Ugo La Pietra alla Galleria Astuni
Fino al 14 febbraio alla Galleria Enrico Astuni è possibile visitare ‘La mia territorialità‘, mostra personale di Ugo La Pietra a cura di Marco Scotini. Attraverso circa 70 opere tra acrilici, ceramiche, metacrilati, installazioni e film d’artista, la mostra ripercorre la ricerca artistica e teorico-progettuale dell’artista, che ama definirsi “ricercatore nelle arti visive” e che attraversa un lungo arco temporale, dal 1966 ad oggi.
«All’inizio degli anni Sessanta – racconta La Pietra – dipingevo quadri e rapide scritture che, distese sulle tele, formavano paesaggi fantastici. Ancora oggi traccio i miei segni alla ricerca di una “mia territorialità”, sempre più residua, in cui coltivare i miei desideri… Tracce che vanno scomparendo, souvenir di esperienze passate, pagine di un diario di esploratore delle periferie urbane, di territori e paesaggi coltivati pazientemente in un vaso». Abruzzese di nascita e milanese d’adozione, La Pietra è sempre stata una figura eclettica e difficilmente inquadrabile, i cui interessi spaziano dalle arti visive e performative al design radicale, dall’editoria alla didattica e, naturalmente, all’architettura, ma sempre attorno alla definizione del rapporto tra individuo e ambiente.
Abitare – ci dice continuamente La Pietra nei suoi video – è essere ovunque a casa propria, ma che cosa significa questa frase? Intanto che sicuramente il rapporto fra individuo e ambiente non è un semplice passare dal pubblico al privato o viceversa. Quando interveniamo nello spazio c’è sempre una sorta di profanazione ma è proprio in questa profanazione che restituiamo allo spazio pubblico il senso dell’abitare.
Le sue proposte di uso alternativo degli spazi della quotidianità rappresentano una fonte inesauribile di ispirazione per le nuove generazioni di creativi. «Fare ricerca per me – raccontava nel 2017 in un’intervista su Artribune – vuol dire lavorare secondo un’attitudine antropologica, porre attenzione ai comportamenti delle persone e alle loro relazioni con l’ambiente e lo spazio. L’elemento che caratterizza il mio lavoro è soprattutto la direzione della ricerca: solitamente il percorso di un artista nasce dall’interno, il mio invece parte dall’esterno».

Ugo La Pietra muove una contestazione radicale che più che a trasformare lo spazio fisico vuole ridefinirne le modalità d’uso e reimmaginare le pratiche quotidiane con cui ci muoviamo in esso. È da questo ribaltamento che parte la “territorialità” di La Pietra, un punto di osservazione lucido teso a comprendere il rapporto tra la nostra esperienza e lo spazio abitabile, le immagini e i segni presenti. Scriveva Italo Calvino nel 1986 «una descrizione di paesaggio, essendo carica di temporalità, è sempre racconto: c’è un io in movimento, e ogni elemento del paesaggio è carico di una sua temporalità cioè della possibilità d’ essere descritto in un altro momento presente o futuro» e questo racconto in La Pietra diventa più che mai un’opera aperta. La condizione della transitorietà nella fissità del segno – che ricorre in ogni progetto presente nel percorso espositivo – ci rende evidente che la visione di un oggetto non è mai la stessa e soprattutto non è possibile definirla e descriverla in modo univoco.

Il suo modello operativo non appartiene immediatamente al mondo dell’arte ma è piuttosto una ricerca sociale: spesso, senza la pretesa di fare delle opere d’arte, La Pietra le ha viste diventate tali solo in seguito, in fondo anche l’indagine su un comportamento, un individuo o un gruppo sociale possono assumere una dimensione estetica, come le vicende dell’arte ci insegnano da alcuni decenni.
Nel percorso della mostra si succedono modelli ambientali contingenti, sempre relazionali, molto spesso – ma questa è una caratteristica di Ugo La Pietra – estremamente divertenti.
«Abitare vuol dire dare significato, espandere la propria personalità; è in questo senso che ho sviluppato negli anni ambienti, oggetti, segni: per fornire strumenti utili alla riappropriazione dell’ambiente pubblico sia dal punto di vista mentale che fisico», ci racconta. È così, ad esempio, in Attrezzature urbane per la collettività (1979) in cui i dissuasori spartitraffico diventano dei salotti urbani con cui vivere in un modo alternativo il marciapiede, la piazza, la strada, ma anche nel recente lavoro Il paesaggio (2024) con il suo richiamo alle attualissime catastrofi ambientali.

Il punto di partenza è la ricerca, iniziata nel 1967, che La Pietra chiama “Sistema disequilibrante”. Si tratta di una vera e propria teoria e metodo d’analisi dei segni e delle strutture che accompagnano la vita quotidiana. Il punto di arrivo? Pensiamoci. Del resto per Ugo La Pietra il compito del creativo è aiutare le persone a riattivare un rapporto con l’ambiente in cui vive.
Immagine di copertina: La mia territorialità, Installation view, Ph Sara Cosimini


