Una Bohème Contemporanea

Nell’ultima settimana dello scorso novembre è stata rappresentata presso la sede Nouveau del Teatro Comunale di Bologna, la penultima opera in programma per questo 2025, la Bohème di Giacomo Puccini, opera in quattro quadri. La serata di giovedì 27 cui si riferisce questo articolo ha visto la verde platea del teatro gremita di studenti, incentivati dall’iniziativa Opera Student (che riduce a 10€ il prezzo del biglietto per gli iscritti all’Università di Bologna, all’Accademia di Belle Arti di Bologna e al Conservatorio di Musica Giovan Battista Martini) ideata per avvicinare le giovani menti all’opera classica.

Volendo presentare il contesto di quest’opera pucciniana, non si può tacere della sfida che vide l’autore impegnato contro Leoncavallo per lo studio e la realizzazione di un adattamento operistico del romanzo di Henri Murger, Scènes de la vie de bohème. Fra i due sfidanti coinvolti in questa tenzone culturale ne uscì vittorioso Puccini, il cui lavoro lo impegnò per tre anni dal lancio della sfida nel 1893, lasciando la versione del Leoncavallo adombrata dal successo di quella pucciniana, che venne realizzata col titolo Bohème nel 1896 presso il Regio Teatro di Torino.

Tornando allo scorso novembre, riferendo dell’ulteriore adattamento studiato dal regista Graham Vick, si nota al quadro primo tutto il fascino bohémien reso più contemporaneo: la povertà degli allestimenti, i muri cinti dalla carta da parati sgualcita, elettrodomestici datati sparsi per il palcoscenico, mobilio consumato e poster degli AC/DC e di donne in sella a motociclette appesi alle pareti. Il quadro secondo invece è stato studiato per evocare il clima natalizio della città di Parigi, il caffè Momus con la sua grande insegna luminosa affiancato dal negozio di balocchi, la folla di bambini (interpretati dai membri del coro di voci bianche diretto da Alhambra Superchi) coi genitori intenti a far regali, i tavolini del caffè sistemati lungo tutta la scena, un carnevale caleidoscopico di colori e vivacità. In completa opposizione il quadro terzo è stato realizzato come il trionfo del degrado, a tal punto riprodotto da suscitare lo sconcerto nel pubblico: lo scambio di droghe per denaro, le avance gestuali oscene mimate dalle comparse al passare delle soliste sulla scena, o ancora una scena di omoerotismo decisamente marcata rappresentante due uomini, uno dei quali inginocchiato a soddisfare l’altro in attesa del pagamento, sul ciglio della strada. Riferendo del quadro quarto, vediamo il ritorno della soffitta bohémien da cui tutto è cominciato, questa volta spogliata del mobilio e raschiata alla sola presenza delle spoglie pareti invecchiate. 

Volendo invece guardare all’altro lato della medaglia, l’aspetto musicale, è bene riverire i maggiori complimenti al giovanissimo direttore Martijn Dendievel, ottimo moderatore del fragore dell’Orchestra del Teatro Comunale e impeccabile conoscitore dell’opera pucciniana, diretta alla bacchetta senza spartito. Dopotutto, la musica di Puccini è nota per la sua grande soluzione di continuità e il costante scorrere di delicatezze armoniche, che il ventinovenne alla bacchetta ha saputo gestire con perizia encomiabile e capacità sopraffina, infondendo coi suoi gesti un autentico senso di immedesimazione nel fluire degli adagi, protagonisti di quest’opera.

Chiudendo coi solisti che hanno dato voce agli sciagurati personaggi di questa storia drammatica, è doveroso riferire dell’ottima qualità canora di due in particolare, Rodolfo, interpretato da Antonino Siragusa tenore e in special maniera Colline, interpretato da Adriano Gramigni basso, che con la famosa aria Vecchia zimarra ha conquistato il pubblico alla fine dello spettacolo. Le due soliste che hanno interpretato Mimì e Musetta, rispettivamente Melissa Purnell e Francesca Benitez entrambe soprano, grazie al loro canto hanno contribuito alla valorizzazione musicale dell’opera, messa a dura prova dalla scenografia e dai costumi, questi ultimi decisamente troppo osé per un titolo pucciniano tardo ottocentesco, i cui temi coincidono con la contrapposizione della purezza del sentimento amoroso opposto alla tragedia della povertà e la fragilità della vita, strappata alla povera Mimì dalla tubercolosi. 

Ponendo l’accento sui tratti che potessero maggiormente avvicinare l’opera alla contemporaneità, il regista e Richard Hudson, addetto a scena e costumi, si devono esser lasciati scivolare la mano. L’eccessiva fatiscenza rappresentata in luogo di quella che sarebbe dovuta essere una locanda, ove i personaggi di Rodolfo e Marcello cercano di mettere a frutto le loro arti, ha trasformato il così definito ‘’quadro’’ pucciniano in un angolo oscuro della città di Parigi, pattugliato dalle comparse travestite da poliziotti ed inviso alla decenza. Parafrasando Colline e reindirizzando il destinatario della seguente citazione alla forma tradizionale della Bohème del 1977, apparentemente dimenticata in questa rappresentazione bolognese: ‘’Digna est intrari’’.

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