesso dei migliori”, ossia l’incapacità della sinistra di accettare la destra come portatrice di valori legittimi, anziché di disvalori. In quegli anni, anche se appartengo al campo progressista, mi capitò di imparare molto da Comunitari e liberal, un bellissimo libro di Marcello Veneziani, cui si deve anche il concetto di “razzismo etico”. Oggi le tematiche di Perché siamo antipatici? stanno tornando di attualità (in Italia) anche grazie alle riflessioni di Guia Soncini (vedi L’era della suscettibilità) e Federico Rampini, che – molto opportunamente – stanno attirando l’attenzione sulla cancel culture e sulla dittatura della suscettibilità. Però è incredibile che quasi nessuno si stia ribellando al clima intimidatorio e da caccia alle streghe che, anche in Italia, si sta instaurando su qualsiasi forma di espressione che appaia lesiva della suscettibilità di qualsiasi minoranza o individuo. E’ come se, implicitamente, avessimo preso atto di essere diventati “A Nation of Wimps” (copyright  Hara Estroff Marano), una nazione di schiappe, incapaci di reggere anche il più minuscolo urto alla propria felicità, sicurezza, o senso di autostima.

Domanda. Il titolo di un suo recente libro, La società signorile di massa, pare essere un paradosso.

Risposta. Ma il paradosso è nella realtà: uno stile di vita “signorile”, in cui il consumo, il gioco e il divertimento assorbono la maggior parte del tempo, si è esteso alla maggioranza della popolazione. Ma il cuore del libro, in realtà, è il concetto (che muto da Bateson) di “doppio legame”, o “doppio vincolo”. C’è una minoranza di produttori (tipicamente capifamiglia maschi), che mantengono una maggioranza di consumatori (tipicamente giovani e donne), ma il nesso fra i due segmenti è intrinsecamente ambivalente, perché entrambi possono autodescriversi (ed essere percepiti) sia nel registro del privilegio, sia in quello della vittima. Il giovane che consuma e non lavora, ad esempio, è un privilegiato perché può permettersi un alto tenore di vita senza fornire alcun apporto alla produzione del surplus, ma è anche una vittima perché non ha una fonte di reddito autonoma e dipende dalla benevolenza dei suoi genitori. Simmetricamente, il padre di famiglia che fa gli straordinari o il doppio lavoro è un privilegiato, perché dispone di una fonte di entrate autonoma, ma è anche una vittima, perché è impigliato in un nesso di obbligazione verso coloro che deve mantenere.

Domanda. Quando abbiamo iniziato a diventare dei signori di massa senza essere però più ricchi?

Risposta. Tra la fine degli anni ’90 e i primi anni ‘2000, quando l’Italia è entrata in stagnazione e la ricchezza è aumentata solo nella sua componente finanziaria.

Domanda. In questa degenerazione, che ruolo hanno giocato la scuola e l’università?

Risposta. Forse non molto più rilevante di quello di altre istituzioni che si sono degradate, come la Giustizia, la Pubblica Amministrazione, la Sanità. Però la distruzione della scuola e dell’università hanno la responsabilità speciale di aver accresciuto la diseguaglianza (è il tema del mio ultimo libro, concluso ma non ancora pubblicato, scritto con mia moglie Paola Mastrocola).

Domanda. Che professore è stato?

Risposta. Insegnare mi è sempre piaciuto molto, e l’ho fatto con passione. Finché l’Università non è stata stravolta dalle riforme Berlinguer-Moratti-Gelmini, che ne hanno fatto una macchina per assicurare la progressione di carriera dei docenti, gli studenti erano centrali nella vita di noi professori. Ora è praticamente impossibile investire tempo ed energie sulla formazione dei giovani, perché il sistema di incentivi premia solo la produzione meccanica di pubblicazioni.  E i giovani docenti, salvo le solite eccezioni, si sono perfettamente adeguati al nuovo sistema: pubblicano selvaggiamente, e insegnano poco e male.

Domanda. Con La notte delle ninfee, lei ha analizzato gli errori nella gestione dell’epidemia in Italia. Abbiamo imparato qualcosa da questa esperienza, ne usciremo migliori o no?

Risposta. No, non abbiamo imparato nulla. La incapacità di riconoscere gli errori e correggerli è la cosa che più mi ha stupito, in questa pandemia. Ma devo ammettere che ho peccato di idealismo e di razionalismo: a ben guardare è normale, al giorno d’oggi almeno, che la classe politica cerchi di massimizzare il consenso a breve, senza alcun riguardo per l’interesse generale: è la grande lezione di Joseph Schumpeter e di Antony Downs, cristallizzata in quel meraviglioso libro che è Teoria economica della democrazia (1957).

Domanda. Che consiglio darebbe a un giovane che inizia il percorso universitario?

Risposta. Di studiare, studiare, studiare. E di adottare standard molto più alti di quelli di cui si accontentano i suoi professori. Perché là fuori, nella vita e sul mercato del lavoro, quel poco di cui si accontenta l’università non basta quasi mai.

 

 

 

 

Alessandra Ricciardi

Alessandra Ricciardi

Giornalista Italia Oggi

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