Smart working: la parola alla scienza

di Francesca Montuschi.

La parola alla scienza per smarcarsi con conoscenza e verità dai più deleteri, spesso falsi, luoghi comuni, che rischiano di condizionare le scelte politiche e ridurre il campo delle occasioni di sviluppo.

È lapalissiano che in Italia lo smart working è stata una soluzione logistica generata dalla pandemia più che una vera e propria strategia di sviluppo organizzativo. Usciti ora, speriamo, dalla emergenza sanitaria, e con la ripresa di tutte le attività, e di conseguenza con il ritorno in presenza, in primis sul piano politico è necessario decidere come e quanto poter continuare a lavorare in lavoro agile.

Renato Brunetta

La recente bozza del CCNL del Pubblico Impiego, fortemente voluta dal ministro della PA, Renato Brunetta, punta da un lato, giustamente, a regolamentare aspetti essenziali del lavoro agile (come per esempio il diritto alla disconnessione), ma è opinione comune che insista eccessivamente sulla configurazione dell’istituto alla stregua di un benefit, invece che come possibilità per meglio evidenziare competenze e capacità di lavorare per obiettivi e risultati. Dalla bozza l’ indirizzo politico sembra essere chiaro: dallo smart working come misura emergenziale, allo smart working come misura di conciliazione famiglia lavoro o welfare aziendale, con scarso accento sulla opportunità di insistere, attraverso il lavoro agile, sul miglioramento organizzativo nella PA nel suo complesso.  

Probabilmente sarebbe opportuno, quando si parla di smart working, ancorpiù se ad essere coinvolti sono i lavoratori del pubblico impiego, smarcarsi con conoscenza e verità dai più deleteri, spesso falsi, luoghi comuni, che rischiano di condizionare le scelte politiche e ridurre il campo delle occasioni di sviluppo. Se si vuole discutere seriamente di efficacia dello smart working , ancora una volta è la scienza che deve avere la parola, che, con metodo scientifico, partendo da dati oggettivi, è capace di formulare ipotesi, proporre soluzioni, e metterle a disposizione dei decisori politici. 

Il professore Salvatore Zappalà, professore dell’Università di Bologna – del Dipartimento Psicologia, ricercatore sulla psicologia del lavoro e delle organizzazioni, ha concluso una indagine sull’esperienza di lavoro agile di centinaia di dipendenti di un’Amministrazione comunale. 

Salvatore Zappalà

“I risultati mostrano che maggiore era la quota di lavoro d’ufficio che i dipendenti riuscivano a svolgere a casa, tanto più essi si sentivano coinvolti nel lavoro, definivano i propri obiettivi e valutavano più positivamente la loro prestazione lavorativa. I risultati hanno anche confermato un modello di mediazione sequenziale secondo cui i lavoratori che si ritenevano autonomi percepivano maggiore self-leadership, la quale era connessa al coinvolgimento lavorativo che, a sua volta, era correlato alla soddisfazione per il lavoro da remoto. Gli esiti rivelano spunti interessanti per i manager e per gli addetti ai lavori. L’effetto positivo della quantità di lavoro d’ufficio eseguibile anche da casa suggerisce di stabilire quante e quali attività possano essere adattate attraverso un percorso di digitalizzazione e reingeneering dei processi, permettendo una più ampia implementazione del lavoro agile da parte delle organizzazioni – afferma il professore Zappalà . Inoltre, sono necessari percorsi di formazione per potenziare competenze fondamentali per chi lavora fuori dalla propria sede, come la pianificazione, la gestione del tempo e l’automonitoraggio”.

Per citare altre ricerche di rilievo, anche il Dipartimento di Neuroscienze Imaging e Scienze Cliniche, dell’ Università d’Annunzio, in collaborazione con Dublin City University Business School, assieme ad Umana-Analytics, ha sottoposto al Miur un progetto Pon (Programma Operativo Nazionale) incentrato proprio sullo smart working,  volto ad identificare le caratteristiche individuali che portino alla buona riuscita dello smart working, in termini sia di benessere individuale che di produttività aziendale. 

Una volta identificati tali driver, si potranno costruire e testare interventi formativi finalizzati a potenziare nei lavoratori quelle abilità/competenze utili per uno smart working efficace, valorizzando il lavoro agile come misura di sviluppo organizzativo, permettendo di fare un passo avanti, evitando di procedere invece come i gamberi. 

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