Schubert e Solbiati, una première liederistica felsinea

Lo scorso 5 giugno, presso il suggestivo Oratorio San Filippo Neri di Bologna, è stato rappresentato un programma di straordinario spessore interamente dedicato al genio di Franz Schubert, un evento inserito nel ricco cartellone di Bologna Estate 2026 e coordinato dal Comune di Bologna. La serata ha assunto i caratteri di un autentico unicum fra gli appuntamenti della terza edizione della rassegna Grandi Solisti Grandi Maestri, un lungimirante progetto dell’Associazione Inno alla Gioia presieduta da Natalia Bracci e teso a coniugare l’eccellenza concertistica internazionale con la vocazione didattica del territorio felsineo. Un cast d’eccezione e una concertazione perfettamente calibrata hanno garantito alla serata il plauso continuo del pubblico, guidando l’uditorio attraverso un percorso musicale ed emotivo capace di unire la grande tradizione cameristica alla creazione contemporanea.

La prima parte del programma si è aperta con il giovanile Trio per archi in si bemolle maggiore D.471, interpretato da Dejan Bogdanovich al violino, Pierre Henri Xuereb alla viola e Alain Meunier al violoncello. Schubert aveva appena vent’anni quando realizzò queste prime pagine nella vivida Vienna di Inizio Ottocento, figlia di Mozart e di Haydn, e l’esecuzione contemporanea ne ha subito mostrato la straordinaria intensità espressiva. In questa prima pagina Bogdanovich, non solo ha dominato la parte tecnica, ma ha espresso il senso autentico del suono anche attraverso movimenti molto evoluti delle braccia, del busto e del viso, stabilendo una comunicazione totale con lo spettatore.

Il baricentro drammatico della serata è stato senza dubbio la prima esecuzione felsinea di quattro Lieder estratti dal celebre ciclo Winterreise. Il compositore ha ricordato il paradosso di un capolavoro di ottanta minuti circa, scritto in soli quindici giorni nel lontano 1828, poco prima di spirare, affermando che lui stesso, per il solo tempo fisico necessario alla copiatura, impiegherebbe ben più di quanto Schubert impiegò a versarlo su spartito. Evocando un parallelismo con Giacomo Lopardi, per avere un corrispettivo italiano, il poliedrico compositore ha spiegato come Schubert rovesci i climi emotivi, cantando la morte in modo maggiore e la vita in modo minore, salvando la negatività del dramma oscuro attraverso la pura bellezza melodica ed armonica della musica.

Spostando ora l’osservazione sulla resa acustica, l’operazione di è rivelata magistrale nel superare l’assenza del pianoforte. Per sopperire alla mancanza della regione grave in violino e viola, Solbiati ha rivelato l’ispirazione che, come una luce nell’ombra, lo ha accompagnato durante la stesura.

‘’Praticamente, quando in tre centimetri di profondità, in un bassorilievo, lo scultore riesce a fare sette ambienti uno dietro l’altro, ho in mente un bassorilievo di Donatello, da questo punto di vista ho agito recuperando, cioè andando dentro di un centimetro e tornando in fuori di tre millimetri. Così facendo ho cercato di dare un senso di profondità che in realtà non esiste. Ma cosa significa fare questo? Significa, ad esempio, allargare il registro verso l’acuto utilizzando armonici, allargando in su e facendo sospirare il grave della viola in modo che sembrasse più rave di quello che è.’’ Ha spiegato Alessandro Solbiati, docente di Composizione presso il Conservatorio G. Verdi di Milano

Questo espediente ha permesso così a Solbiati di supplire l’assenza del pianoforte, fondendo il canto e l’armonia in due strumenti dell’ensemble. I quattro brani eseguiti sul libretto tradotto hanno restituito una suggestione desolata, a partire da Gefrorne Tränen, giocato sul paradosso delle lacrime che gelano pur provenendo da uno spirito rovente di sofferenza. Dipoi, dopo il congedo di Gute Nacht e l’inquietudine di Der Wegweiser, la chiusura è andata al bellissimo terzo Lied, Der Leiermann. Qui il palco è stato dominato dal violinista che, riaccordando meticolosamente lo strumento, ha letteralmente accarezzato le corde, attirando su di sé l’attenzione del pubblico con ampi gesti prima della ripetitiva complementarità del vecchio suonatore d’organetto, allegoria della morte a cui il viandante protagonista di Winterreise pone la domanda finale.

Alessandro Solbiati

Dopo questa immersione in una temperie invernale avvertita con grande suggestione, l’atmosfera ha compiuto un salto radicale, tornando alla luce con il celeberrimo Quintetto in la maggiore D. 667, meglio noto come Die Forelle, dove ai tre archi si sono uniti Sante Braia al contrabbasso e Gabriele Maria Vianello al pianoforte. Come ricordato da Solbiati nel suo intervento, la trascrizione era una prassi comune per lo stesso Schubert, che riutilizzò il suo omonimo Lied per questo capolavoro in cinque movimenti. Il celebre quarto movimento ha restituito il guizzare libero del pesce nel ruscello trasparente, prima che l’inganno del pescatore intorpidisca le acque col fango per catturarlo, offrendo una metafora della disillusione dell’innocenza di fronte ai raggiri del mondo. 

La serata si è conclusa con una dedica speciale alla memoria di Sylvia Junge, straordinaria pianista, educatrice e amica intima degli interpreti. In suo onore l’ensemble ha concesso due intensi bis tratti dal terzo movimento e dal quarto movimento del Die Forelle, suggellando un evento unico che ha raccolto, fra scena e scena, un applauso dopo l’altro, sino a giungere all’interminabile ovazione alla fine della soirée. 

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