Riconfermato il successo dello Start-Up Day

di Virginia Pedani

Lo scorso 19 maggio è stato un giorno che l’Alma Mater e più in generale tutta la filiera dell’imprenditorialità ricorderà con piacere. All’insegna dell’ambizione e della voglia di mettersi in gioco, la 7° edizione dello Start-Up Day (evento che ogni anno riunisce in una sola giornata migliaia di persone legate al mondo dell’innovazione delle start-up), ha registrato infatti più di 2mila partecipanti, collegati non solo da sotto le Due Torri, ma da ogni parte del mondo. Per dare un’idea dei numeri che “ruotano” attorno a questa realtà, basti pensare che nel corso delle precedenti edizioni i progetti presentati sono stati oltre 1.000. Le start-up partecipanti hanno raccolto oltre 4 milioni di euro di finanziamenti. 

«Le migliaia di persone che si sono iscritte all’evento di oggi sono lo specchio della diversità e della varietà dei soggetti coinvolti – ha commentato il rettore uscente dell’Università di Bologna, Francesco Ubertini – Quello che in principio era soltanto un evento per addetti, adesso rappresenta una vetrina di lavoro che va avanti tutto l’anno. Abbiamo ancora enormi potenzialità inespresse che troveranno la luce anche grazie alle risorse del Next Generation EU nella sua declinazione italiana. L’innovazione – conclude Ubertini – deve correre sulle gambe dei nostri studenti e studentesse». Come nasce lo StartUp Day? Come ogni visione geniale, da un’intuizione fugace ma potente; il format dell’imprenditorialità studentesca vede le sue radici in un’idea di due ex studenti dell’Alma Mater che volevano creare da zero un vero e proprio ecosistema delle start-up a Bologna. Un ecosistema che oggi « è molto florido ma allo stesso tempo è ancora incompiuto» hanno commentato durante l’incontro i due ex allievi, oggi manager. Secondo gli ideatori ci sono poi, per chi vuole lavorare in questo ambito, quattro punti su cui val la pena lavorare: anzitutto, «non bisogna solo coltivare i talenti ma anche trattenerli dopo che escono dall’Università», poi è necessario «creare sia spazi fisici che virtuali dedicati all’innovazione. E questo riguarda soprattutto gli enti locali». E ancora, «rendere obbligatorio in tutti i corsi di studio almeno un corso online sull’imprenditorialità». E, in ultimo, «se si è un’azienda solida, darsi come obiettivo quello di collaborare con una start-up almeno ogni sei mesi». Il cuore dello StartUp Day è il team meeting: 30 progetti selezionati fra tanti e provenienti da tutti gli ambiti disciplinari che dialogano fra loro, con la volontà di generare un patto non solo in tema economico, ma sociale, culturale e ambientale.

«Bologna è orgogliosa di avere un’università che sa supportare il mondo delle imprenditorialità – ha dichiarato l’assessore ai Rapporti con l’Università e candidato sindaco di Bologna, Matteo Lepore – Riuscire ad essere a livello italiano la nuova Berlino, cioè un luogo di insediamento per i talenti che sanno ideare nuove frontiere di business, è una soddisfazione immensa. Siamo una città orizzontale, aperta a tutti, ma allo stesso tempo di avanguardia». È fondamentale però analizzare anche il contesto internazionale in cui si inserisce e fiorisce l’imprenditorialità felsinea, perché (pensiero condiviso da tutti i partecipanti, ndr), la start-up innovativa non esiste senza internazionalizzazione».

Come si affrontano i mercati esteri?

«L’importante è fare sistema. All’inizio della sua attività la start-up – spiega Stefano Nicoletti, vice direttore centrale del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – cercherà di avvalersi di tutti i canali disponibili, dall’ambasciata ai servizi per l’internazionalizzazione, perché dobbiamo ricordarci che nelle nostre sedi diplomatiche ci sono, oltre all’ambasciatore e al console, anche figure come l’addetto commerciale e l’addetto scientifico. Quest’ultimo, in particolare, si occupa di promuovere i rapporti fra il sistema scientifico locale e quello italiano». 

Quali sono state le dinamiche dell’export delle imprese italiane nel 2020?

Nicoletti risponde soddisfatto: «Abbiamo chiuso il 2020 con circa 480 miliardi di export che rappresentano il 32% del Pil globale del Paese, una componente fondamentale per la tenuta economica dell’Italia. Ovviamente abbiamo registrato un forte tracollo delle esportazioni nei mesi duri di lockdown (- 9,7%), ma si è trattato di una battuta d’arresto che già nella seconda metà dell’anno è stata superata. Alcuni settori in controtendenza sono stati ovviamente il medicale (+ 3,8%) e il settore delle bevande e del tabacco (+ 1,9%). E comunque abbiamo fatto meglio di alcuni dei nostri principali competitors, prime fra tutti Francia, Spagna e Germania». 

Come abbiamo sottolineato prima, la start-up innovativa non esiste senza una sua internazionalizzazione; ecco quindi alcuni esempi di strategie di business italiane  che hanno varcato i confini.  

Food Packed 2 (Pretoria, Sudafrica)

«Sto in Sudafrica ormai da più di sei anni e qui il lavoro con le start-up non ha ancora delle basi così solide come da altre parti – commenta Pierguido Sarti, addetto scientifico all’ambasciata italiana a Pretoria – ma questo paese può essere molto interessante perché costituisce una porta d’accesso per tanti altri paesi africani come lo Swaziland, la Nigeria o lo Zambia». Poi, a dicembre dello scorso anno, l’incontro con due ricercatrici del Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche)  di Sesto Fiorentino e l’avvio di Food Packed 2: «Sono stato contattato all’ambasciata da queste ricercatrici – prosegue Sarti -e abbiamo iniziato a collaborare per la food-safety e la food-security di questa parte del continente, analizzando tutta la catena di valore del cibo e coinvolgendo altri quattro paesi europei, fra cui la Danimarca, i Paesi Bassi, la Francia e la Spagna». La chiave per fare start-up in questo contesto è, secondo Sarti, quella di «andare a trovare soluzioni innovative che possano essere applicate sia all’ambito agricolo che a quello del packaging, cercando di determinare quali siano i trend nel settore del cibo, studiare le catene di valore e portare quindi delle nuove tecniche nell’agricoltura e acquacoltura». 

Come avete portato avanti il lavoro nel mezzo della pandemia?

 «Le due ricercatrici, in una situazione normale, sarebbero dovute venire qui per uno scambio – conclude Sarti – ma questo non è stato possibile, per cui mi hanno chiesto supporto a distanza per trovare degli interlocutori con i quali costituire uno scambio di informazioni e definire gli scopi di foodpacklab2. Al momento, ho individuato  due aziende locali interessate ai sensori che tracciano contaminanti presenti nel cibo, ma anche il tema delle frodi suscita molta partecipazione».

 

JengaLab (Senegal, Africa) 

«Ho fatto un master in Economia dello Sviluppo a Torino e durante il percorso di studi ho avuto l’opportunità di partire per il Kenya – dice Elisabetta Demartis, protagonista di una start-up in Senegal che lavora per l’agenzia della Cooperazione allo Sviluppo del governo del Belgio – da quando sono qui, sono riuscita a creare un incubatore d’impresa che coinvolge ambasciate, Ong e associazioni. Faccio, inoltre, consulenza per il settore dell’imprenditoria agricola e del digital for developments». 

Quali sono state le tue esperienze legate alla creazione della startup in Africa? «L’idea è nata in Italia dopo una presa di coscienza del contesto africano e con un’opportunità che poteva essere realizzata in entrambi i contesti. Enjoy Agricolture (questo il nome della start-up, ndr), è una piattaforma online che vuole promuovere la scoperta del Senegal attraverso le pratiche agricole ancestrali del paese. Non è stato semplice creare una realtà del genere in questo contesto, in una dimensione che comunque è ostile al tuo bagaglio culturale, alla tua visione del mondo e interfacciarsi con persone che non parlavano neanche il francese, è stata una bella sfida. Ma non tornerei indietro, continuerò a lavorare qui».

Il limbo vietnamita 

«In Vietnam lo spirito imprenditoriale è diffuso e radicato sul territorio. È un paese che negli ultimi decenni ha visto una crescita del Pil a due cifre – dice Marco Abbiati, professore di Ecologia nel campus di Ravenna, oggi a Hanoi per valorizzare i settori di eccellenza della ricerca scientifica e tecnologica italiana – Il problema è che rischia di restare bloccato in un limbo di livello di reddito medio legato soprattutto al settore manifatturiero senza mai fare il salto di qualità e passare allo sviluppo del terziario. Qui – continua Abbiati – si guarda alla Corea del Sud, al Giappone e si vorrebbe acquisire un ruolo di leadership nel sud-est asiatico, ma le start-up sono ancora legate agli enti di gestione territoriali e forniscono soprattutto servizi più che essere legate a questi ultimi. E poi non sottovalutiamo il quadro legale; manca in Vietnam un frame adeguato, non ci sono criteri per la proprietà intellettuale e si necessita di favorire la partnership fra il settore pubblico e il privato».

 

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