Ultimi giorni per visitare la mostra “Monsieur Giuseppe Raimondi tra Bologna e la Francia”
La biblioteca comunale dell’Archiginnasio di Bologna (Piazza Galvani, 1), ospita una mostra su Giuseppe Raimondi, autore che cento anni fa univa ‘idealmente’, Bologna e Parigi, senza muoversi dalla fumisteria di famiglia in piazza Santo Stefano.
Fumisteria è un termine tecnico che oggi identifica tutte le componenti delle canne fumarie, ma un tempo coincideva con il negozio in cui si realizzavano le stufe. Per Giuseppe Raimondi (Bologna, 1898 – 1985) la fumisteria era la bottega di famiglia in piazza Santo Stefano, dove lavorava egli stesso e dove passava le pause a leggere, sognando di poter partecipare alla vita culturale parigina degli anni Dieci del Novecento.
Questa, per ipotesi, potrebbe essere la scena di apertura di una storia che la mostra Monsieur Giuseppe Raimondi tra Bologna e la Francia, curata da Marco Antonio Bazzocchi e Filippo Milani e in chiusura il prossimo 5 febbraio, ci fa percorrere, attraverso una serie di documenti di grandissimo interesse, solitamente conservati alla biblioteca ‘Ezio Raimondi’. Proprio Filippo Milani, ricercatore presso il Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica, mi racconta, seduti a un bar, che la mostra recupera l’omaggio dedicato a Raimondi nel 1977, con un’esposizione in cui fu lui stesso a selezionare disegni, lettere e fotografie da una mole sterminata di materiale organizzato in quattordici album, ciascuno dei quali dedicato a un corrispondente. «Come curatori – afferma Milani –abbiamo pensato che fosse bene partire da questa prima scrematura, scoprendo però che gli album non conservavano sempre materiale originale. Dell’album Morandi, per esempio, non c’era più nulla».

Molti disegni, incisioni e altre testimonianze visive che componevano il ricco tessuto di rapporti tra Raimondi e gli artisti a cavallo di Italia e Francia sono andati perduti. È stato inoltre necessario un restauro assai delicato di tutti gli album, peraltro interrotto dalla pandemia, prima di poterne apprezzare i contenuti e scegliere ciò che poteva essere esposto. Quel che emerge subito dalle bacheche che compongono la mostra, a parte i nomi di straordinario rilievo dei protagonisti dei carteggi (da Apollinaire a Valery, da Cendrars a Carrà, Ungaretti, Longanesi, De Pisis) è lo stupore di un fatto anagrafico: come faceva un ragazzo poco più che adolescente a intrattenere rapporti così stretti con il meglio della cultura di allora. E per di più a distanza? Milani risponde che Raimondi aveva imparato il francese da autodidatta e si era lanciato in un tentativo, chiedendo ad Apollinaire uno scritto per una ‘rivistina’, come la chiama Raimondi stesso. Da quel momento la fumisteria di piazza Santo Stefano diventa una specie di emittente, per via epistolare, dei più cruciali movimenti artistici e letterari tra gli anni Dieci e gli anni Trenta, tra Futurismo, Dadaismo, Metafisica e ritorni all’ordine. Questo accadde certo per una reazione a catena, che da Apollinaire portò a Reverdy, o forse fu il contrario, nemmeno Raimondi la ricorda, e poi da loro a molti altri; ma fu anche per la maturità e anche per la visione acuta del ragazzo bolognese, che scelse tra i suoi primi contatti un organizzatore culturale infallibile come Apollinaire. Si trattò, in pratica, di una ‘rete’ prima della rete, con Raimondi a tirare le fila di questo avvincente network su carta che fece di Bologna un centro invisibile, eppur presente, della cultura europea.

«E la cosa straordinaria – precisa Milani – è che lo faceva durante la prima guerra mondiale, scambiandosi lettere da un fronte all’altro, preparando già da allora l’uscita dalla guerra», ossia il momento in cui la cultura sarebbe di nuovo tornata protagonista delle sorti umane. Mentre Milani parla, cerco di ripetermi i modi e i toni delle interazioni di Raimondi, almeno per come emergono dalle bacheche della mostra, e mi accorgo di ricordarmi soprattutto le lettere degli altri. Perché in effetti è così che Bazzocchi e Milani hanno pensato Monsieur Raimondi, come un’ideale carrellata che riportasse le voci e i volti dei personaggi con cui Raimondi intavolava collaborazioni e amicizie, facendo in modo che di lui, da Bologna, si intuissero i consigli, i suggerimenti e le richieste di aggiornamenti, da leggersi nelle risposte dei suoi interlocutori. Emerge così, forse, persino con maggiore forza, l’acume critico di Raimondi, riportando per esempio la lettera con cui Paul Valery lo ringraziava di aver colto la lentezza del suo verso poetico. Ma si colgono anche dettagli meno ufficiali di questo grande affresco, come lo stesso Valery che si scusa di scrivere male (peraltro in perfetto italiano) perché gli hanno da poco amputato la mano, eppure ha comunque una bella grafia. O come Apollinaire che ricorda gli anni della sua infanzia in Italia e il suo terrore dei pagliacci. Oppure i disegni ironici di Longanesi, che vedeva l’avventura del periodico L’Italiano come una gita in barca di lui, Raimondi e di un altissimo Morandi, quasi come in una curiosa riedizione di Tre uomini in barca di Jerome K. Jerome.
Non mancano molti giorni alla chiusura della mostra. È gratuita e vale una visita, sebbene si possa e si potrà recuperare anche in una versione virtuale online sul sito del Dipartimento di Filologia collegandosi a questo link.

*In copertina Cartolina illustrata inviata da Parigi, senza data, con saluti di De Chirico e firme autografe di De Pisis, Carpentier, Utrillo, Stravinskij, Picasso, Bobermann, Chiltian, Sacha e Derain, © Biblioteca umanistica ‘Ezio Raimondi’ – Università di Bologna

