Storia Sentimentale dell’amministrazione, culla dell’Archivio, Museo, Biblioteca

di Marco Bortolotti

L’Ateneo tutela e innova il proprio patrimonio culturale

rispondendo alle diverse esigenze espresse dalla società.

Statuto di Ateneo, Principi costitutivi, art. 1, comma 3                                                                                                                                                             

Comincio ab ovo accarezzando  il piacere della memoria. Quando sono entrato all’Università, nel 1959 e fino al ’68, i professori erano assi pigliatutto. Ubiquo il loro potere ; presidi, direttori, ordinari e straordinari, assistenti e liberi docenti, riveriti ed ossequiati. Ispirati da volontà didattica, capeggiavano processi decisionali con potere persuasivo.    L’amministrazione era tubo di transito digerente;   funzionari   che sarebbero figure che “ espletano compiti di rappresentanza”, non espletavano un bel nulla;  la rappresentanza era solo accademica. Impiegati e tecnici evanescenti: definiti personale non docente. Un muro    separava amministrativi e docenti;   affabili  i rapporti,   segnati dalla pazienza degli uni, da balda impudenza degli altri.   La cuccagna autoritaria sparì nel ’68; in quegli anni    l’Università si sostentò con l’amministrazione: organi latitanti, dimissionari i rettori, intimoriti i docenti. Coloriamo la scena per chi non c’era. Dal ’68 in avanti, dal tragico ’77 con la morte di Francesco Lorusso e i blindati di Cossiga disegnati da Pazienza, l’Università abbandonò dignità e decoro; sparirono aula magna, toghe e cerimonie;   aula Carducci,    palazzo Poggi,   loggiati e monumenti vandalizzati; vilmente barattato l’accertamento del sapere cedendo alla protesta   mutuata da baldoria goliardica.

Bologna aveva smarrito la sua alma  mater. Marcello Ceccarelli, fisico genio,   ha descritto il ’68,   con l’epilogo protratto, in Diciamolo: Università anno oggi / Ci buttano fuori dalla nostre cucce calde / E usano i nostri libri per incartare il salame / Ma questo non ci interessa / Ci dicono che siamo megafoni al servizio dell’Antistoria / Che per pensare troppo non abbiamo capito un cazzo / Che è stupido avere il naso lungo se non ne vediamo neppure la punta / Che è da vili promettere quello che si pensa di mantenere / Ma questo non ci interessa / Poi torneranno zitti e verranno tranquilli a lezione / Obbediranno ai nostri consigli perché sanno che non sono nostri / Ci chiederanno la firma sul libretto perché bisogna pur farla registrare/ Apprezzeranno il nostro bagaglio di esperienza perché bisogna pur farsi promuovere / Compreranno le nostre dispense e ce le mostreranno rilegate in pelle / Ci porteranno i bambini a scuola e magari ci faranno anche la spesa / Così ci avranno rimessi in piedi come bambocci di un tiro a segno   / E questo ci interessa”. Esautorata l’accademia, l’amministrazione, congegnata per durare,  scoprì  che poteri non esercitati si distribuiscono nei ruoli subordinati. L’onesta routine degli uffici scarta passioni e fazioni politiche. Così l’amministrazione, non marchiata dagli eventi, reagì al ristagno con la risorsa della sua prudente natura: spirito di conservazione e persistenza normativa.  Risorsa rappresentata dalla fisica consistenza delle carte d’archivio.

La passività nasce dalla sottomissione; l’amministrazione non più sottomessa, si impadronì    del sapere archivistico e, spronata ad una storia che la riguardava, unì la memoria  del    passato   alle opportunità   del presente, orientate da pulsioni organizzative individuali. Il premuroso sapere   invogliò al fare. Da una tesi del 1976; dalla ristampa di guida settecentesca dell’Istituto delle Scienze, retaggio universitario; da fervori bibliografici, uscirono l’Archivio storico decretato nel 1980 dal ministero dei beni culturali e le mostre del ’79 e del ’81, che svelarono il gran pregio delle raccolte museali. L’amministrazione aveva ricoverato nei sotterranei banchi e cattedra dell’aula Carducci disfatta nel ’68, e le suppellettili dismesse dagli istituti, che riabilitate da rigori classificatori, decretavano l’alleanza del sapere con le buone ragioni amministrative, in palazzo Poggi, oggi teatro di scienza ed arte grazie al terremoto Roversi.   Fabio Roversi Monaco, docente della scuola di amministrazione frequentata nel 1979-80, non mostrava   le virtù esplosive del poi, Rettore magnifico dal 1985 al 2000, regista impresario del   Centenario e Magna Charta. I creatori non si prevedono né si preparano. Conoscemmo il gentiluomo, deliziati  dall’ordine e chiarezza che riabilitava dignità istituzionali. Il giurista mise a fuoco la prestanza solidale dell’amministrazione: prestò, ricambiato, la sua allegra energia. Cronaca e grancassa del Centenario sono note; magnificati gli effetti intitolati a Roversi, simpatico asso pigliatutto.    Gesta  da legittimare. Il talento ristagna senza il motore.  I successi di Roversi e di ogni rettorato, vanno spartiti con il saper fare dell’amministrazione, con l’ingegnosa dottrina degli uffici. Altrettanta riguardosa considerazione spetta al museo degli Studenti, nato comunitario e cresciuto dentro e per volontà dell’amministrazione. Proponimenti, processi decisionali, progetti, guidati dall’Archivio storico dell’Università, presago e battagliero. Dal 1992 l’Archivio aveva incoraggiato eccentriche minoranze di autorevoli laureati, poi associazione di promotori, alla donazione di documenti studenteschi, ottenendo fondi straordinari per le prime acquisizioni sul mercato antiquario. Valore documentario di inedite testimonianze, un mondo di cultura studentesca ignoto agli studiosi e ripudiato, non avrebbero smosso un apparato restio ad iniziative nate dal basso. Potenti ragioni stavano nella perdita, dal ’68 in avanti, del consenso cittadino costruito dagli studenti. La figura dello studente si era fatta sfuggente, inquietante,    con identità solo anagrafica. 

Il timore, quasi sgomento, che Università e Città si avviassero a perdere, con l’incomprensione, svilimento e decremento degli studenti, ragioni ed economia del vivere, trascinò l’istituzione a mettere in scena la comunità degli studenti in un museo che fosse asilo e cantiere per documenti in via di perdersi, augurabile scuola di comportamenti, e restauro di una somma di relazioni affettive e valori contestuali. Museo di smisurata ambizione, non solo luogo di esercizi storiografici, ma un modo di vedere e recuperare la vocazione universitaria di tenere insieme, di costruire e custodire, tramandare    un bene comune.    Bene anche bibliotecario. Le    biblioteche sono energia radiante, agiscono come l’ormone della crescita. Nel    1976, dai sotterranei tenebrosi di palazzo Poggi, poi risanati, uscì la serie completa e in più copie, degli Annuari, destinati alle biblioteche universitarie e civiche; uscirono atti congressuali, saggi e biografie, commemorazioni, libri donati da università, accademie, e quelli, magnifici, pubblicati per l’ Ottavo Centenario (1888). I mille libri raccolti, vagiti della sognata biblioteca d’ Ateneo, si moltiplicarono con le esaudite richieste spedite alle università ed istituti, elencati nella Bibliografia per la storia dell’Università di Bologna di Gabriele Zanella. Bastava chiedere per ottenere.

Le copie in più dei libri pubblicati dall’Università, formarono un cataloghetto: Opere disponibili – Available  Books, adoperato negli scambi. Partì una lettera inglese (confezionata dall’amico Giuliano Pancaldi), in franchigia per tutte le università del mondo. Ebbe esiti straordinari e risonanti, favorendo la nascita della biblioteca d’Ateneo annessa all’Archivio storico. Censita dalla Soprintendenza bibliografica dell’Istituto per i beni culturali, la biblioteca  divulgò talento laborioso con la mostra e catalogo trilingue Alma Mater librorum, così intitolata da Renzo Cremante; mostra inaugurata nel 1988  in Archiginnasio; in trasferta a Barcellona, Francoforte, Tokyo. La biblioteca  di Ateneo, uscita dall’amministrazione, aveva attitudini organizzative. Un fondo professionale per operatori universitari di ogni ordine e ruolo, fatto di guide, statuti, saggi di politica e sociologia dell’istituzione e della ricerca, libri per  gestire uffici, dipartimenti, archivi, biblioteche, per amministrare con tecniche di organizzazione e metodi, libri sull’edilizia universitaria, sul cerimoniale e organizzazione dei congressi: tutto il mondo universitario, venne descritto nel Saggio bibliografico per un servizio di documentazione dell’amministrazione universitaria, edito nel 1986 e 1987. Saggio presuntuoso; l’amministrazione si impancava maestra.

Quei libri non conquistarono la sede proposta: sala attigua a quella delle sedute consiliari, con gli eleganti scaffali già della Scuola superiore di economia e commercio di via Milazzo, sopravvissuti ai bombardamenti. Lo scacco non tramortì la biblioteca che con I libri dell’ingegnere confezionato nel 1990, contrastò il trasferimento della biblioteca di facoltà dalla sua sede storica, la torre disegnata da Vaccaro. Il buon esito di questa ed altre faccende, si spiega con  l’insediamento  della nuova struttura dentro l’amministrazione centrale di palazzo Poggi e suoi diretti rapporti con rettorato ed organismi collegiali. La struttura, ubbidiente e versatile organismo documentario, adoperava rete  ed informazioni del circuito universitario,  con l’integrazione e vantaggi insiti nell’aggregazione storica dei suoi materiali,    moltiplicandone efficacia e dinamismo. L’ ubbidiente, ma non serva amministrazione, non suscita le gelosie e rivalità che tormentano gli accademici. Imprese  contestate giungono in porto con universale contento se trattate dal “saper fare” amministrativo. Si aggiunsero così al bene archivistico, due ingenti capitali: estratti da un tramezzo che li nascondeva alla vista, emersero i materiali della scuola ottocentesca di architettura di Fortunato Lodi, che, uniti    ai disegni e piante raccolti dall’amico Giuliano Gresleri, formarono  l’ archivio degli architetti    bolognesi. Con Lino Marini, storico piemontese, alpinista e fotografo, l’Archivio ricuperò e riordinò lastre e fotografie antiche e recenti degli stabili e monumenti universitari.

Ho abusato della pazienza del lettore che mi ha seguito fin qui; i lunghi discorsi annoiano, spengono l’interesse; immagino poi il suo stupore per il peana che magnifica amministrazione e burocrazia. Sono stato burocrate e i burocrati ligi si illudono di essere necessari.    Non aderisco al pregiudizio ancorato alla vita sociale, confortato dall’unanimità, consenso e costanza della pubblica opinione. Mi azzardo a dire che la burocrazia è capro espiatorio di ogni male per chi disprezza le mezze maniche e corre ad indossarle appena può. L’impresa di accreditare la burocrazia, pare disperata, paradossale. Il vilipendio protratto attira l’apologia non assolutoria: i torti veniali degli impiegati – pausa caffè, assenze malandrine – vegetano in quello capitale, nel patto: “fate il comodo vostro che noi facciamo il nostro”. Sui comportamenti burocratici si emettono giudizi esigui, rappresentazioni di sintomi.    Abbiamo tutti la tendenza di dedurre le cause dalle conseguenze. Allora i comportamenti radicati in burocrazia – accidia, formalismo, sussiego, fuga dalle responsabilità -  vengono  dall’alto, mossi e provocati da istanze superiori. La burocrazia è assenteista, letargica, puntigliosa, connivente, ritualizza le sue funzioni anziché adempierle? Caratteri congeniti, immutabili? Quando durano non corretti, alimentano un luogo comune, incoraggiato e condiviso; comoda scappatoia    per sfuggire alle responsabilità dell’agire politico e addossare alla burocrazia la colpa delle cose che non vanno. Non si riflette che il burocrate è governato dalla necessità non dalle finalità; che l’ ufficio non assegna definite responsabilità per non incrinare la piramide gerarchica; che il contesto  sociale condiziona il comportamento della burocrazia. Ogni paese ha la burocrazia che si merita e che può permettersi. Neppure si riflette che nella nostra burocrazia, per raggiungere lo scopo, bisogna    oltrepassarlo; vincere diffidenze ed ostilità; trasgredire norme ed inventarsene. Eppure il mondo della burocrazia, con le sue pecche, pare più rassicurante del caos, indifferenza, egoismo, malaffare, propensioni parassitarie, privilegi, trattamenti nepotisti e clientelari che stanno fuori. Si ride della burocrazia, scienza dell’intercapedine, si conoscono gli effetti perversi; si ignorano invece le cause di quei vizi, i prodigi del lavoro sedentario, le piccole e grandi virtù, quali la coscienza del lavoro ben fatto e l’attenzione per il lavoro degli altri. L’Archivio insegna poi che  le storie cominciano, procedono, finiscono con atti amministrativi, principio di altri fatti e vicende e che le fonti della storia nascono con il lavoro di impiegati che trasformano grandi e piccole tappe, in  traguardi e norme operative. Storia e cultura sono amministrazione.

Riprendo il filo della parentela: l’idea poi circolante, del museo per gli Studenti, si affacciò con la mostra nel Bo’ padovano  (v. Bollettino dell’Università, nov.1992 alle pp.77-78) e con un appello urbi et orbi per il “censimento… di materiali per una mostra catalogo dell’antica goliardia” che intitolata Gaudeamus igitur. Studenti e goliardia 1888-1923, si inaugurò in aula magna il 13 maggio 1995. Alla p. 78 del catalogo il curatore scrive: “con le sue schede (il catalogo) è l’avvio di un lavoro in corso, un cantiere di ricerca per il costituendo museo degli Studenti e della goliardia”.   Da quel primo passo, fu tutto un correre, un concorso e fiorire di iniziative. L’amministrazione, sempre lei!, allestì mostra e catalogo del collegio Jacobs nel’Hotel de Ville di Bruxelles; seguirono quelle di Canterbury e per i mille anni della città di Trondheim esponendo cimeli studenteschi che sanzionavano il mordente europeo del museo, invocato ed accudito nelle premesse.   Per riscaldare e dilatare l’attrattiva, Paolo Poli, genio teatrale, fece sua l’idea di interpretare in Aldo, mi cali un filino?, la poesia  Goliardica di Palazzeschi; con il consenso  della nobile  famiglia astigiana de Rolandis,   con   gli autorevoli uffici di Roversi e di amici torinesi, giunse a Bologna con l’intesa, poi contraddetta, di rimanervi in comodato, la coccarda risonante  de Rolandis , antesignana del Tricolore ufficializzato a Reggio Emilia. Coccarda confezionata ed indossata    dagli studenti Giambattista de Rolandis e Luigi Zamboni, nel primo moto risorgimentale estinto da torture e sulla    forca. Dalla tragedia al Gaudeamus, che nella trascrizione . musicale di Liszt, riempì le pause del centralino telefonico; intonato nelle cerimonie accademiche e nelle conversazioni di storia studentesca aperte a tutti: studenti, cittadini, impiegati e docenti, svolte da professori di questa e altre Università, da rettori in carica e in fieri.

Successi recepiti nel luglio 1998, dal Comitato per Bologna 2000 Città europea della cultura, che approvò il progetto del museo redatto dall’ Archivio, assegnando contributi finanziari al cantiere comunitario scortato da Gian Paolo Brizzi, allora a Sassari, eletto nostro capitano a sua insaputa. Con lui e per l’amico Rettore Pier Ugo Calzolari, confezionammo nel 2003 l’ Alma Mater degli Studenti, libro giovane, originale, imitato da altre università, illustrato con fotografie di nostri studenti, aperto dalle pagine di Roberto Roversi, che aiuta   a comprendere e a volere “ per gli studenti, una Università migliore di quella che abbiamo ricevuto”.   A Brizzi,   vanno la mia, nostra gratitudine, con le riserve di cui dirò, per un lavoro   “lucido, rapido, di prima classe”. Il costituendo museo cercava casa: trovata al piano terreno di palazzo Paleotti, già sede dell’Orub, del Magistratus, e prima ancora del Guf. Gli studenti avrebbero recuperato memoria  storica e topografica. Poi Roversi cambiò idea, destinando il museo nel solaio ristrutturato di palazzo Poggi, in subdola, impari concorrenza con le meraviglie settecentesche del piano nobile. Battagliammo invano: sebbene il museo, giocondo prodigio, unico nell’universo mondo, inaugurato da Pier Ugo Calzolari nel marzo 2009, sia di   variopinta   attrattiva, la sede non persuade. Entriamo nell’ennesimo museo   universitario,  non nel centro e tesoro   dell’universo studentesco.

La creazione di un museo   è un fenomeno sociale e di qualsiasi fenomeno   vanno ricercate le cause occasionali per ricondurlo a comportamenti individuali che ne sono la causa. Brizzi, erede designato dal 1998, anno del mio pensionamento, della struttura e allestimento del museo, è l’artefice di quel fenomeno. Cordiale, bonario, portato a gesti generosi e spontanei, massimo esperto di collegi e sistemi educativi, ha trasferito nelle vetrine del museo, la solerzia scrupolosa della sua dotta professione. Ordinamento, assetti, gerarchie espositive, significati inscritti nella scelta dei reperti , disegnano un quadro storico-culturale coincidente con la bibliografia dello studioso; quadro convincente perché “ ben di rado avviene che le parole affermative e sicure di una persona autorevole… non tingano del loro colore la mente di chi le ascolta”. Osservando vetrine così ben congegnate, il visitatore compie un’esperienza estesa ad un perentorio giudizio d’insieme: persuaso che il mondo studentesco sia compreso e attingibile in quelle vetrine. Lo storico Brizzi conosce i rischi del mestiere: trasformare il passato in una gelida replica che lo eternizza privandolo della sua energia. Come diceva Raimondi, indimenticato maestro, ci sono  “musei che covano l’uovo senza rompere il guscio”; per romperlo ed infondere energia ad un luogo che resta fenomeno prodigioso e sapiente, l’archivista pensionato ricorre alla parodia, dicendo cose che in sé poco importano,    ma importano assai se lette come il segno di una disposizione  che vede nello studente, negli studenti, il principio e meta della storia universitaria. Gli studenti sono “il vero centro di ogni comunità universitaria e gli unici veri giudici di quanto accade dentro l’Ateneo”.

All’inizio del percorso, che chiede qualche correzione di tiro,  il visitatore non ingenuo, al corrente cioè di fatti e fasti universitari, è sconcertato dal documento federiciano che fissa  l’origine dello Studio nel 1115, e poi da due mazze, insegne del potere rettorale studentesco; nelle cerimonie le mazze sono tre, adagiate su buffo tavolinetto come il tre di bastoni della briscola. Per inciso: le tre mazze, imbracciate da bidelli, dovrebbero precedere i cortei, collocate poi in piedi su di un supporto davanti al tavolo rettorale. Documento e due mazze solinghe, provano che Brizzi sposa la goliardia al serioso compito del museografo. La data del 1088, origine dello Studio, nato con e per gli studenti, è consolidata dalla tradizione e da    saggi eruditi; celebrata da due centenari; pubblicata nei repertori che stabiliscono la data di nascita degli atenei con l’ordine di precedenza cerimoniale; proclamata nel 1988 con le firme della Magna Charta  e qui mi fermo, supponendo che la scelta del documento del 1115 risponda a giudizio ponderato, lesivo però di  presidio  istituzionale.  Bizzarra poi l’esclusione della terza mazza che, sebbene coeva, ha perso statuto studentesco solo perché, ritrovata guasta nel 1887, fu restaurata per le celebrazioni del 1888 inserendovi lo stemma sabaudo, della città di Bologna, il nome del Rettore, del ministro dell’Istruzione. Assistiamo  ad un curioso ripiegamento della realtà  storica. L’esclusione bastona un reperto carico di storia ulteriore, sormontato poi dalla statuetta dorata cinquecentesca di S.Girolamo con gli attributi,    libro e leone accucciato. Il patrono degli studiosi ed eruditi, licenziato  da museo universitario, troverà chi lo riporti a casa ?

Il museo, vispo e vivace, senza stravaganze né miracoli, documenta vicende scelte dallo storico che costringe l’identità studentesca nelle divise assegnate dall’istituzione; lavoro di utilità documentaria. L’identità degli studenti è però matrioska, agglomerato processo in divenire; nel museo, l’identità è subita, ricevuta, conferita. Lo storico adopera le forbici ed esclude dal percorso i reperti più vivi di quell’identità: genialità inventiva, letteraria, poetica; il processo creativo per cui negli anni della formazione, si diventa quello che vogliamo essere    negli anni maturi. Gli ardimenti della gioventù studiosa hanno determinato, condizionato l’evoluzione delle idee e del costume nelle lettere, arti, politica. Un esempio tra i mille: la formidabile burla di studenti livornesi che, nel luglio 1984, con le “teste” Modigliani affondate e ripescate nel Fosso Reale, divulgarono fallacia e sicumera di critici e storici dell’arte : “ Ho visto quelle teste, sono di Modigliani”, così il saputo Brandi nel Corriere della Sera del 12 agosto 1984, beffato con Argan, Ragghianti ed  altri soloni; da allora cauti nei vaticini. Lo statuto della disciplina è stato riformato dall’impresa studentesca che dovrebbe figurare nel museo insieme alle poesie di Campana, Pasolini, Roversi,    tutti studenti bolognesi; alle prime prove, disegni e caricature di de Pisis, Galantara, Pazienza; alle tesi di    Giacomo Matteotti, Bissolati, Bonomi, ed altri, poi letterati, filosofi, giornalisti, politici di fama; piluccati nel pantheon degli studenti. Nelle prime opere giovanili, c’è  il germe  dell’attività adulta. Tutte o quasi, le case editrici universitarie sono nate da studenti che, per mantenersi agli studi, stenografavano e litografavano le lezioni, poi dispense, vendute ai compagni abbienti. Il museo dovrebbe proclamare che gli studenti, indicatori dello stato di salute dell’università e “veri giudici di quanto accade dentro l’Ateneo”, sono industria che ringiovanisce, professionalizza, arricchisce  e non inquina; che senza di loro Bologna è cronicario; che gli studenti migliori sono devoti e disinteressati e che le cose del mondo cambiano con la devozione e disinteresse delle loro idee e desideri: “un giovane quando vede un problema pretende che venga risolto invece di rassegnarsi”, così Tony Judt in Guasto è il mondo. E poi, e poi, le idee sono vive finché corrono con la fresca euforia dell’ “ardore giovanile (che) è la maggior forza, l’apice, la perfezione della natura umana. Si consideri dunque la convenienza di quei sistemi politici nei quali l’ardore e la forza giovanile, non è punto considerata, ed è messa del tutto fuori dal calcolo”. Così Leopardi nello Zibaldone, 15 giugno 1821; il poeta, qui  filosofo della politica, prefigura  disoccupazione giovanile e  fuga dei cervelli.  Se al suo “sistema politico”, sostituiamo  “apparato museale”, si convenga che al museo manca l’ardore, solo suggerito dallo stupore visivo dell’allestimento, tributario di una concezione folklorica del mondo studentesco. Per figurare l’ardore, occorrono competenze letterarie, artistiche, economiche, di storia delle idee, filosofiche e politiche, scansate da un percorso che  esclude, con accademica pruderie, ogni accenno alla  “vista, favella, tatto e dopo i baci, il fatto”. E’ l’amore, “lieto disonore”, che meglio racconta vita, estro e fantasia degli studenti. Questo ed altro per un museo che voglia essere pensatoio esemplare, condiviso dagli studenti. Noterò infine, ma è principio, che un museo non mausoleo, non può immaginare il suo futuro separato dall’Archivio storico e biblioteca, allontanato dal contesto che l’ha generato. Giudizio fondato sulle conseguenze ed osservanza delle norme per gli archivi degli enti pubblici dichiarati di “particolare importanza”, dagli artt. 30-35 del dpr 30 settembre 1963, n° 1409 e dal decreto del Ministero per i beni culturali del 20 dicembre 1980, n° 3.9657 che istituiva l’ Archivio storico universitario bolognese, primo fra le università italiane, che ne hanno poi seguito l’esempio. Così congegnato, l’Archivio diretto da funzionario archivista dell’università, vivaio di memorie e repertorio culturale, aperto alla consultazione di ricercatori, permane struttura e servizio dell’amministrazione che vi ricorre per scopi e funzioni di autodocumentazione.  L’Archivio, mappa cognitiva, orienta  i rapporti con il contesto universitario; rispecchia, consolida e mette in scena la cultura dell’organizzazione con gli attrezzi  per prevedere il futuro inventandolo. Questo fino ad ieri.    Oggi l’Archivio storico  è accorpato alla Biblioteca universitaria, perdendo la propria, pertinente, esclusiva, fisionomia, nonché il pungolo ed incentivo, le  competenze, risorse e potenzialità, la vigilanza infine, dell’apparato tecnico-amministrativo di cui faceva parte. Imboccando una strada diversa da quella prescritta dalle norme istitutive, l’ Archivio ha perso      radici, nutrimento e fondatezza normativa,  barattandole con  “la gelida luce degli sguardi eruditi”. Come e perché è accaduto? Le nostre Università  hanno subito profondi cambiamenti; ogni nuovo ministro, e sono tanti!,  ha voluto legare il suo nome ad una qualche “riforma”, nella colpevole latitanza accademica. Il modello tradizionale, aggiornato da Paolo Prodi che raccomandava di non contrapporre l’università tradizionale a quella tecnologica, sopravvive solo nelle celebrazioni, felicemente sostituito da un modello sempre più legato al mondo  delle imprese e della tecnica, spinto fino agli assetti organizzativi. L’apparato amministrativo, leggibile nelle targhe degli uffici, si è trasformato; l’approccio normativo, notarile e burocratico, è transitato nel manageriale, imposto dall’esigenza di una più efficiente allocazione delle risorse: il direttore amministrativo è diventato    generale. In questo quadro la tradizione archivistica, che si fonda sulla disciplina normativa e sulla carta, investita e scardinata dalla rivoluzione informatica e tecnologie digitali, ha perso peso e valore, subendo la graduale erosione della sua legittimità; la materia archivistica si è fatta virtuale; congedata dalle novità imposte dal riordino del sistema universitario. L’archivio digitale sembra escludere il rapporto con il passato; a Bologna, per l’Università millenaria, valore intangibile. Cosa fatta capo ha? L’accorpamento dell’Archivio alla Biblioteca potrebbe rivelarsi improvvido. Butto giù alla rinfusa un po’ di cose che l’Archivio storico  faceva e che, ristretto a serbatoio di notizie, non sarà tenuto a fare; debilitato da un assetto che subordina, nei fatti, l’Archivio alla Biblioteca, deprimendo motivazioni ed aspettative di carriera di archivisti non bibliotecari. Premesso che in Archivio, presidio e repertorio istituzionale, c’è tutto e per tutte le materie, e che la sua idoneità è limitata solo dagli interessi e professionalità di chi lo interroga, l’Archivio somministra servizievoli contributi di conoscenza non solo storiografica. Faccio un elenco: espone le ragioni dell’istituzione; fa risparmiare denaro e parole resuscitando quelle antiche e recenti, serve a predire esiti ricorrendo ai precedenti, suggerisce e stabilisce collegamenti imprevisti, estrae soluzioni dalle carte, risolve problemi e conflitti, fornisce esempi di condotta –  copiando il 1888, rettori e cancellieri delle antiche università europee, convenuti a Bologna per il nono Centenario, furono ospiti di nobili casate  bolognesi con reciproco gaudio. In Archivio non ci sono solo documenti di fatti accaduti e perenti, bensì e soprattutto, opzioni ed opportunità rinviate o scartate che, in mutate condizioni e contesti, si rivelano provvidenziali e risolutive. L’Archivio guida, confuta e spiega; sostanzia, in ognuna delle sue carte, “identità e reputazione” dell’istituzione; in ultimo, è forza associativa che rappresenta fisicamente e sostiene la verità documentaria e la    peculiare autonomia universitaria. Svelo un segreto di bottega: l’archivista istruito che appartenga all’amministrazione, arriva svelto ed ubbidiente dove il catafratto accademico che accende timori e gelosie, fatica ad avvicinarsi. Opinione stagionata e partigiana. Basta percorrere i loggiati universitari ed entrare in qualche  ufficio ed istituto, per accorgersi che l’Università  ha dismesso la  boria stantia ed esitante; padroneggia la scena internazionale e ne scala le classifiche, è ringiovanita, cresciuta di statura e vuole crescere ancora: inventa ed incrementa settori di attività, identifica, cura e sviluppa i suoi obiettivi, valuta  efficienza, efficacia, valori e risultati attraverso questionari che attirano, misurano il consenso, perfezionandolo. Sbaglierò, ma mi piace pensare che la ventata intraprendente, sia attribuibile alla cultura volta al nuovo, pragmatica e d’impresa, dei Rettori ingegneri, Pier Ugo Calzolari, Francesco Ubertini, e giovani collaboratori.

Il nuovo convive  in sinergia con l’antico; sfoggiato dall’Università di Bologna, dove storia, primati e tradizioni, con il prestigio-risorsa che ne deriva, sono unici, incomparabili.

I dieci secoli dell’Università, strategica risorsa, vanno accuditi, sostanziati con gli obblighi quotidiani del servizio: “ le tradizioni, chi non le aiuta, da sé dicon sempre troppo poco”.  Le mie chiacchiere beneauguranti cercano di accendere la curiosità di manager universitari che hanno eletto a modello le università anglosassoni; manager  che adoperano analisi di settore, risorse e competenze come basi strategiche, che studiano vantaggi competitivi e fattori critici    del sistema universitario bolognese. Come si comportano quelle università con gli archivi?

L’ Harvard University dichiara: “ The Archives serves administrative needs as the official repository for noncurrent University records, and also serves as a resource for scolarly research” ed ancora : “ In the interest of both history and service, the Archives attempts to combine a scholarly concern for the past with the efficient management of  and the care for the University’s records”. Quelle Università riconoscono che “ the role of the University archives as an indispensable tool of the University” e vi riservano particolare attenzione perché “ the existence and effective functioning of an archive is the first place a prerequisite to sound management on all levels of the governance”. L’ Archivio è scrigno e scuola di cultura organizzativa.

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