Stephen William Hawking: stelle a rotelle.

Trenodia, rubrica di Niki Pancaldi

 

DE GUICHE: Signore, una domanda. Avete letto il Don Chisciotte?

CIRANO: Per intero, e mi ritrovo in lui, bizzarro e venturiero.

DE GUICHE: Vogliate meditare, di quel libro medesimo, sul capitolo dei mulini…

CIRANO: … il tredicesimo…

DE GUICHE: … poiché se li si attacca, capita nel cimento…

CIRANO: Io attacco dunque tizi che girano col vento?

DE GUICHE: … che i grandi bracci, in vortice con impeto ribelle, vi scaglino nel fango.

CIRANO: Oppure tra le stelle…”

Cyrano de Bergerac
Jean –Paul Rappenau 1990
(traduzione di Oreste Lionello)

In questa particolare occasione il rintocco della campana funeraria non riecheggia unicamente su una piccola area del pianeta, nemmeno sull’intero pianeta stesso. Il mesto e solenne suono sfida l’impossibilità di propagazione nel vuoto assoluto, scorre tra le nebulose e le Pulsar, investe meteoriti, comete ed erranti mondi sospesi nel nulla. Il requiem, in questa occasione, è cosmico.
il 14 Marzo, mentre noi osservavamo il cielo, perplessi principalmente del clima ma molto poco dal moto degli astri, ci ha lasciati uno scienziato che ha viaggiato per lunghi anni oltre lo scudo atmosferico che ci racchiude e lo ha fatto, letteralmente, rimanendo immobile.
Stephen Hawking è stato un essere umano, uno scienziato e al contempo un fenomeno molto, molto curioso.
Flagellato da una odiosa patologia neurologica, scienziato geniale, uomo di spettacolo e divulgatore scientifico.
Un essere umano che con il proprio stato fisico ci ricordava la precarietà stessa della nostra natura biologica, la fragilità della nostra carne e per suo rovescio l’inossidabile caparbietà della mente, la fonte vitale dell’immaginazione ed in qualche modo la promessa di un futuro più accettabile.
Ovviamente chi scrive non è affatto uno scienziato, quindi ciò che verrà qui riportato potrà essere, in parte o del tutto, gremito di corbellerie scientifiche.
Sarà mia cura tentare di evitarle accuratamente.

Richard Ovenden, il professor Stephen Hawking e Sir David Attenborough in occasione dell’apertura ufficiale della Weston Library, Oxford, in Inghilterra, nel marzo 2015.

Perché il punto, a ben pensarci, non è quale sia la formula rivelante o l’equazione esotica portata alla luce da Hawking ad avere fatto veramente la differenza. Ciò che ha fatto la differenza è stato lui stesso, nell’interezza del suo essere. Quella differenza di potenziale abissale tra l’oscurità della sua materia fisica e la luminosa supernova della sua materia grigia.
La materia grigia, in un campo come quello scientifico, dove esiste addirittura l’antimateria, potrebbe sembrare ormai qualcosa di alieno, teorico, ipotetico. Ma non lo è.
Prima di essere stati assaltati dall’antimateria grigia pare che gli umani ne possedessero in quantità dignitosa. Tanto che fuoco e ruota divennero successi della specie senza possedere un marchio registrato specifico o senza avere un cartellino con il prezzo appeso sulla confezione.
Hawking in qualche modo ci consolava. Duplicemente.
Da una parte la sua esistenza era lo stendardo di una filosofia che io aborrisco con ogni fibra del mio essere ma che pare abbia un seguito quasi automatico: “pensa a chi sta peggio”.
Sicuramente Stephen stava peggio. Avere vissuto più di sessant’anni sentendo il proprio corpo atrofizzarsi progressivamente con la promessa di poter morire da un momento all’altro potrebbe essere già un’ottima definizione da dizionario di: “peggio”.
E non condividere la sua sorte ci consolava, anche se mi fa saltare i nervi, ci consolava a livello inconscio.
Ma anche la sua mente così frizzante, così energica, così libera ci consolava.
Era una carezza sinaptica, un massaggio neuronico per tutto il genere umano.
Era bello sapere che lui c’era, che non eravamo del tutto stati fritti nelle rotelle, perché lui aveva le rotelle funzionanti. Tutti i tipi di rotelle.
E quella mente imprigionata in una custodia vivente ma non funzionante riusciva a spingersi veramente lontano, così lontano che il Capitano Kirk dell’Enterprise avrebbe potuto vedere una piccola carrozzella elettrica superare la propria imponente astronave a velocità warp.
Può sembrare un’immagine irriverente, ma mai come in questo caso sono certo che persino il commemorato sarebbe d’accordo.
Perché lui c’era davvero in Star Trek, ha partecipato ad una puntata giocando a poker con Einstein e Newton, a più riprese ha nobilmente sbeffeggiato gli adorabili Nerd di “the Big Bang Theory”, ha prestato la sua voce ai Pink Floyd, si è fatto cartone animato con i Simpson e i Griffin, ed anche laddove non si sia prestato personalmente è stato oggetto di bonarie parodie e caricature. Non da meno basta aprire YouTube, digitare il suo nome e lo schermo esploderà in un Niagara di documentari da lui condotti o sostenuti.
Ecco l’aspetto più interessante di questo scienziato, il fatto di essere un’icona pop.
Un uomo che per tutta la vita è dovuto rimanere sempre più immobile pur avendo sempre la mente tesa alle stelle e che per un’alchimia particolare di sfortuna, merito e medium di massa ha superato l’ostacolo in maniera inaspettata: è diventato egli stesso una stella.

Dr. Stephen Hawking, a professor of mathematics at the University of Cambridge, delivers a speech entitled “Why we should go into space” during a lecture that is part of a series honoring NASA’s 50th Anniversary, Monday, April 21, 2008, at George Washington University’s Morton Auditorium in Washington. Photo Credit: (NASA/Paul. E. Alers)

Il suo grande merito è stato essere l’araldo, l’ambasciatore amichevole di quel mondo accademico che a noi “mortali” sembra sempre tanto lontano, altero ed impenetrabile.
Questi cervelloni dai grandi cerebri sferraglianti ci dicono cose quasi inconcepibili. Per l’uomo fermo in tangenziale l’energia oscura o le singolarità spazio-temporali sono chimere inesistenti. Inoltre per dimostrarci di aver ragione gli accademici ci riempiono qualche lavagna con un arabesco di calcoli dei quali ignoriamo funzionamento e linguaggio. Persino dei singoli simboli, sovente, ignoriamo l’esistenza.
Quindi noi ignoranti cediamo le armi con un laconico “si, si mi fido…”.
Questa è la radice dell’incomunicabilità tra i due mondi.
Hawking con la sua apparentemente vulnerabile figura, forse, è diventato uno squarcio in questo muro anche grazie al suo modo di divulgare queste oscure materie.
Basta leggere il suo famoso “dal Big Bang ai buchi neri” per accorgersi che non si tratta certo di un libro da spiaggia ed ombrellone, ma che non è nemmeno il “De revolutionibus orbium coelestium” di Copernico.
E’ capibile da chiunque abbia l’interessa e la voglia di far girare un po’ di rotelle tra le stelle.
Tra le grandi forze che governano l’universo o, come egli stesso supponeva: il multiverso.
L’uomo sulla carrozzina lo diceva continuamente a tutti noi di smetterla di guardarci i piedi e alzare lo sguardo alla volta celeste!
Non mette una formula matematica in tutto il libro. Non si nasconde dietro ad un dito e lascia che siano le parole e l’immaginazione a spiegare la coperta elastica dello spazio-tempo fisico.
Non ci sono dimostrazioni, quelle dimostrazioni che all’accademia tanto stanno a cuore.
La stessa accademia che aveva difeso a spada tratta Tolomeo ed Aristotele per milleottocento anni, inchiodando la terra al centro dell’universo, coprendola anche di strati di cipolla pur di non muoverla dal baricentro della scena!
Certamente c’erano alcune dimostrazioni delle sue intuizioni, ma molte (molte davvero) delle ipotesi di Stephen erano teorie in cerca di una conferma.
Qualsiasi teoria fisica è sempre provvisoria, nel senso che è solo un’ipotesi: una teoria fisica non può cioè mai venire provata.” S. Hawking.

Un buco nero in una rappresentazione artistica della NASA.

Lui stesso si definiva scienziato e sognatore. Perché la scienza e l’immaginazione dovrebbero essere nemiche giurate per definizione? Un certo Jules Verne potrebbe anche aver qualcosa da ridire in proposito….
E il nostro scienziato era una linea di confine vivente tra la vita vera e la fantascienza.
E’ vero che dagli anni ’80 era completamente bloccato ed incapace di muovere altro che qualche muscolo facciale e qualche dito della mano, ma è anche vero che un intero esercito di tecnici e scienziati contribuiva la suo sostentamento. Sono stati inventati software, tecnologie mediche e pratiche per far si che Stephen continuasse a scrivere, a parlare e divulgare.
Il suo sintetizzatore vocale è un brivido fantascientifico, è la voce di un vero cyborg, di una mente umana del tutto inserita in una macchina, in un computer.
Egli era la scienza che diventava fantascienza.
Viene da chiedersi se un giorno anche le altre migliaia e migliaia di persone colpite da patologie simili alla sua potranno godere di tanto supporto senza dover per forza essere i più famosi scienziati del mondo. Perché questo sarebbe guardare le stelle, e non guardarsi i piedi.
Hawking infatti era innamorato del cosmo ma non era molto ottimista sulla razza umana.
Dalle sue stesse parole: Se le macchine finiranno per produrre tutto quello di cui abbiamo bisogno, il risultato dipenderà da come le cose verranno distribuite. Tutti potranno godere di una vita serena nel tempo libero, se la ricchezza prodotta dalla macchina verrà condivisa, o la maggior parte delle persone si ritroveranno miseramente in povertà se la lobby dei proprietari delle macchine si batteranno contro la redistribuzione della ricchezza. Finora, la tendenza sembra essere verso la seconda opzione, con la tecnologia che sta creando crescente disuguaglianza.”
Se non lo sapeva lui che le risorse di questo pianeta finiscono inesorabilmente dentro insondabili buchi neri…!
Curiosamente nato il giorno della morte di Galileo Galilei, sbalorditivamente morto il giorno di nascita di Albert Einstein (nonché giornata del Pi greco), titolare per trent’anni della cattedra di Matematica di Cambridge che fu di Newton, Stephen Hawking ci ha lasciato.
Io, che sono un sognatore ma non di certo anche scienziato, lo voglio immaginare così: mentre fa surf su di una cometa, ritto finalmente sulle sue gambe, mentre piange nell’estasi di una consapevolezza totale, mentre tutte le domande senza risposta vengono a lui svelate e si sta recando, ridendo, a finire quella famosa partita a poker con Isaac ed Albert.
In mezzo alle stelle, ma senza rotelle.
E anche a tutti noi umani ancora viventi, due rotelle, adesso… mancheranno di sicuro.

 

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