Risponde il “Telefono poetico e narrativo”: per chi desidera un pizzico di magia

Un viaggio nel tempo antico e attuale trasportati dal ritmo e dalle rime di poesie, filastrocche e brevi brani narrativi, una vera e propria cura in tempo di pandemia e di solitudine spesso obbligata. Si chiama “Telefono poetico e narrativo” ed è un progetto gratuito ideato dalla psicanalista e professoressa di psicologia umanistica e delle narrazioni, Beatrice Balsamo, in collaborazione con l’Alma Mater, il Comune di Bologna e il Servizio Sanitario regionale dell’Emilia-Romagna

 

Di Federica Nannetti

 

«Non posso darti soluzioni per tutti i problemi della vita.

Non ho risposte per i tuoi dubbi o timori,

Però posso ascoltarli e dividerli con te.

Non posso cambiare né il tuo passato né il tuo futuro,

Però quando serve starò vicino a te.

Non posso evitarti di precipitare,

Solamente posso offrirti la mia mano perché ti sostenga e non cadi.

La tua allegria, il tuo successo e il tuo trionfo non sono i miei,

Però gioisco sinceramente quando ti vedo felice […]».

 

Locandina del Telefono poetico e narrativo
Locandina del Telefono poetico e narrativo

Amicizia. Un vero e proprio inno incondizionato a questo sentimento. I versi attribuiti, forse erroneamente, al poeta argentino Jorge Luis Borges passano attraverso il filo del telefono e hanno la forza di legare chi sta da una parte e dall’altra della cornetta. È il Telefono poetico e narrativo, dal sapore magico e quasi fuori dal tempo ideato dalla professoressa e psicanalista Beatrice Balsamo, presidente dell’associazione “Mens-a” e di quella di promozione sociale “Psicologia Umanistica e delle Narrazioni” (Apun). «Parlare scorrettamente – come diceva Platone -, oltre a essere un atteggiamento brutto in sé, fa male all’anima», poiché sono le parole stesse a definire il mondo, a cambiare la realtà e a costruire l’umanità. A partire da questa consapevolezza e dalle riflessioni già esposte nel suo libro Nella bellezza. Quando la parola manca, la professoressa ha dato vita un nuovo progetto di cura per contrastare le pulsioni e i pensieri negativi provocati dal periodo di emergenza sanitaria: un esercizio, dunque, per attivare la mente e liberarla almeno in parte dalle angosce più pesanti. «Letture, interpretazione di poesie argute, metafore e piccoli racconti – ha spiegato Balsamo – hanno la forza intrinseca di favorire una meraviglia pensosa e polisemica in contrapposizione all’isolamento, alla paura e alle preoccupazioni di questo momento. Le poesie, o i racconti, sono fondamentali per stabilizzare l’umore e il proprio equilibrio interiore».

Basta una semplice telefonata per incontrare la voce di un lettore capace di accompagnare l’ascoltatore in un esercizio, non solo di ascolto passivo, ma attivo e nel senso di un vero e proprio atto creativo molto simile a quello descritto da Rainer Maria Rilke nei suoi Sonetti a Orfeo, I, 13.

 

«Le belle parole sono

Frutti, che all’inizio sono solo parole,

Ma poi, quando li si

Mangia, la parola scompare

Ed emerge la sensazione inesprimibile

Che lascia presentire le colleganze,

I nessi invisibili, l’essenza del cuore».

 

Beatrice Balsamo, professoressa e psicanalista, presidente di “Mens-a” e “Apun”
Beatrice Balsamo, professoressa e psicanalista, presidente di “Mens-a” e “Apun”

Tali sollecitazioni della mente, ha aggiunto la stessa docente, «sono fondamentali nell’abbandonare via via situazioni di mestizia o di ansia più o meno grave». Anche nelle pagine del suo libro, del resto, viene ribadita la volontà di mettersi al fianco di coloro che stanno attraversando periodi di particolare fragilità di vita che, specialmente in quest’ultimo anno di isolamento, faticano a essere messi in parola. Un fenomeno, a ben vedere, già presente prima dell’avvento della pandemia, ma senza dubbio ora aggravato. I gesti violenti, «acefali e senza parole», sono strettamente legati all’impulsività e, pertanto, sono agli antipodi rispetto alla capacità di dare una forma verbale ai propri sentimenti e stemperare la violenza di alcuni atti. «La parola bella – è la grande convinzione di Beatrice Balsamo – è la cura, perché è una parola emotiva, diversa da quella argomentativa. Questa sua caratteristica fa sì che possa davvero riattivare le capacità della mente di saper pensare; ancor prima di passare all’azione impulsiva».  

La scelta dello strumento “telefono” è strettamente dipendente anche al pubblico di riferimento principale a cui è dedicato: per quanto sia aperto a tutti, i principali destinatari per i quali è pensato sono proprio i più fragili e coloro che soffrono situazioni di reale solitudine. «Molto spesso – ha sottolineato Balsamo – chi ha davvero necessità della nostra vicinanza non ha elevate disponibilità, capacità o alfabetizzazione tecnologica. Ecco che, invece, il telefono è qualcosa di assolutamente accessibile da parte della maggioranza di loro».

Ma l’esperienza non si limita alla sola lettura di poesie o brevi brani narrativi: il viaggio tra le rime e le metafore di tutti i tempi continua con alcuni giochi o esercizi creativi, piccoli indovinelli arguti per stuzzicare la mente degli ascoltatori, per poi tornare a una lettura finale di un altro paio di versi. Percorsi che, pur seguendo dei moduli prestabiliti e concordati tra la mente del progetto e le altre figure attive come telefonisti, vengono modellati sulla base dei feedback provenienti da coloro che chiamano. Le variazioni, dunque, nascono dalla capacità di cogliere le necessità, nella maggior parte dei casi implicite: l’arte del telefonista risiede anche nel saper percepire l’umore dell’utente protagonista, della sua sensibilità e della sua esigenza contingente. Una poesia bizzarra, per esempio, un breve gioco logico per chi richiede leggerezza: «La mosca ronza sulla parola Mosca; la stuzzica per farla volare dalla carta. La mosca ignora che l’altra Mosca, di sillabe e di inchiostro sulla carta, non è più sua compagna; ma nostra».

locandina del progetto e orari di attività
locandina del progetto e orari di attività

Tuttavia il valore unico e particolare del Telefono poetico e narrativo risiede anche e soprattutto nell’immergersi completamente in un ambiente sonoro fatto di letteratura e rime: non c’è un contatto visivo, ma solo attraverso il suono della voce. Quest’ultima «è un tramite sottile ma altamente importante nella comunicazione affettiva e, proprio per questo, il lavoro svolto con i telefonisti e le telefoniste è costante e attento. Non si tratta di una voce attoriale e impostata, tutt’altro. È una voce che cura e che sa toccare le profondità più intime dell’animo umano. Una forma di carezza verbale che, allo stesso tempo, è anche una vera fonte di reattività». E una metafora molto simile la si può ritrovare in una delle filastrocche recitate al telefono: L’opera in versi e in prosa di Camillo Sbarbaro. «Un bambino veniva avanti traballando sulle gambine discoste e cogliendo a ogni passo un po’ di fango come un fiore. Non s’accorse della mia carezza».

Al contrario la comunicazione che si avvale anche del canale visivo è assai più complessa e studiata, impedendo allo «straordinario e all’improvvisazione di emergere allo stesso livello della comunicazione esclusivamente verbale. Uno scambio proficuo dovrebbe essere fatto anche di momenti improvvisi e di parole non ordinarie. Poetiche insomma».

E con altre di queste si chiude infatti la telefonata:

 

«La “Speranza” è quella cosa piumata –

che si viene a posare sull’anima –

Canta melodie senza parole –

e non smette – mai –

 

E la senti – dolcissima – nel vento –

E dura deve essere la tempesta –

capace di intimidire il piccolo uccello

che ha dato calore a tanti –

 

Io l’ho sentito nel paese più gelido –

e sui mari più alieni –

Eppure mai, nemmeno allo stremo,

ho chiesto una briciola – di me».

 

Emily Dickinson.

 

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