Un ‘provocante’ Don Giovanni diretto da Martijn Dendievel sfida le leggi del teatro classico

Lo scorso 29 maggio il Teatro Comunale di Bologna ha proposto la rivisitazione del Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart in una chiave nuova e moderna. Diretto dal giovane maestro Martijn Dendievel lo spettacolo ha sfidato, con la sua provocante messinscena, le leggi del teatro classico.

Opera dal rinomato tono frizzante, il dramma giocoso del Don Giovanni è sempre stato un pezzo di repertorio dei maggiori teatri europei. Accolto positivamente durante la sua prima rappresentazione presso lo Ständetheater di Praga nel 1787, ebbe però a doversi confrontare con il pubblico conservatore del Burgtheater di Vienna, il quale non consegnò all’opera il lauro d’un pieno successo a causa della messinscena della morte di un personaggio nobile quale è il protagonista. Temettero che potesse indurre a rivolte popolari, al punto che lo stesso imperatore Giuseppe II disse: «Il Don Giovanni non è pane per i denti dei miei viennesi». Un debutto dualistico quindi, per un’opera che nei successivi secoli ha ispirato numerose rappresentazioni, non di meno quella proposta dal Comunale, della quale non è certo passata inosservata la tendenza modernista. Infatti, la scelta di proporre una versione così innovativa dello spettacolo mozartiano potrebbe aver fatto storcere il naso ai più conservatori cultisti del regietheater, come potrebbe aver soddisfatto le aspettative di un pubblico bolognese abituato alle scelte costumistiche, sceniche e rappresentative per le opere destinate al palco del Teatro Comunale Nouveau.

 

però una analisi quanto più possibile critica della serata è bene cominciare guardando verso Martijn Dendievel. Un giovanissimo maestro, classe 1995, vincitore del premio internazionale per giovani direttori “Deutscher Dirigentenpreis” nel 2021, che si è posto alle redini dell’orchestra del Teatro Comunale per condurre tutti e cinque gli appuntamenti previsti per la stagione. Iniziando con decisione ha posto subitamente un accento di fragore alla direzione musicale dell’overture tenendo saldamente in pugno gli strumentisti e riportando in vita un’aura settecentesca dal tono aristocratico ed allegro. Una magistrale esecuzione de ‘’il dissoluto puntino’’, nona scena del primo atto, meglio noto come ‘’Là ci darem la mano”, ha prodotto una sentita ovazione duratura da parte del pubblico tutto. In opposizione al successo del primo atto, durante il secondo alcune scene sono state musicate non dalla direzione del maestro dell’orchestra del comunale, bensì da registrazioni riprodotte dalle casse audio del teatro. Una scelta senz’altro frutto dell’intesa fra pulsioni moderne e classiche, ma che ha disteso un velo di incertezza su alcuni momenti della seconda parte della serata. 

 

Puntando invece l’occhio dell’osservazione in direzione dei cantanti non si possono che tessere buone lodi al loro merito artistico. A partire da un Don Giovanni cupo e dissoluto interpretato dalla voce baritonale di Vincenzo Nizzardo, continuando con la splendida soprano Valentina Varriale che più di tutti ha stupito per la delicatezza e la tecnicità naturale con la quale ha cantato nei panni di Donna Anna e terminando con quel personaggio regolatore dell’opera, il Commendatore che divien fantasma, interpretato da un perfetto basso profondo come è stato Abramo Rosalen, non possiamo che dirci soddisfatti della loro performance. Inoltre abbiamo avuto modo di scoprire che per la prima volta (con ‘prima volta’ riferiamo la prima serata in cui i nomi citati sono stati proposti come cantanti, ruolo mantenuto nelle serate successive del 30 e 31 di maggio, ndr) durante la serata del 29 maggio, a cui noi della rivista Cubo abbiamo partecipato, ha fatto il suo debutto nei panni di Zerlina la cantante soprano Letizia Bertoli, ex partecipante dello show televisivo “Amici di Maria de Filippi” (Canale 5, ndr) nella sua versione del 2020, portando sul palcoscenico una giovanile versione del personaggio mozartiano.

 

Tutti i cantanti sopra citati e quelli che hanno interpretato i ruoli di Donna Elvira (Alessia Merepeza), Don Ottavio (Annibal Mancini), Leporello (Francesco Leone) e Masetto (Nicolò Bellocci) hanno vestito i panni di personaggi rinnovati durante la messinscena. Non certo rinnovati nelle partiture del canto, bensì nell’aspetto e nell’espressività. Di fatto questa versione del Don Giovanni è stata il risultato di una serie di scelte sceniche nettamente modernizzanti. Cominciando dall’aspetto costumistico, ciascun personaggio era abbigliato secondo criteri a sestanti rispetto agli altri, alcuni accoppiati per stile e relazione sentimentale interna all’opera e le comparse secondo un criterio di excursus storico-modistico. Abiti tipici del periodo medio ottocentesco hanno vestito i personaggi di Don Ottavio e Donna Anna, la coppia più tradizionale fra quelle dell’opera. Un vestitino bianco, associabile per canone estetico a quello della famosa fotografia di George Zimbel che ritrae Marilyn Monroe, agghindava Zerlina ed invece il suo compagno Masetto, come i suoi amici in scena, erano vestiti con un paio di sneakers bianche ed un abito rosa composto di blazer con camicia bianca e pantaloni attillati. Una redingote nera ed un insolito cappello a cilindro vestivano Don Giovanni, mentre il suo Leporello portava giacca e pantaloni con una bombetta come fosse un operaio di inizio 1900. Il personaggio che più si avvicinava agli standard dell’epoca originaria dell’opera mozartiana era Donna Elvira, cinta da merletti in ogni angolo del lungo vestito argenteo e coronata dalla tipica parrucca candida che era uso portare a corte. Il Commendatore, che per una sola scena iniziale porta sul palco la foggia del preciso gusto estetico della costumista Stefania Scaraggi, era vestito dei colori militari austriaci, il bianco e l’azzurro celeste della divisa da ufficiale. Infine le comparse, che saettavano allegre da una parte all’altra del palco simulando momenti di festa per il matrimonio di Zerlina e Masetto, o di danza sfrenata durante la soirée mascherata a casa di Don Giovanni erano vestiti in quest’ultima secondo le tipicità modistiche di tutti e tre i secoli che vanno dal 1700 al 1900.

Chiudendo l’articolo con una breve parte sulla composizione degli oggetti di scena è bene spezzare una lancia in favore. L’ampiezza e la profondità del palco del Teatro Comunale Nouveau offrono numerose soluzioni agli scenografi per operare su di esso con profitto ed, in vero, il perfetto sfruttamento di questa tridimensionalità ha consegnato la composizione scenica ad un buon risultato. Le scene che si svolgevano in ambiente cittadino erano cesellate entro una serie di mura, nicchie e portoni tipicamente all’italiana, versati sul palco nelle tinte del bianco e sfruttati, ad esempio durante l’elencazione delle amanti di Don Giovanni cantata da Leporello, per proiettare immagini di donne in movimento. Una scelta scenica discutibile quest’ultima in quanto le sequenze proiettate apparivano a tratti sgranate e troppo simili fra loro. Le scene che portavano i protagonisti dentro ambienti casalinghi erano a loro volta dettagliate, anche soltanto nella scelta dei tipici portoni delle case antiche: stretti, alti ed a doppia anta. Infine lo sfruttamento della volumetria del palco ha prodotto un risultato subito apprezzabile dall’inizio dell’opera, ricostruendo fra i sipari frontali del un piccolo teatrino di marionette entro cui comparivano i personaggi citati dagli attori in scena, un perfetto richiamo dei modelli a teatrino che venivano utilizzati all’epoca di Mozart con fine satirico sui palcoscenici dei teatri domestici.

 

In conclusione è possibile affermare che questo Don Giovanni. rappresentato presso al Teatro Comunale Nouveau della città di Bologna, ha riscontrato un buon risultato applicando modifiche moderne ad un’opera attempata ma non certo poco contemporanea. Nonostante le critiche minori che sono state mosse in questo articolo l’opera nel complesso è stata decisamente apprezzata, proponendo intermezzi divertenti ad andamenti tragici, un cast variegato di veterani del palco e giovanissimi in grado di portare classicità ed innovazione nell’espressività dei singoli personaggi ed infine un direttore brillante e deciso che ha condotto orchestra e pubblico dall’overture sino alla chiusa morale:

«Questo è il fin di chi fa mal:

E de’ perfidi la morte

Alla vita è sempre ugual*».

 

*Finale del Don Giovanni. 

Le foto sono state scattate dall’autore dell’articolo 

Foto copertina; locandina Don Giovanni 

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