Soluzioni e (necessità) di sicurezza e vivibilità in epoca di pandemia

La ricerca condotta dal gruppo coordinato dal Professore Cesare Saccani ci dimostra che un ambiente interno controllato può essere più sicuro di spazi aperti

di Francesca Montuschi

A un anno dall’inizio della pandemia da Covid-19 ci ritroviamo ancora a contrastare la diffusione dei contagi e ad adottare provvedimenti dolorosi di chiusura di numerose attività, comprese quelle dell’intero comparto dell’educazione, dagli asili nido all’Università. Come ci ricordano illustri giuristi la tutela della salute pubblica è un principio fondamentale, da salvaguardare con rigore così come prevede certamente la Costituzione italiana. Per tutelare la salute pubblica risulta spontaneo domandarsi e approfondire, con l’aiuto della scienza, se la chiusura delle sedi, e con la conseguente rinuncia alla didattica in presenza, sia al momento l’unica soluzione percorribile.
In questo periodo storico in cui appare cogente la ricerca frenetica di nuove soluzioni per una vita più vivibile, parlare di concetti come valorizzazione e condivisione dei saperi è diventato un tema di cui tutti avvertiamo l’importanza e l’urgenza.
Da dove partire allora? Partire dai saperi, dai risultati scientifici dei ricercatori dell’Università di Bologna, appare da un lato il primo passo, quello più semplice e immediato per attingere dalla miniera di cultura e ricerca prodotta dai nostri scienziati; dall’altro lato, appare un’espressione pratica, praticata, del valore del public engagement. Un impegno pubblico di interazione per generare conoscenza e consapevolezza, non solo verso la comunità, ma anche al suo interno.
In altre parole appare fondamentale fare tesoro, anche come dovere morale, delle evidenze che emergono dalle più recenti ricerche scientifiche. La voce della ricerca, i dati che fornisce, le verifiche che conduce, il rigore e la trasparenza delle sue procedure ci riportano a una visione razionale dei problemi, ci confortano con nuove soluzioni.
E quindi quali altri soluzioni e scenari può offrire la ricerca universitaria del nostro Ateneo in tema di vivibilità di spazi interni, in epoca di pandemia?
Recentemente alcune pubblicazioni scientifiche di un gruppo di ricerca dell’Università di Bologna coordinato dal professore Cesare Saccani, ordinario di Impianti industriali meccanici, hanno dimostrato che l’installazione di impianti di aerazione in grado di garantire il ricambio dell’aria e di controllare il livello di umidità potrebbe permettere la riapertura delle scuole, delle Università, e delle strutture più in generale, in sicurezza.
Più precisamente sono state analizzate le condizioni nelle quali le scuole, ma anche tutti i locali chiusi e i mezzi pubblici, possono abbattere i rischi di contaminazione attraverso soluzioni di aerazione specifiche. Poiché il virus SARS-CoV-2 si trasmette tramite goccioline – quelle che durante questo lungo anno abbiamo imparato a chiamare droplet – emesse da un soggetto infetto vi sono in sostanza due sistemi che si possono abbinare congiuntamente per evitare che queste droplet si propaghino nell’ambiente. Il primo è costituito dalla mascherina, che blocca le gocce di maggiori dimensioni; il secondo consiste nel creare le condizioni per facilitare l’evaporazione delle gocce più piccole che sfuggono alla mascherina e che vengono rilasciate nell’ambiente. Il sistema più efficace per contrastare la diffusione di queste ultime è farle evaporare in tempi rapidi.

Impianto sperimentale per il filtraggio di particolato ultra fine. Laboratorio DIN, Sezione Impianti
Impianto sperimentale per il filtraggio di particolato ultra fine. Laboratorio DIN, Sezione Impianti

Per convenzione in un’aula scolastica la distanza di sicurezza è stata stabilita in un metro. Ma poi, quando l’ambiente va a saturazione di umidità, le droplet più fini rimangono in sospensione, si diffondono e la loro evaporazione è molto lenta. Semplificando, si potrebbe dire che la distanza di sicurezza tenda allora a infinito. Con l’installazione di impianti adeguati è possibile ottenere una evaporazione efficace. Le ricerche realizzate dal prof. Saccani e dal suo team segnalano inoltre che, una volta completamente evaporate, le droplet riversano il loro contenuto di particelle del virus nell’ambiente circostante. Così facendo si riduce in modo molto sensibile la concentrazione dei virioni nel volume di rilascio, rendendo decisamente improbabile la contaminazione dei presenti. Come afferma lo stesso prof. Saccani “il controllo della umidità nell’aria negli ambienti confinati è un elemento imprescindibile per contenere i contagi. In tali condizioni, quando questo controllo venga effettivamente esercitato, è possibile che l’ambiente interno sia più sicuro di quello esterno”.
Anche il dirigente dell’area competente, Edilizia e Sostenibilità, ing. Andrea Braschi ha colto immediatamente l’opportunità dei nuovi scenari di applicazione che la ricerca del prof. Saccani e dei suoi collaboratori offre: “Questa nuova situazione impone la revisione totale dei luoghi che oggi devono fare i conti anche con la paura del virus. La volontà di evitare contatti ravvicinati e l’impossibilità di lavorare in spazi aperti ha acuito una vera e motivata diffidenza verso gli uffici tradizionali. Per tutti questi motivi i nuovi spazi confinati devono disporre di una dotazione impiantistica efficiente che garantisca aerazione e controllo dell’umidità, riducendo così la diffusione del virus (meglio che all’aperto), e devono essere arricchiti da attrezzature multimediali che consentano al lavoratore di dialogare col mondo esterno, in maniera comoda ed efficace, annullando, di fatto, le distanze fra le persone. Sarà prioritario quindi dedicare a questi dispositivi parte dei fondi che l’Italia riceverà a breve dall’Unione Europea, grazie al Recovery Plan, dando un assetto strutturale ai plessi universitari, anche in vista di possibili, per quanto di certo non auspicabili, nuovi futuri eventi epidemici”.
A ben vedere, si tratta quindi di implementare strategie complementari di prevenzione. Mascherine e distanziamento sono soluzioni del secolo scorso. Vanno messe in campo tutte le tecnologie che abbiamo a disposizione, inclusa la sanificazione continua dell’aria e il controllo del suo grado di umidità. Se si vuole davvero fare in modo che ora e in futuro nelle aule ci siano condizioni di massima salute, si dovrebbe prendere molto sul serio il tema della salubrità dell’aria che vi si respira. Al tempo stesso, adottare queste strategie di prevenzione consentirebbe di evitare di dover ricorrere quasi esclusivamente a provvedimenti di chiusura dei territori e di sospensione delle attività didattiche, con effetti collaterali sugli apprendimenti delle studentesse e degli studenti che potranno essere misurati pienamente nella loro entità solo nel lungo periodo.

prof. Cesare Saccani
prof. Cesare Saccani

Riaprire le scuole (e le aule universitarie) in sicurezza, anche in un contesto pandemico come quello attuale, sarebbe possibile investendo in dispositivi come quelli indicati dalle ricerche del prof. Saccani e al tempo stesso potremmo così tornare a vivere in condizioni di vita, se non come quella che prima della pandemia definivamo normale, quantomeno degna di questo nome.

Per saperne di più:

Fantini, Maria Pia; Gori, Davide; Guzzini, Alessandro; Pellegrini, Marco; Re, Maria Carla; Reno, Chiara; Roncarati, Greta; Saccani, Cesare; Vocale, Caterina (2020), Analisi della trasmissione di SARS-CoV-2: influenza delle condizioni termoigrometriche rispetto al rischio di diffusione del contagio, in: AMS Acta, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, pp. 1–34.

Saccani, Cesare; Guzzini, Alessandro; Pellegrini, Marco (2020), Misure per contrastare l’emergenza durante l’epidemia da SARS-CoV-2: perché il controllo efficace della diffusione del contagio non può prescindere dal controllo dell’umidità dell’aria ambiente, in: AMS Acta, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, pp. 1-14.

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