SMA come Polo attrattivo della città

Il ruolo del Sistema Museale di Ateneo nella terza Missione

di Francesca Montuschi

Negli ultimi 150 anni della storia dell’Ateneo, la visione dei luoghi da parte di alcuni rettori ne hanno resa significativa la memoria del loro passaggio.

Una citazione di André Malraux, riportata sulla parete di un museo, restituisce bene l’effetto che un museo può produrre su chi lo vive e frequenta: “Il museo è composto dalle opere che si sono potute raccogliere… ma richiama in modo perentorio tutto ciò che gli manca: è esso stesso un richiamo attraverso il confronto che impone”.

Negli ultimi 150 anni della storia dell’Ateneo, la visione dei luoghi da parte di alcuni rettori ne hanno resa significativa la memoria del loro passaggio:

I rettori che hanno fatto la storia dell’Ateneo recente, sono rettori che in questa partita hanno investito. Il palazzo Poggi è in buona sostanza il palazzo di residenza universitaria, in epoca fascista, voluto dal rettore Alessandro Ghigi (rettore dell’ateneo bolognese dal 1930 al 1943); dall’altro lato, prima di lui, il rettore Giovanni Capellini (rettore dell’ateneo bolognese dal 1874 al 1876) sviluppò l’ insediamento universitario museale cittadino oltre via Zamboni in via Irnerio; nel dopo guerra, con il rettore Fabio Alberto Roversi Monaco (rettore dell’ateneo bolognese dal 1985 al 2000) si segnò la gemmazione dell’Università in altre luoghi, con il decentramento. Dal punto di vista museale Roversi Monaco riportò le collezioni a palazzo Poggi, aprì cioè lo scrigno alla città di Bologna. Con il rettore Francesco Ubertini, prosegue il prof. Roberto Balzani, presidente dello SMA, il Sistema Museale di Ateneo, l’idea interessante è di rendere questo scrigno una grande risorsa pubblica, non solo per rispondere al ruolo della terza missione dell’Università, ma anche per far muovere l’immagine dell’Università nella città di Bologna, diventando un importante Polo museale attrattivo, polarizzante”.

Un museo universitario costituisce un mezzo di diffusione di conoscenze scientifiche cosi come le sue collezioni possono rappresentare strumenti ed oggetti di ricerca, elementi di comprensione storico scientifica e del territorio, facilitando comparazioni, parallelismi, aperture di senso e di prospettiva. Nella società attuale, sempre più dipendente dalla scienza e dalla tecnologia, il museo costituisce anche un forte stimolo per la curiosità, fonte per la riscoperta dell’autentico, sorgente per il valore del significato e della testimonianza.

Roberto Balzani

Un’altra ragione dell’importanza dei musei scientifici universitari, la cui presa di coscienza è relativamente recente e il cui riconoscimento ai fini degli obblighi di tutela, è dovuto al “Codice Urbani” del 2004: essi rappresentano, in particolare nel caso di Università antiche come il nostro Ateneo, uno straordinario giacimento di beni culturali oltre che una preziosa fonte di conoscenze storico-scientifiche. Un giacimento che conserva la memoria di persone, di istituzioni, di idee, e che è in grado di trasmetterci informazioni ed emozioni importanti, nuove o ritrovate. Una memoria che, rispetto a quella dei musei scientifici afferenti ad altri enti, si distingue per particolari connotati. Le collezioni universitarie, infatti, rivelano quasi sempre una dipendenza dai compiti tradizionali dell’università ovvero dalla didattica e dalla ricerca.

Due anime quindi convivono nei musei universitari: quella originaria, tesa alla didattica e alla ricerca scientifica, e quella acquisita, connessa al prestigio di un patrimonio in beni culturali. La prima è insita nella natura stessa delle collezioni scientifiche fin dalla loro origine e tende spesso ad affievolirsi col progresso delle conoscenze, mentre la seconda tende ad accrescersi con il passare del tempo, quando gli oggetti si storicizzano, ricordando personaggi, ricerche e vicende del passato, e spesso appaiono interessanti o curiosi per il mutare delle tecniche di preparazione o di fabbricazione. Ma queste due anime non sono estranee l’una all’altra. La possibilità di collegare gli oggetti delle collezioni agli eventi che ne hanno visto l’acquisizione e l’utilizzazione, ai personaggi che sono stati protagonisti di questi eventi e al contesto storico e sociale in cui essi si sono svolti, rappresenta una parte importante nella “costruzione” di un oggetto museale e della percorso di apprendimento “di senso..”.

Tabula Chorographica Armenica, Museo Palazzo Poggi

Il Patrimonio in beni culturali costituito dai musei universitari non si esaurisce peraltro, già detto, nell’insieme degli oggetti preparati, modelli o altro che compongono le collezioni. In essi, le collezioni sono spesso connesse a progetti di ricerca o ad attività di insegnamento, di cui a volte ne sono stati lo strumento e o il risultato.

Nelle istituzioni antiche, come la nostra, assume importanza anche il luogo dei musei universitari e i rapporti di questi luoghi con la città:

Non dobbiamo dimenticare che i musei universitari, in particolare Aldrovandi e Cospi, sono all’origine della città di Bologna, e di conseguenza le corrispondenze sono infinite”. È importante riuscire a progettare percorsi didattici che rivelino questa sorta di grande mappa di senso che va da piazza Maggiore fino ai viali e, ancora, in fondo a via Zamboni, una mappa di senso che cuce tra loro una serie di percorsi: secondo me è una delle grandi risorse dell’Università di Bologna”.

Il programma del prof Roberto Balzani rispecchia appieno il disegno del rettore Francesco Ubertini per i musei universitari: rendere i musei universitari vero e proprio quartiere, un quartiere dei musei, una cittadella aperta alla comunità accademica e ai cittadini.

In questo senso è fondamentale stabilire un rapporto strutturale con la Bub, che è un grande Palazzo del Patrimonio, dove portare l’archivio storico dell’Università. Intorno a Palazzo Poggi sarà possibile riconfigurare via Zamboni 33-35 come luogo sempre meno di didattica e insegnamento e sempre più luogo di rappresentanza accademica e centro della cittadella dei musei. Entro il 2019 verrà terminato, inoltre, il restauro della Torre della Specola, illuminata in maniera particolare, e che stabilirà una sorta di torre verticale dei luoghi dei musei, un bellissimo skyline della città e pennone del quartiere dei musei. Si impone anche l’esigenza di ripensare a via Selmi, che è un grandissimo museo della storia naturale, che convive ora con diversi Dipartimenti, ad oggi troppo disorganico per essere fruito in maniera corretta.

La torre della Specola, sui tetti di Bologna (qui capeggia in primo piano al fianco della Garisenda) opera iniziata nel 1712 su progetto di Antonio Torri e portata a termine nel 1725 da Carlo Francesco Dotti.

In questa cornice di cui si percepisce, sebbene con diverse sfumature, l’esigenza dell’Università di migliorare il contributo per lo sviluppo socio culturale della società, i musei universitari assumono un’importante posizione chiave nella terza missione dell’università. I musei sono una finestra sulla ricerca universitaria, facilitano l’accesso dei cittadini ai risultati di tale ricerca.

Il museo è un luogo di apprendimento informale, nel quale occorre mettere a proprio agio persone di diverse provenienza culturale, propensione e aspettative. Un posto ben diverso da un’aula luogo di apprendimento formale. I musei universitari di Bologna per tradizione decennale sono caratterizzati da una consolidata attività didattica con le scuole e di disseminazione dei risultati della ricerca facilitando l’accesso, a partire dall’età di prima scolarizzazione, alla cultura che in Università si produce, nell’intento di una migliore qualificazione e sviluppo del territorio.

Pur continuando con azioni educative verso le scuole, un impulso nuovo, tuttavia, deriva dall’istituzione e riconoscimento della terza missione delle università: uno stimolo al miglioramento e al potenziamento delle attività svolte in favore dei fruitori, cercando anche nuove e più moderne modalità del loro coinvolgimento.

Grazie ad occhiali con realtà aumentata, i visitatori del Museo Poggi, nei mesi scorsi, hanno potuto immergersi nella storia del Palazzo e delle collezioni, seguendone la storia con la concreta possibilità di assimilare dettagli e di gustare particolari altrimenti ben difficilmente individuabili, se non da un pubblico esperto.

Su questo versante vanno anche le azioni dello SMA in attività di lifelong learning, che tengono conto della diversità e varietà del pubblico (es, il progetto “musei come luoghi di dialogo interculturale” e i progetti per migliorare l’accesso e fruizione dei musei delle persone con disabilità).

Il rettore dell’Università della California, nel 1963, coniò il termine Multiversity, una comunità universitaria che valorizzi le differenze della società, rispondendo adeguatamente ai mutevoli bisogni della società in un’ottica di servizio. Il valore aggiunto della terza missione sta proprio nella modalità flessibile dinamica di scambio delle conoscenze ed esperienze con la società civile, nell’ottica della reciproca crescita, uscendo dai vetusti rapporti unidirezionali e autorefenziali.

Ne sono esempi la diffusione di idee ed eventi artistico culturali (promozione della cultura scientifica e umanistica), la sperimentazione di modalità di interazione tra cittadini e Università (formazione continua, epartecipation); la divulgazione scientifica raccordata a metodi nuovi ai musei tradizionali, educazione alla sostenibilità e al rispetto della natura.

Secondo importanti interventi di illustri esperti in materia, questa azione di miglioramento può avvenire su tre fronti: un processo di facilitazione della comprensione del significato delle collezioni, e della missione del museo universitari; l’autovalutazione delle attività svolte; la gestione condivisa, vale a dire la partecipazione delle città alla progettazione e gestione di attività museali. In particolare, la condivisione può contribuire all’inclusione sociale e allo scambio/dialogo culturale. Certamente queste buone prassi migliorano la interazione Università- società che è un punto chiave della terza missione.

Gli atenei italiani hanno una grande opportunità: essa non consiste soltanto nella dimensione straordinaria del proprio patrimonio culturale, quanto nella possibilità che tale patrimonio diventi uno strumento di comunicazione con l’esterno, con il territorio. I musei, importante agenzia cognitiva, ovverosia possono svolgere l’importante ruolo di comunicazione sociale, di inclusione attiva e di nuova professionalizzazione.

I musei possono, non da ultimo, essere anche fortemente simbolici del luogo dell’Università, possono offrire una testimonianza delle azioni del passato, e donare uno scorcio, una finestra anche per nuove prospettive, per il futuro dell’Università e della Città di Bologna che verrà.

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