Ultracycling, la sfida di Luca Quattrocchi dal Trentino al Polo Nord

di Michele Mastandrea

 

Da Rovereto, in Trentino Alto Adige, alle aurore boreali di Capo Nord e del Circolo Polare Artico. È il percorso dell’edizione 2021 della ‘North Cape 4000‘, competizione di ultracycling, disciplina parte della grande famiglia del ciclismo e consistente nel gareggiare su lunghe distanze, spesso in condizioni estreme. La sfida prevede di coprire in bicicletta 4000 chilometri in un massimo di 22 giorni, attraversando l’Europa sull’asse sud-nord, passando Italia, Slovenia, Croazia, Ungheria, Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia e Norvegia. Molto più di una semplice prestazione sportiva, piuttosto un viaggio, con e contro sé stessi. Luca Quattrocchi, nato a Ivrea ma bolognese d’adozione, parteciperà all’edizione di quest’anno – al via il prossimo sabato 24 luglio – anche grazie al supporto di CUBO. Lo abbiamo intervistato, per capire come si sta preparando alla partenza e cosa significa partecipare a una simile impresa.

Luca, cosa significa per te partecipare d una sfida come questa?

Ho sempre avuto la passione per i viaggi... ma anche quella per la bici! Avendo giocato a calcio durante tutta l’adolescenza nelle giovanili della squadra del mio paese, l’Ivrea, avevo però poco tempo per coltivare questi miei hobby, li mettevo in secondo piano. Quando mi sono trasferito a Bologna per studiare, il livello a cui potevo giocare a calcio era molto più basso rispetto a quello di Ivrea, dove la prima squadra giocava in Lega Pro. Mi divertivo molto di meno e quindi a una certa ho deciso di smettere di giocare a calcio e di farne una professione, dedicandomi a insegnarlo, e liberando così tanto tempo per la bici. Ho iniziato a fare i primi viaggi nel 2019 e 2020, andando da Ivrea, dove sono nato, a Catania, di dove è originaria la mia famiglia. Così ho scoperto il ciclo-viaggio.

 

 

Quest’anno, però, alzi leggermente l’asticella…

Appena sono venuto a conoscenza di questa gara che portava fino a Capo Nord, non ci ho pensato un attimo e mi sono iscritto! Mi ha convinto, tra le tante cose, il fatto di passare dalla Lituania, dove ho vissuto in Erasmus. Ci ho lasciato un pezzo di cuore. L’idea di ripassare di lì, anche per salutare vecchi amici, mi ha fatto emozionare e decidere di fare questo viaggio. Ovviamente poi c’è anche il tema della competizione, sarà la mia prima gara di ultracycling. Non parto ovviamente per vincere, ma mi piaceva l’idea di aggiungere un pizzico di agonismo all’avventura del viaggio.

 

Ma da dove deriva la tua passione per la bici?

Mi è stata trasmessa da mio padre, grande amante della bici, ma soprattutto da mio nonno, romagnolo e fan di Marco Pantani. Lo ricordo incollato alla tv nel 1998, quando il Pirata vinse tutto, il Giro, il Tour. Non c’è voluto molto per contagiare anche a me. Già a 5 anni facevo i disegni di Pantani e di Cipollini che vincevano gare, tappe, giri.

 

Ci sono altre competizioni di ultracycling a cui ti interessa in futuro partecipare?

La grande classica, il sogno di tutti gli ultracyclist, è la “Race Across America”, che parte dal Pacifico e finisce all’Atlantico, forse la gara più difficile al mondo. Questa è la grande gara, ci sono moltissime altre competizioni in Europa e nel mondo, ma la “Race Across America” è senza dubbio la più suggestiva, una sorta di Tour De France dell’ultracycling.

 

Molti dicono che la bellezza del viaggiare in bici è la relativa lentezza. Tu invece stai partendo per una sfida all’insegna della velocità.

Un ultracyclist deve sapersi gestire. In realtà bisogna andare piano, stando tanto in bici per più tempo. Senza forzare, senza rischiare di “scoppiare”. È vero che è una gara ma bisogna regolarsi. È una difficoltà in più, serve conoscere sé stessi, il proprio corpo. Essendoci un tempo limite non si può prenderla con calma, ma ripeto non è un fatto di velocità quanto di durata in sella. È un ritmo lento prolungato. Poi c’è anche un fatto di sfida personale. L’ultracycling consiste nello stare in bici il più possibile, e si può svolgere sia “supportato”, dunque con una macchina dietro che ti passa ciò che ti serve sul momento, sia “non supportato” quindi completamente autogestito. Questa gara non è supportata, quindi partirò con il necessario e poi me la dovrò sbrogliare io. Ovviamente si parla di grandi distanze e di tantissime ore in sella, in questo caso si parla di 4000 km in 22 giorni.

 

Non ci sono tappe dunque?

Esatto. C’è un luogo di partenza e un luogo di arrivo, con l’organizzazione che ti manda una traccia di percorso da seguire. Si possono fare 300km in un giorno e zero il giorno dopo. Ci sono cinque checkpoint da cui passare e farsi registrare, poi il resto sta all’atleta. Si può pedalare 48 ore di fila, e poi il giorno dopo dormire 20 ore. Non è come il Giro d’Italia con tappe uguali per tutti, uno parte e poi si muove e si ferma come vuole. La bravura dell’atleta diventa chiaramente anche gestire il sonno, capire come e dove dormire.

 

Cosa ti porterai dietro al momento della partenza?

Partirò con l’attrezzatura estiva, però nelle borse che mi porterò dietro, fatte apposta per attaccarsi al telaio della bici, cosiddette “da bike-packing”, avrò vestiti tecnici invernali sponsorizzati proprio da CUBO, che tengo a ringraziare in particolare insieme al professor Stefano Ferroni, il quale quando ha scoperto la mia futura avventura ha subito creduto in me, insieme all’altro mio sponsor, l’azienda Tiesse di Ivrea. Poi ovviamente porterò vestiti invernali anti-pioggia, che prenderanno la maggior parte dello spazio, qualche ricambio di biancheria intima, guanti, un asciugamano, un sacco a pelo, un materassino su cui riposare qualche ora in posti di fortuna, un paio di ciabatte, una t-shirt. Bisogna essere più leggeri possibile, lo spazio è limitato. Ovviamente poi ogni giorno c’è da far scorta di cibo da portarsi dietro, di panini, di barrette, di banane…perché non si smette mai di mangiare anche durante la pedalata, visto il consumo calorico che comporta uno sforzo del genere. Dato che non c’è tempo per sedersi al ristorante, ogni fine tappa si fa la spesa per il giorno dopo.

 

Hai già in mente come “raccontare” il tuo viaggio?

I miei viaggi passati li ho raccontati con dei video su YouTube, caricati sul canale “La Velostoria siamo noi”. Questa nuova avventura la descriverò a partire dalla mia GoPro, vedremo poi in fase di produzione come organizzare il racconto, sicuramente riprenderò il più possibile! Inoltre, sto realizzando dei video che riguardano il pre-gara, spiegando come ho preparato la bici dal punto di vista tecnico- meccanico, ma anche come mi sono allenato.

 

E come ci si allena per uno sforzo così duro?

In realtà, in allenamento è difficile simulare lo sforzo a cui si va incontro nel momento in cui si partecipa a una competizione come questa. Quello che ho fatto io è andare in bici senza domandarmi il percorso da fare, uscire e tornare a un’ora non definita, improvvisata, senza lamentarmi di pioggia, vento, neve. Andare in giro e provare a starci il più possibile, in ogni condizione climatica, su ogni terreno (salite, sterrati…). È una sfida mentale e di adattamento, e come tale va preparata. Ovviamente un discorso importante è quello sulla resistenza al freddo, visto che si arriva così a Nord. Importante è anche cercare di non arrivare stanchi all’avvio, sennò si perde in partenza.

 

Hai idea anche di giornalisti, o scrittori, a cui ispirarti nel racconto di queste imprese ciclistiche?

Proprio un anno fa ci lasciava Gianni Mura, che intorno al ciclismo ha scritto pagine meravigliose. Da appassionato di ciclismo ho letto tante cose sue. La sua è stata una scomparsa che non ha fatto per nulla bene a questo mondo.

 

Quali saranno le tappe che ti affascinano di più di questo viaggio?

Quest’anno si partirà da Rovereto per poi andare verso la Slovenia, e in seguito puntare verso il lago Balaton in Ungheria. Poi si fa tutta la Polonia e da lì si va verso i paesi baltici. Gli organizzatori hanno deciso di far svolgere la gara per strade e luoghi non troppo trafficati, per evitare problemi logistici. Di grandi e belle città ci saranno Budapest, Cracovia, Tallinn. Da quest’ultima ci si imbarcherà con l’unico traghetto della gara, quello diretto ad Helsinki, dalla quale si andrà verso nord, passando per Rovaniemi, la città nota per ospitare la “casa di Babbo Natale” in Lapponia, dove c’è uno dei checkpoint. Ultimo punto è l’arrivo, Capo Nord, che si raggiunge attraverso due gallerie. Sarà una bella emozione arrivarci.

 

Proprio rispetto a Rovaniemi hai anche in ballo un progetto di solidarietà.

Sì, mi sto organizzando insieme ad Ageop, Associazione Genitori Ematologia Oncologia Pediatrica, per portare letterine o richieste a Babbo Natale da parte di bambini con patologie oncologiche. Vorrei regalare qualche sorriso in questo modo a gente più sfortunata, stiamo costruendo insieme una raccolta fondi, i cui dettagli si potranno trovare a breve sulla mia pagina Instagram. Credo che sia giusto sfruttare questa occasione anche per dare una mano. Le lettere non pesano tanto, me le posso portare dietro senza problemi!

 

 

Tu sei un bolognese d’adozione. Cosa ti piace in particolare della città?

Io mi sono laureato in Scienze e Tecnologie Alimentari, devo dire che dopo dieci anni che sono qui sento la città praticamente come casa mia. Amo soprattutto la gente. Sia gli ‘autoctoni’, che sono molto calorosi, sia chi arriva da fuori. Apprezzo molto questa eterogeneità di persone, dovuta ovviamente all’università, che ti permette di essere a contatto costantemente con persone da tutta Italia. Poi chiaramente mi piace moltissimo il centro, quando smetto di lavorare e vado verso casa, in Bolognina, passo sempre in bici per le vie principali e mi emoziono tutte le volte. Su Bologna va detto che ho anche trovato un lavoro che mi piace moltissimo, quello di allenatore di bambini alla scuola calcio della Ghepard. Un lavoro che non cambierei per nulla al mondo, ormai ci sono davvero affezionato.

 

 

E dell’università?

Mi è piaciuto molto il fatto di essere fuori. Io studiavo a Ozzano, e questo mi ha permesso di allargare anche la mia conoscenza della città oltre le zone più battute dagli studenti. Ho apprezzato molto anche i miei docenti, sono stati davvero anni molto positivi per me.

 

Per chiudere, ci dici i tuoi percorsi preferiti da fare in bicicletta, i tracciati bolognesi che ami di più?

Quando mi alleno di solito frequento i Colli, dal più classico San Luca mi spingo nell’Appennino tosco-emiliano, fino a Monghidoro, o Loiano. Ovviamente per un ciclista la nostra zona è un paradiso dato che dal centro di Bologna hai percorsi bellissimi a pochi minuti. Appena uscito dal centro hai a disposizione cento e passa chilometri di natura. Mi piace variare percorsi il più possibile per non annoiarmi, la strada più battuta è quella che passa per Quinzano, Loiano e Monghidoro, la tratta classica del ciclista bolognese. Anche se ci sono davvero infinite possibilità.

 

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