Tino Sehgal e le performance che nascono e muoiono in un tempo e uno spazio definito

Perché a metà maggio un gruppo di persone decide di darsi appuntamento in Piazza Maggiore e per tre giorni corre, salta, avanza in cerchio e fa altre cose simili?

Questo articolo esce con ritardo rispetto all’evento che racconta. Potrei dire che la ragione è editoriale, perché la rivista su cui appare ha scadenze mensili. Forse avrei potuto chiedere che il mio pezzo uscisse prima, ma in verità penso che questo ritardo non sia un male e cercherò di spiegarne il perché. 

A differenza di quanto era accaduto nel 2021, Bologna quest’anno è riuscita a organizzare Arte Fiera. La cautela per la pandemia ha però imposto uno spostamento temporale, così la Fiera e gli eventi di Art City a essa collegati si sono svolti a maggio invece che a gennaio. L’evento principale è la performance dell’artista tedesco Tino Sehgal, prevista dal 13 al 15 maggio in Piazza Maggiore. 

Le performance di Sehgal, ‘Leone d’Oro’ alla Biennale di Venezia del 2013, sono sempre degli avvenimenti importanti, perciò decido di seguire la conferenza stampa di presentazione dell’intervento, pensata dal direttore del Mambo Lorenzo Balbi, come un dialogo tra lui e l’artista. La conferenza dovrebbe tenersi a Palazzo d’Accursio, ma all’ultimo c’è un cambio di programma: vengo avvisato via mail che per volere di Sehgal l’incontro si farà giù nel cortile del palazzo. 

Ci sediamo vicino a lui. Io tento disperatamente di capire qualcosa, ma non sento quasi nulla, il brusio uniforme di turisti e scolaresche mi fa guardare l’artista come a un pesce in un acquario. Mi innervosisco, mi rivolgo un po’ arrogante all’ufficio stampa, loro rispondono che sono dispiaciuti e che non hanno potuto farci niente. Cercano di rassicurarmi dicendo che mi manderanno la registrazione audio.

Sehgal è distratto, continua a guardare verso la luce abbagliante che da Piazza Maggiore entra nel cortile. Tra le poche domande che riesco a sentire ce n’è una che riguarda i modi di conservare le sue performance. Come si conserva un evento così estemporaneo? Lui gira un po’ intorno alla questione, poi dice che le sue performance non si conservano. La performance di Bologna, per esempio, prevede che si vada in piazza e si ascoltino le storie che gli interpreti raccontano alla gente; è una cosa di piazza, insomma, fa parte della sua cultura. In fondo, chiede lui, come si conserva la cultura di una piazza?

Come molte delle recenti performance di Sehgal, anche quella di Piazza Maggiore è caratterizzata da una coreografia che consiste in una serie di movimenti degli interpreti durante lo svolgimento dell’evento. Si tratta di movimenti giocosi e apparentemente casuali, intervallati da pause in cui ciascun singolo può avvicinarsi alle persone e raccontare una storia personale. Le storie sono state decise in precedenza con l’artista, ma si tratta sempre di storie vere che appartengono ai vissuti degli interpreti. 

Sehgal si alza, con un sorriso ci dice che secondo lui adesso sarebbe bello vedere l’inizio della performance. È il primo giorno di caldo torrido a Bologna, il ‘Crescentone’ è interamente al sole. Nessuno lo dichiara, ma la conferenza è conclusa, visto che i giornalisti e gli addetti ai lavori ormai si mescolano ai turisti e ad altra gente di passaggio. I performer cominciano a muoversi, camminano velocemente in modo strano sfiorandosi gli uni con gli altri. Passa un signore ben vestito, ruota un dito vicino alla tempia e dice che son matti. Un ragazzo mi affianca, mi saluta e si mette a parlare della sua timidezza e di quanto sia difficile per lui conviverci. Poi mi racconta di quella volta che a diciassette anni ha rivisto suo padre, dopo tantissimo tempo. Il padre, dice, era contento di averlo incontrato, ma capiva che non si conoscevano affatto e gli aveva detto una frase che ricorda ancora oggi: “Siamo due rospi che si guardano da due stagni diversi”.

Nel frattempo le altre persone impegnate nella performance avevano iniziato a girare intorno a noi facendo il verso delle api. Di lì a poco si sarebbero messi tutti in riga di fronte a Palazzo d’Accursio e avrebbero corso a perdifiato fino al Palazzo dei Banchi. E così via, a produrre dalla mattina al tramonto azioni del genere per i tre giorni dell’evento.

Mentre lascio Piazza Maggiore mi torna in mente qualche spezzone della conferenza stampa, in particolare il fatto che i performer non debbano distinguersi dal resto della gente e che la piazza serva a eliminare ogni diaframma tra la vita comune e la performance artistica, in genere chiusa nei riti un po’ iniziatici dei musei. L’intento è di cogliere il pubblico di sorpresa, ma sono convinto che l’opera di Sehgal funzioni benissimo anche quando se ne conoscano in anticipo le modalità (cosa frequente, vista l’odierna velocità delle informazioni); con me ha funzionato. 

Le ‘situazioni costruite’ di Sehgal, così le chiama, si rifanno al mondo medievale dei cosiddetti tableaux vivants e di quel tempo recuperano certi modi di interazione della collettività. Nel mondo iperconnesso di oggi affidiamo molte storie ai social, ma non capita spesso di trovarci di fronte all’imprevedibilità di una storia raccontata attraverso il corpo. La realtà di una piazza è ‘aumentata’ dai nostri gps, dai messaggi che ci scambiamo in chat mentre la attraversiamo, dalle foto che pubblichiamo. Però il senso di prossimità o lontananza che esprime un corpo, l’impazienza o la calma di un gesto, il guardarsi negli occhi, tutta la vita che scorre fluida in mezzo a una piazza, sono cose che non riusciremo a trasferire per intero nei nostri contenuti digitali.

Le performance di Sehgal, insomma, sono tra le esperienze che riescono ancora a nascere e morire nel tempo e nello spazio che si decide di dar loro, senza registrazioni che le prolunghino. Per questo credo che un articolo come il mio non serva a introdurle o a spiegarle quanto, al più, a parlarne tra noi quando siano finite e a guardare la gente e le piazze come i raccoglitori di storie che continuano a essere. 

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