Un’università “modello Netflix”. Ma è davvero possibile?

La pandemia ha portato radicali modificazioni nell’esperienza didattica per docenti e studenti. La didattica a distanza si è imposta come necessità, ma non è da escludere che quanto sembra transitorio oggi non diventi permanente domani. Non tutti gli usi del digitale significano però innovazione e progresso e non tutto si può insegnare a distanza. Con alcuni docenti dell’Università di Bologna abbiamo fatto il punto sui pregi e difetti delle esperienze dell’ultimo anno, per capire quanto potrà spostarsi su piattaforma l’università del futuro.

 

Di Michele Mastandrea

 

Nel gennaio 2021 Aaron Ansuini, studente della Concordia University di Montreal, voleva contattare il suo docente di storia dell’arte, Francois-Marc Gagnon. Ad Ansuini interessava discutere alcuni aspetti di una lezione a cui aveva appena assistito online, nella più classica esperienza di didattica a distanza. Con grande sorpresa, lo studente – dopo una breve ricerca – scopre però che il docente è deceduto da due anni e che quella a cui ha assistito è una conferenza registrata anni prima. Quello che sembra un paradosso per la nostra idea classica di università è una possibilità concreta nell’era della didattica a distanza. Un precedente che apre il campo a una serie sconfinata di riflessioni sul futuro dell’università nell’era delle piattaforme e sul suo posto all’interno di un mondo in continua evoluzione digitale.

 

Lucia Balduzzi
Lucia Balduzzi

«Quello relativo all’e-learning è un filone di studi che si è aperto già dagli anni Settanta e Ottanta. Si studiano da anni queste metodologie di supporto all’insegnamento che vengono usate tradizionalmente negli ambiti aziendali», spiega Lucia Balduzzi, docente di Didattica e Pedagogia speciale presso il dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università degli Studi di Bologna, oltre che delegata del rettore Francesco Ubertini per la Formazione degli insegnanti. La pandemia ha costretto le università a riorganizzarsi per far fronte all’isolamento forzato e gli effetti sulla didattica sono stati ovviamente importanti. «La didattica a distanza usata in emergenza rischia di diventare uno strumento micidiale, perché trasferisce su piattaforma quella che è una esperienza vissuta», ragiona Federico Bertoni, docente Unibo di Teoria della Letteratura. «Se uno osserva cosa accade nello sport o nel cinema, vediamo questo spostamento generale su piattaforma dell’esperienza di ogni giorno. Se è da un po’ che sempre meno persone vanno allo stadio, o al cinema, ora potremmo assistere a una università che si sposta su piattaforma e vende moduli come fossero serie tv».

 

Il rischio insito nell’innovazione tecnologica è anche quello di snaturare la didattica fino a farle perdere i suoi connotati e l’Università di Bologna si interroga su queste problematiche. «Noi abbiamo registrate tutte le lectio magistralis di chi ha ricevuto la laurea honoris causa nel nostro ateneo», afferma Elena Luppi, docente di Pedagogia sperimentale e delegata del rettore all’Innovazione didattica. «È un materiale che potremmo usare, ma se ai nostri docenti chiedessimo questo tipo di conferenze come linea generale di insegnamento, verrebbe meno quello che è il senso dell’innovazione della didattica». Quest’ultima è composta «di apprendimento e insegnamento», continua Luppi, per la quale se questo metodo venisse applicato in tutti gli ambiti formativi «si verrebbe a perdere la relazione tra studenti e docenti. In parte questi oggetti sono utili, ma a livello di didattica si tratta di qualcosa di molto diverso».

 

Ciò non vuol dire che utilizzare le potenzialità del digitale sia negativo a prescindere. È molto positivo ad esempio «prevedere strumenti a supporto degli studenti-lavoratori o in difficoltà economica, o che vivono oltreoceano, sfruttando l’esperienza fatta in questi anni», argomenta Balduzzi. «Vogliamo però rimanere università in presenza, per quanto interattiva. Abbiamo registrato anche preoccupazione da parte dei singoli docenti, nei dipartimenti, in Senato, su possibili evoluzioni in senso opposto», sottolinea Luppi, per la quale nel momento stesso in cui «si è deciso di usare Teams per fare lezioni in forma sincrona si è capita la nostra scelta, diversa da quella di alcuni atenei che hanno invece deciso di far registrare ai docenti le lezioni».

 

Federico Bertoni
Federico Bertoni

L’idea dell’Unibo è chiaramente quella di non diventare un’università telematica. Ma, una volta superata la fase emergenziale, il rischio è che possano svilupparsi diseguaglianze che dal settore economico, con la crisi economica che morde, si potrebbero trasferire a quello didattico. In particolare quando l’emergenza sarà superata e si potrà offrire le lezioni sia in presenza che a distanza, sfruttando gli investimenti realizzati in questi mesi allestendo le aule con telecamera o comprando software di videoconferenza. «Se si offre un doppio canale della formazione, facendo decidere agli studenti se fare università in presenza o a distanza, pagando o meno un affitto, ci saranno delle conseguenze dettate dalle condizioni economiche di partenza», spiega Bertoni. Potrebbe configurarsi una diversa possibilità di accesso, se le diseguaglianze sociali già presenti venissero aggravate dalla pandemia: «Molti sceglieranno l’opzione a distanza perché non avranno altra scelta», continua il docente. «Si è parlato molto di inclusione a proposito della didattica a distanza, ma il rischio è che diventi un boomerang. Cioè che si crei di fatto una formazione di serie A per chi potrà andare in presenza, e una di serie B per chi non potrà».

 

Esclusione tramite inclusione, insomma. Una prospettiva che non sembra sfuggire a Balduzzi. «La didattica a distanza, così come quella mista, è una didattica di emergenza. Abbiamo sia gli strumenti che le competenze per prevedere ulteriori sperimentazioni e allargamenti di queste forme, ma questo non significa pensare a un’università che si può spostare a distanza». Su questo fronte, per Luppi, «l’innovazione didattica non si basa su un solo metodo o strumento, piuttosto su di un processo che ciascun docente nella relazione con gli studenti deve avere come tensione continua». A volte l’innovazione didattica può essere «utilizzare con più abilità strumenti datati, come la lavagna, dispositivo che permette ottime rappresentazioni grafiche di un concetto», ma i cambiamenti nell’insegnamento devono sempre dipendere da una analisi attenta «del contesto, degli studenti, del tipo di relazione tra tutte le parti». C’è chi ha ad esempio creato videogiochi a fini didattici, spiega Luppi, per i quali però come Università di Bologna si è voluto evitare di pensare «nei termini di una singola azione innovativa. Vogliamo che che tutti i docenti si interroghino e continuino a cambiare. Non può bastare un singolo strumento per innovare».

 

Elena Luppi
Elena Luppi

Se beneficiamo di qualcosa da questa situazione, continua Luppi, è che molti hanno dovuto «ripensare pratiche didattiche che erano diventate una sorta di comfort zone. Chi faceva una didattica sempre uguale, classica e immutabile, ha dovuto rivederla». Positiva è stata la maggiore adozione di possibilità come il web questioning, ovvero l’utilizzo della rete durante la lezione come strumento didattico, o il maggiore utilizzo di video, o della chat come mezzo per trasmettere e fare vedere meglio al singolo studente grafici e schemi. Ma per Balduzzi, «non bisogna fare confusione tra lavorare con la didattica a distanza e usarla come espediente in una situazione emergenziale», dato che «una seria didattica a distanza prevede l’interazione costante tra docente e discente».

Quanto avvenuto in Canada, secondo la delegata di Ubertini alla Formazione dei docenti, «non sarebbe potuto succedere a Bologna perché il docente che fa lezione deve mettere anche materiale online a disposizione, avere colloqui personalizzati con i discenti, ricevere da loro compiti, essere fisicamente in aula. Non credo possibile questa idea di università, più vicina a quella telematica e non certo a quella dell’università pubblica». Questa dovrebbe per Balduzzi supportare l’acquisizione di conoscenze ma anche «a fare acquisire modalità di pensiero attivo e proattivo, dando riscontro agli studenti del fatto che il sapere che deriva anche da loro». A volte però, secondo Bertoni, «si irrigidisce troppo la discussione sulla coppia presenza/distanza. All’università il digitale si usa da dieci anni e più, per comunicare con gli studenti, anche prima della pandemia. Le due cose da sempre interagiscono, pensiamo al materiale didattico sulle piattaforme, che uso da anni».

 

Per Bertoni, «la lezione in aula può anche essere molto noiosa e non innovativa, la presenza non è di per sé garanzia automatica di qualità». E’ importante però notare che «il medium certamente condiziona, le tecnologie non sono mai neutrali. Se devi costruire un modulo registrato, poi aggiustato in post-produzione, è inevitabile che non ci sia una sorta di formattazione». Ci sono anche delle regole da seguire, spiega il docente: «Si insegna a non fare riferimento durante una lezione a quella successiva, perché tutte le lezioni vanno costruite come “pillole autonome”». Si perde così anche l’idea di un percorso di conoscenza come sono i corsi universitari, esperienza che si vive insieme, partecipando e discutendo. «Se diventa solo trasmissione di saperi e di contenuti si perde molto. Non è detto che il digitale sia progressivo per forza, la trasmissione unilaterale è un modello vecchio. Un corso universitario ben fatto necessita di esperienza collettiva, di cambiare tiro in base agli studenti che si ha di fronte».

 

Per il docente alcune cose non si possono sostituire: «Pensiamo alla lezione in aula, al valore simbolico che ha. Importante perché permette a una comunità di radunarsi», concorda Luppi, spiegando l’esperienza di innovazione didattica della facoltà di Scienze Politiche all’Unibo, dove si è deciso «di avviare un percorso “a y”, che si basa sul ribaltamento, sulla metodologia della flipped classroom che prevede l’uso della modalità a distanza asincrona al posto di quella sincrona». Gli studenti assimilano a casa alcuni concetti di base e poi si lavora in aula per la parte di insegnamento e apprendimento più attiva. Dunque la parte a distanza, consentita dalle tecnologie, non implica la fine del dibattito in presenza, la parte più importante. «Il principio è che se c’è una fase di apprendimento di alcuni concetti, lo studente con dei supporti adeguati lo faccia da sé, così che in aula col docente ci si possa invece dedicare alla parte di dibattito e discussione».

 

Anche perché non tutto si può insegnare a distanza, spiega Balduzzi: «Io mi occupo molto di cura, di relazione, cose che sono difficili da insegnare a distanza. Parte del mio lavoro è proprio mettermi in gioco in questa dimensione fisica, e credo che tutte le discipline debbano avere questa idea di fondo». Proprio per questo secondo Bertoni è difficile pensare che una città come Bologna possa perdere totalmente la fisicità dei suoi studenti in presenza, oltre al fatto che «va considerata l’importanza dell’indotto portato dai suoi iscritti, gran parte della città vive di questo». Proprio per questo però, per il docente, bisognerebbe «abbassare le tasse universitarie, le più alte d’Europa, e aumentare i fondi per borse di studio e alloggi universitari». Per combattere le diseguaglianze di cui si è detto sopra, e per ripartire traendo il meglio di una fase difficile come quella appena passata anche per l’università.

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